ATTUALITÀ

TERRORISMO 2.0

Prendete il terrorismo, quello duro e puro di matrice islamica. Prendetelo esattamente come siete abituati a conoscerlo: con le sue rivendicazioni un po’ grezze ed il suo insieme di kalashnikov, grotte desolate e divise militari. Se lo farete, troverete nitida un’assenza ben precisa: quella di una vera e propria strategia comunicativa, da sempre mancante nelle sigle terroristiche di matrice islamica che, sin dagli attentati di New York, hanno riempito gli incubi del mondo occidentale.
Il mondo del terrorismo islamico infatti, da sempre frammentato in una moltitudine di sigle terroristiche ciascuna facente capo ad un diverso emiro, non ha mai brillato per sagacia comunicativa; fatto questo che, con tutta probabilità, non solo non ha consentito al fenomeno terrorista di emergere con la forza sufficente ad espandere le proprie influenze (per fortuna, sic!), ma ne ha anche arrestato la capacità di fare adeguatamente proselitismo.

D’altronde, da semplici ascoltatori, siete mai davvero riusciti a raccapezzarvi tra le decine di sigle che compongono l’universo estremista ed integralista di matrice islamica? Al-Qaida, Al-Nusra, Al-Fatah: tutte sigle riconducibili al mondo arabo, ma nessuna veramente distinguibile ed identificabile. Tutto questo, a causa dell’assenza di una strategia comunicativa che si potesse definire tale. Tutto questo, almeno fino al sopraggiungere del nuovo “format” dello Stato Islamico.

Se c’è una cosa, infatti, che l’autoproclamato Stato Islamico ha saputo fare e comprendere meglio di qualsiasi altra organizzazione terroristica, questa è stata sicuramente l’aver capito che, sopratutto nell’epoca della comunicazione multicanale, essere capillari e ben riconoscibili dal punto di vista comunicativo era una priorità non meno importante che avere delle buone strategie militari o dei buoni soldati.

E se si analizza l’anatomia di quel nuovo format terroristico che prende il nome di Isis, si comprenderanno e ritroveranno facilmente in esso molte delle caratteristiche che, nell’economia di mercato occidentale, caratterizzano un “brand”. Dalla scelta del simbolo sotto cui unire i propri adepti, ovvero la bandiera a sfondo nero con incisa la shahadah (formula con cui i musulmani dichiarano di credere in un Dio unico il cui profeta è Maometto) fino agli abiti indossati dai miliaziani ed alle modalità con cui vengono giustiziati i prigionieri: fa tutto parte di un unico grande progetto comunicativo tendente a istituzionalizzare l’Isis ed il Jihad.
Un vero e proprio marchio dunque quello dell’Isis, organizzazione che, oltre ad una ideologia ben precisa, ha finito col diffondere queste caratteristiche identificative in modo altrettanto preciso.

In questa opera di diffusione del marchio terroristico, fondamentale è stato l’apporto di Internet, luogo di cui, chiunque gestisca le strategie comunicative di Isis, ha immediatamente compreso l’importanza. Anche la rete, infondo, è un campo di battaglia e proprio come si trattasse dell’ennesimo fronte aperto di guerra, Isis vi ha schierato sempre più uomini a presidio di social network, blog e forum riuscendo cosi a divenire capillare e ben riconoscibile. Veicolando peraltro, tramite sofisticatissimi video ed opere di propaganda ben congegnata, un vero e proprio nuovo modo di fare terrorismo.
Sono dunque ben lontani i tempi in cui Osama Bin Laden ed Al-Qaida veicolavano i propri messaggi tramite la registrazione di video stilisticamente poco elaborati e molto semplici, così come lontano pare essere quel terrorismo privo di valenze estetiche ed esclusivamente basato sugli attacchi suicidi. Ciò che connota il terrorismo dello Stato Islamico, è una costante attenzione agli aspetti comunicativi del proprio messaggio la quale consente, al Califfato di Al-Baghdadi, di fare proselitismo in modo ben più efficace e penetrante che in passato.
Probabilmente, è questa la guerra più difficile che i Governi del mondo occidentale dovranno affrontare: porre un freno all’appeal calamitante che lo Stato Islamico esercita. Una guerra di cultura ed allo stesso tempo di comunicazione la quale, se adeguatamente affrontata e combattuta, costituirà il migliore bastione di difesa dalla paura dell’espansione del Califfato nero.

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