CULTURA

TEMPI MODERNI: CHAPLIN FACCIA A FACCIA CON LA SOCIETÀ INDUSTRIALE

5 febbraio 1936.

«Tempi moderni:
una storia i cui personaggi sono
l’industria, l’iniziativa individuale,
l’umanità che marcia alla conquista della felicità.»

Nella fabbrica Electro Steel Corp lavora come operaio Charlot, il Vagabondo. Il suo compito è di stringere i bulloni all’interno di una catena di montaggio; un movimento che ripeterà giorno dopo giorno fino a condurlo ad un esaurimento nervoso, motivo per cui verrà portato in manicomio. Ma per Charlot da questo momento cominceranno una serie di sventure. Dimesso, al di fuori delle mura del manicomio, la vita è anche peggio: viene subito arrestato e sbattuto in carcere per una sfortunata coincidenza, scambiato per il capo di un gruppo di riottosi. Dopo la scarcerazione egli cerca nuovi lavori, venendo tuttavia sempre licenziato poco dopo, il che lo porta a decidere di farsi “ri-arrestare” per avere la certezza di due pasti caldi al giorno. È proprio in questo momento che incontra la Monella, una ragazza in fuga con le sorelle per evitare l’orfanotrofio. I due fanno amicizia e insieme riescono ad essere assunti in un ristorante: lei come ballerina e lui come cantante e cameriere. Quando sembra che le cose stiano andando per il meglio, però, l’intervento delle forze dell’ordine durante l’esibizione di Charlot costringe i due amici alla fuga. Eccoli alla fine nuovamente soli, sulla strada, camminando mano nella mano pronti a ricominciare.

Il 5 febbraio 1936 esce nelle sale “Tempi moderni”, film icona di Charlie Chaplin: una pellicola sarcasticamente polemica nei confronti della società primo-novecentesca, quando il difficile rapporto tra uomo e macchina, tra individuo e modernità mette in crisi un sistema sociale in drastico mutamento.

I primi anni del Novecento furono anni di fuoco. Basti pensare, (e mi si concederà in questa sede una quanto mai ignobile semplificazione), al 1929 e al crollo della Borsa di Wall Street, che fece precipitare l’economia statunitense in una crisi generalizzata portando disoccupazione e povertà. E ancora basti pensare, poco tempo prima, all’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale e del taylorismo che con la riduzione dei “tempi morti” e la ripetizione di gesti meccanici, ebbero come effetto un incremento della produttività, ma al prezzo di uno “esaurimento” del lavoratore (esaurimento fisico e mentale!).

Chaplin punta l’obiettivo sull’anello debole della catena di montaggio, ovvero l’operaio-massa Charlot il Vagabondo, raccontando con amara ironia la condizione degli operai in fabbrica sottoposti alla logica del profitto e della produttività, che pretende massima resa attraverso la ripetizione di gesti semplici e automatici che “anche un bambino di tre anni avrebbe saputo compiere” (per citare un nome come Ford).

Quasi un secolo prima, già Marx aveva segnalato i mali del sistema capitalista, quando nei “Manoscritti economico-filosofici del 1844” scrive:

«Il lavoro resta estraneo all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e l’operaio non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito».

Le prefigurazioni marxiste si realizzano appieno nell’ottica del taylorismo: non c’è interesse verso il benessere dell’operaio o del lavoratore in generale, non c’è interesse verso una visione del lavoro come realizzazione dell’individuo, piuttosto padroneggia l’ottica del profitto e della produttività imposta dai “direttori”. È un sistema volto inevitabilmente al fallimento e alla rottura dell’ingranaggio.

Non è un caso che l’unico luogo in cui Charlot riesce a ritrovare se stesso e a guarire dalla modernità sia l’arte: è proprio durante la sua esibizione che, per la prima volta, possiamo sentire la sua voce e vederlo muovere liberamente, non più bloccato nella ripetizione di un gesto meccanico come accadeva all’inizio del film.

Allo stesso modo, solo nel momento in cui avviene l’incontro con la Monella, Charlot ritrova la forza di progettare il proprio futuro e cercare nuovamente un lavoro, abbandonando l’idea di sopravvivere in carcere.

Dunque, arte e amore, in qualsiasi forma esse siano, sono le uniche soluzioni per esorcizzare l’alienazione a cui è condannato l’uomo della società moderna: per salvarsi bisognerebbe guardare all’atteggiamento dei due compagni di viaggio, Charlot e la Monella, che consapevoli delle proprie fragilità e sostenuti soltanto dal loro sentimento, si incamminano verso un orizzonte senza certezze.

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Sara Di Leo

 

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