ATTUALITÀ

KAROSHI: MORIRE DI LAVORO

Il Giappone è una terra ricca di contrasti, in cui tradizioni millenarie ed elementi futuristici convivono armoniosamente, in cui è possibile incrociare per strada gheisha dal volto bianco e labbra rosse, avvolte in meravigliosi kimono senza tempo, accanto a treni ad altissima velocità che sfiorano i 603 kilometri orari, famiglie intente a dedicarsi ad un picnic sotto i fiori di ciliegio in fioritura, carichi di un rosa vibrante e grattacieli avveniristici.

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Il Giappone è anche la terra del Karoshi, termine che letteralmente significa “morte da lavoro eccessivo”, un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante che è collegato a ritmi lavorativi eccessivamente estenuanti.

È un problema, questo, presente anche in altri Paesi, ma che in Giappone è cosi diffuso da essere diventato quasi una sua peculiarità.

Il primo caso di karoshi ad essere stato documentato risale al 1969, quando un ragazzo di 29 anni morì a causa di un ictus, sul posto di lavoro.

Era addetto al reparto spedizioni di una grande testata giornalistica giapponese e alla sua famiglia venne riconosciuto il diritto ad un risarcimento, solo cinque anni dopo la sua morte.

Negli anni ottanta il Giappone fu protagonista  di un boom economico che fece accrescere la produttività alle stelle seguì, poi, un decennio di crisi finanziaria (quello degli anni ’90) dovuta alla cosiddetta “bolla economica”, durante il quale molte aziende giapponesi diedero un taglio al numero degli impiegati, ma lasciarono invariate le ore lavorative.

Da allora le morti per “troppo lavoro”, nel Paese del Sol Levante, sono aumentate sempre di più e attualmente si aggirano intorno alle 9000 all’anno.

Un contratto standard, in Giappone, prevede 60 ore di lavoro settimanali, a queste si aggiungono quelle degli straordinari

00059p3516upyt6f-c431illimitati alle quali, i dipendenti giapponesi si sottopongono, arrivando anche a 90 ore di lavoro ogni settimana.

Questo avviene per dimostrare all’azienda la propria fedeltà e perché, qualora non lo si facesse, il rischio di essere licenziati sarebbe molto alto.

La Corte Suprema, nei casi di licenziamento, è sempre dalla parte delle ditte.

 

Emblematico è il caso dell’azienda Hitachi, alla quale la Corte ha dato ragione per aver licenziato un dipendente che aveva rifiutato uno straordinario di 5 ore (causa impegni improrogabili precedentemente presi), che gli era stato proposto a 15 minuti dal termine della sua lunga giornata lavorativa.

A nulla è servito che lo stesso lavoratore, il giorno seguente, sia andato a lavoro all’alba per ottemperare ai suoi impegni, sia ordinari che straordinari, la ditta ha reputato giusto licenziarlo ugualmente e la Corte Suprema non ha obiettato.

Ovviamente lo straordinario, essendo un atto di fedeltà all’azienda, non viene retribuito e licenziarsi, per ribellarsi alla situazione, è fortemente sconsigliato in quanto nessuna azienda riassume lavoratori che hanno deciso di lasciare il posto di lavoro spontaneamente.

Tutto questo, spesso, causa patologie fisiche e psicologiche, legate allo stress, quali infarti, ictus, insufficienza cardiaca e anche problematiche minori quali impotenza, ulcere e carenza di sonno.

Ovviamente l’eccessivo lavoro porta anche a trascurare cure e visite mediche e questo, comporta un peggioramento delle condizioni psico fisiche del lavoratore.

Ansia, depressione e disagi psicologici sono all’ordine del giorno spingendo, in alcuni casi,  anche al suicidio.

La giornata tipo di un lavoratore giapponese prevede un lungo tragitto in un treno affollato sia all’andata che al ritorno, in quanto quasi tutti vivono in periferia e una permanenza sul posto di lavoro sino alle 23:00 o a mezzanotte.

working1Tutto ciò risulta essere alienante e a preoccupare molto sono i dati di un’inchiesta governativa, che ha rivelato che il 90% degli intervistati non si rende conto dell’importanza di trovare un equilibrio tra vita privata e vita lavorativa.

Quattro lavoratori su cinque, poi, sarebbero disposti a cancellare qualsiasi impegno della  propria vita privata se il capo chiedesse loro di rimanere a lavorare.

Qualcosa, però, sta timidamente cambiando, in seguito all’importanza che i media stanno dando al fenomeno del karoshi e alle battaglie vinte dalle famiglie delle vittime di questo fenomeno.

 

Ad esempio, il colosso bancario Mitsubishi, permette ai lavoratori di tornare  a casa anche tre ore prima della fine del turno, per dedicarsi alla propria famiglia.

Peccato, però, che solo 34 dipendenti su 7000 abbiano deciso di sfruttare questa possibilità.

È stata varata anche una legge, che obbliga il governo a prendere delle misure cautelative per eliminare le morti da karoshi attuando anche programmi pubblici di chiarimento, sui danni che il superlavoro può portare alla salute fisica e mentale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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