CULTURA

Home Office. Il lavoro da casa che sviluppa le idee

Il posto di lavoro nello spazio degli ultimi due secoli ha subito un cambiamento radicale nel passaggio dal settore secondario all’ avvento del terziario. In origine vi era la fabbrica: un luogo, un centro di lavoro, dove i lavoratori e le merci potevano coesistere, e dove un sovrintendente poteva controllare tutto lo svolgimento del processo. Col passare del tempo questo modello di lavoro è passato alla modalità terziaria, ovvero l’ufficio.

L’idea di fondo, però, è rimasta la stessa: tenere nello stesso posto lavoratori, dirigenza e merce (dati, nel caso del terziario) per una migliore cooperazione fra le risorse umane e un miglior coordinamento da parte dei ‘capi’.

Eppure, anche questo modello è entrato pian piano in crisi: si è compreso come l’ufficio (e in special modo il ‘cubicle’ delle grandi compagnie) fosse una fabbrica del terzo millennio, e come stress, tensioni e spesso inefficienza potessero facilmente diffondersi in un ambiente a tratti ‘inumano’ e sovrappopolato come quelle delle big companies. Così, a partire dalle multinazionali (Amazon, IBM, Microsoft e altri) si è passati a proporre un modello di lavoro che andasse più verso i lavoratori che non verso i datori di lavoro: il cosiddetto ‘home office’, ovvero il lavoro da casa, modalità sempre più in espansione in tutto il mondo.

Molte di queste compagnie, ma anche start up alle prime armi, hanno compreso che concedere alcuni giorni di lavoro dalle mura domestiche ai propri impiegati potesse essere non solo una soluzione distensiva e salutare, ma anche un modo come un altro per migliore l’efficienza degli stessi e risparmiare i costi gravosi dell’ufficio. D’altronde le mille aziende nate nei garage della Silicon Valley (Facebook e Zuckerberg su tutti) hanno più volte evidenziato come non sia il luogo a fare la prestazione, ma evidentemente il contrario. Anzi, secondo molte statistiche, un ambiente più rilassato e uno sforzo minore verso componenti ‘altre’ (quali abbigliamento, galateo, caffè di cortesia e meeting di routine quotidiani) hanno di gran lunga contribuito a un efficientamento della produzione e a evitare sprechi di tempo e denaro.

Le nuove tecnologie hanno di certo favorito questo spostamento del lavoro dall’ufficio alle mura domestiche: internet, la diffusione di network locali, l’avvento del Cloud Computing, la possibilità di controllo da remoto, le nuove forme di Intranet e le mille possibilità di connessione e hot-spot anche da luoghi remotissimi permettono e rendono possibile qualsiasi tipo di lavoro anche in condizioni proibitive.

Il lavoro da ‘ovunque’ sta già diventando la modalità creativa del futuro: lavorare in treno mentre si ammira un paesaggio montano, da casa mentre fuori piove ma il caminetto arde, oppure semplicemente in un bar o in una biblioteca dove il contatto umano non è artificiale ma più sociale e umano. L’ufficio del futuro sembra avere proprio queste mille e più facce, scelte in toto dal lavoratore.

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E – sebbene ancora molti si dimostrino scettici verso questo nuovo modo, adducendo motivazioni come “a casa ci si distrae più facilmente”, oppure “se non sei in ufficio, ti isoli”, oppure “il contatto umano è alla base del coordinamento” – risulta senz’altro avvincente poter contare su nuove forme di lavoro che non si riducano a rinchiudersi in un container come merci, ma che possano permettere a chiunque di sviluppare le proprie idee, la propria fantasia e gestire il proprio tempo; magari in un parco o all’aria aperta, mentre si gusta una cioccolata calda, mentre ci si gode il mondo in sottofondo e mentre si sta svolgendo un lavoro che magari, grazie a questi nuovi espedienti, può diventare sempre più piacevole e intrigante.

D’altronde la tecnologia dovrebbe servire proprio a questo, a semplificare la vita e a renderla più eccitante e sostenibile.

Infatti, come sostiene Larry Gadea, CEO di Envoy e grande sostenitore del ‘home office’: “L’ufficio del futuro dovrebbe incoraggiare invece che reprimere la nostra scintilla di follia.”

                                                                                               Fabio Cardetta

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