CERVELLI IN FUGA: UNA STORIA TUTTA ITALIANA

Sono un vero e proprio esercito che vanta, ogni anno, l’aggiunta di oltre 3000 unità, sono dislocati in ogni angolo del mondo e subito pronti a fare la valigia e trasferirsi pur di trovare un lavoro adatto al proprio profilo accademico e professionale.

Stiamo parlando dei cervelli in fuga made Italy i quali, dopo anni di precariato, armati di titoli accademici prestigiosi e voglia di cambiare, si trasferiscono all’estero pur di dare una svolta alle proprie vite.

Tra i Paesi con i salari più bassi dell’occidente, in particolare per gli insegnanti e i laureati nelle materie umanistiche, e con un tasso d’insoddisfazione lavorativa alle stelle, l’Italia risulta essere tra le nazioni più invivibili dal punto di vista lavorativo. 

Ne deriva che, fuori dai confini del Bel Paese, i dottori di ricerca italiani si distinguono, rispetto ai colleghi stranieri, non solo in quanto a professionalità e determinazione ma anche per stacanovismo.

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E così, tra le tante storie raccontate da chi è “dovuto” fuggire spiccano quelle di Lorenzo Fioramonti, 39 anni, ordinario di Economia politica all’Università di Pretoria(Sud Africa ndr), scappato dall’Italia perché gli era stato detto a chiare lettere: “Lascia stare la carriera universitaria, è una battaglia persa”.

Ilaria Capua che da Padova si trasferisce in Florida dove, adesso, dirige il Centro di eccellenza dell’Università della Florida che si occupa di approccio One Health e Vincenzo Dimonte, 33 anni, rifiutato dal Politecnico di Torino e attualmente in forza all’Università di Vienna e nella prestigiosa Harvard.

Dei profili, questi, che sembrano contrastare nettamente con l’idea che la politica ha dato dei giovani Italiani, i quali sono stati sempre più spesso definiti “mammoni” o “bamboccioni” e poco propensi a indipendizzarsi.

Invece, secondo quanto sostenuto dalla ricercatrice Irpps-Cnr: Carolina Brandi, in un saggio che si propone di analizzare in modo empirico cause e conseguenze dal cosiddetto brain drain( fuga dei cervelli ndr), questo esodo porta ad un vero e proprio impoverimento del Paese, considerato che in soli 10 anni il capitale che i “cervelli in fuga” hanno prodotto è stato di circa 5 miliardi di euro.

Una cifra impressionante se si pensa che l’Italia, pur essendo tra le nazioni più industrializzate al mondo e pur “sfornando” un numero di ricercatori di gran lunga superiore a quello degli altri Paesi occidentali, investe in ricerca cifre esigue portando la curva degli esodati a scendere al -13,2%, una stima impietosa se si considera che la Germania vanta un +20% nel medesimo ambito.

Effettivamente sembra proprio che un fenomeno di questo tipo sia inquadrabile in tutte quelle dinamiche che hanno portato, da alcuni decenni a questa parte e con sempre maggior frequenza, a sminuire il peso economico e sociale che il lavoro intellettuale avrebbe potuto avere nel bel Paese.

Secondo il Sole 24 ore, nel 2013 l’Italia ha investito solo l’1,26% del Pil in Ricerca&Sviluppo, una percentuale che pur essendo esigua rispetto quella di nazioni come la Danimarca che ne investe il 3,06% la mantiene, comunque, tra le top 10 del mondo( stima fatta sulle pubblicazioni e citazioni ricevute).

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Un dato, questo, che però cozza con la già citata carenza di fondi e investimenti dell’Italia in ricerca e che quindi dimostra di essere solo indicativo e privo di valore tangibile.

Lontani dagli occhi e dal cuore delle istituzioni italiane e per darsi supporto l’un l’altro i cervelli in fuga italiani hanno dato vita ad una piattaforma attraverso la quale è possibile scambiarsi informazioni, leggere testimonianze di chi, fuori dall’Italia, è riuscito a realizzare il proprio sogno e discutere con ironia delle dinamiche lavorative del Bel Paese.

Il sito( www.cervellinfuga.com) funge, poi, anche da megafono per quanti vogliono far sentire la proprio voce e cercare di cambiare la situazione.

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A questa piattaforma si unisce anche il blog delle mamme e delle famiglie dei cervelli in fuga(www.mammedicervellinfuga.com) che con in calce una più che eloquente foto di donne centraliniste durante il periodo bellico, non solo esprime con ironia il disagio derivante dall’impossibilità di trovare l’orario giusto per mettersi in contatto con i propri figli dislocati in altri angoli del globo( a causa del fuso orario ndr) ma rende in modo più che brillante l’idea di ciò che è diventato il mondo del lavoro e della ricerca made in Italy: una vera e propria guerra.

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Valentina Nesi

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