CULTURA

LA LETTERATURA ENTRA IN FABBRICA:La collaborazione tra letteratura e impresa attraverso l’esperienza Olivetti.

«Come si fa a parlare di industria e di letteratura senza esser d’accordo almeno su questi ( ma è quasi tutto): che cioè le forme, i modi, i tempi della produzione industriale e i suoi rapporti sono la forma stessa della vita sociale, il contenente storico di tutto il nostro contenuto e non semplicemente un aspetto della realtà? Che le strutture economiche – nel nostro caso, capitalistiche e quindi industriali – sono né più né meno che l’inconscio sociale, cioè il vero inconscio, il mistero dei misteri?» 

Franco Fortini, «Menabò», 1962

Negli anni Sessanta del secolo scorso si assiste in Italia a un profondo mutamento dell’assetto socio-economico: l’arrivo (tardivo) della Rivoluzione Industriale e l’avvento del boom economico avevano azionato il processo per una trasformazione antropologica in senso prettamente industriale, con tutti i pro e i contro che ne derivavano.

Ad una trasformazione sociale, non può che rispondere la letteratura con i suoi prodotti artistici: è infatti una stagione di intensa creazione intellettuale da parte degli scrittori italiani, tanto che si parlerà di “letteratura industriale”, una letteratura che viaggia sullo stesso binario dell’esperienza imprenditoriale, intesa nel suo senso più umanistico.

Non è un caso che Adriano Olivetti giudicò necessaria la collaborazione tra cultura e impresa, tra formazione tecnico-scientifica e umanistica. Per quanto paradossale possa sembrare, il “progetto olivettiano” prevedeva una pacifica e fruttuosa convivenza tra questi due poli opposti proprio nel personale delle sue fabbriche, al fine di favorire un progressivo miglioramento dell’industria, luogo  scevro dagli eccessi del tecnicismo.

All’Olivetti, in questi anni intellettuali e letterati, assolutamente necessari per e nell’industria, lavorano a braccetto con il personale tecnico, ricoprendo diversi ruoli, soprattutto nei settori della pubblicità e della comunicazione, integrandosi perfettamente nel sistema.

Giudici, Fortini, Volponi, Sinisgalli, Pampaloni, Ottieri sono solo alcuni fra i nomi di intellettuali avanguardisti che vanno a formare una colonia di letterati nella fabbrica di Ivrea. Non a caso, sono gli autori di romanzi in cui è palese lo scontro tra uomo e fabbrica, tra capitale e lavoro: da “Donnarumma all’assalto” a “Tempi stretti”, da “Le mosche del capitale” al “Memoriale”, manifesto programmatico degli anni della modernità. E non a caso sono anche quegli intellettuali che si raccolgono attorno a riviste come l’ “Officina” o il “Menabò”. Fu proprio in un articolo del “Menabò”, fondato da Vittorini e Calvino nel 1959, che si fece avanti la proposta di una “letteratura industriale”, ossia una letteratura adeguata all’industria, mostrando come il ruolo sociale  dello scrittore stesse radicalmente cambiando.

 Dunque, il dominio della tecnologia taylorista, che riduce l’uomo ad appendice della macchina nell’ossessiva ripetizione di gesti che lo alienano, si rivela tematica nuova e “succosa” per gli scrittori del Novecento, come è ovvio che sia, ma soprattutto diventa, per la prima volta nella storia, campo di confronto ed esperienza pratica attraverso l’ingresso prepotente della letteratura in fabbrica.

Sara Di Leo

Copyright foto:

https://it.wikipedia.org/

 

Annunci

Rispondi