UNA PRIGIONE NEL DESERTO: LA STORIA DI AHMED MARZOUKI

Era il 1973 quando l’ufficiale dell’esercito Ahmed Marzouki, dopo il fallimento del colpo di stato ai danni del sovrano-dittatore Hassan II, venne rinchiuso nella prigione segreta di Tazmamart, arroccato sulle montagne dell’Atlante in Marocco.

Ne uscirà provato, sia fisicamente che spiritualmente, solo nel 1991 dopo 18 anni trascorsi in una buia e minuscola cella d’isolamento nella quale le giornate, scandite solo da intermezzi durante i quali veniva barbaramente torturato, sembravano non avare mai fine.

Colpevole di alto tradimento e incarcerato insieme ad altri 28 ufficiali e sottufficiali di un esercito che, come Marzouki stesso dirà, era altamente corrotto, una volta libero si è ritrovato in balia di se stesso, senza né casa nè lavoro.

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Quando nel 1993 il giornalista francese Ignace Dalle, incontrò per la prima volta l’ormai ex ufficiale marocchino, venne subito colpito dalla sua storia.

Marzouki, infatti, intento a protestare a Rabat con altri due suoi ex compagni di prigionia per il mancato rispetto, da parte del governo marocchino, delle garanzie che erano state loro concesse al momento della liberazione, come l’accesso alle cure sanitarie indispensabili dopo 18 anni di torture e stenti, si era fatto portavoce di quanti cercavano di reinserirsi nella società dopo due decenni trascorsi a Tazmamart.

Un’iniziativa coraggiosa, questa, dato che il rischio più plausibile era proprio quello di essere rispediti in quel carcere nascosto dal deserto e la cui esistenza era stata sempre, affannosamente negata dal governo marocchino.

Tazmamart, dopo la sua chiusura, diverrà l’emblema dell’oppressione e del dispotismo del Marocco contemporaneo, al punto che, tutt’oggi, il solo pronunciarne il nome genera paura e angoscia, soprattutto in quanti hanno vissuto sulla propria pelle il regime di Hassan II.

Da quel momento in avanti Marzouki e gli altri superstiti di Tazmamart, erano considerati ben accetti solo all’AMDH (Associazione marocchina dei diritti umani ndr) e in pochissimi altri posti, dato che il loro modo di protestare era mal visto dalla gran parte dei marocchini.

Ignace Dalle, colpito dal comportamento sui generis di Marzouki, il quale cercava di far valere i propri diritti con “dolcezza e fermezza”, cominciò a intrattenere con l’ex detenuto contatti regolari, favoriti anche dalla perfetta conoscenza del francese di quest’ultimo.

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Non passò molto tempo che i due decisero di scrivere un libro a quattro mani avente come  scopo quello di riesumare un capitolo della storia del Marocco che per troppo tempo era stato volutamente rimosso. 

Rompere quel silenzio, però, non era cosa facile e Marzouki e Dalle lo compresero a loro spese, quando, appena trapelata la notizia riguardo la stesura del libro, l’ex prigioniero di Tazmamart venne rapito e condotto nel seminterrato di una villa di Souissi.

Posto sotto interrogatorio per 36 ore, minacciato, umiliato e moralmente torturato, una volta rilasciato, Marzouki, decise che i tempi non fossero ancora maturi per rendere pubblica una testimonianza di tale portata, soprattutto in un paese come il Marocco dove il senso d’appartenenza alla monarchia era pressoché viscerale.

Dopo aver negato l’esistenza del progetto, Marzouki continuò a ricevere minacce via telefono e a essere pedinato regolarmente dalla polizia.

Angosciato, trovò sollievo solo in una lettera dell’allora presidente francese Jacques Chirac, il quale dopo esser venuto a conoscenza della questione decise di rilasciare un passaporto francese a nome di Marzouki.

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Passarono 5 anni prima che il libro potesse essere pubblicato senza causare problemi all’ex prigioniero di Tazmamart, un lasso di tempo durante il quale lo scrivere divenne una vera e propria terapia e grazie alla quale Marzouki riuscì, anche, a dare un senso nuovo e più ampio alla sua protesta.

Secondo Dalle, il maggior pregio dell’uomo stava proprio nel non aver mai nutrito un senso di vendetta tale da accecarlo. Marzouki, infatti, da fautore della legge riteneva che il suo compito fosse quello di fare da megafono e squarciare il velo del silenzio e dell’omertà che aveva tramutato il Marocco in una prigione a cielo aperto, ma, per quanto concerneva il “fare giustizia”, quello era un compito che sarebbe spettato solo ad un regolare tribunale.

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Tazmamart cella 10, edito in Italia da CSA editrice è il diario di tutto questo, un’intensa e toccante testimonianza tramandata da un soldato-poeta e che fa da cornice ad una pagina di storia che ha segnato le vicende del Marocco. 

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Valentina Nesi

 

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