ATTUALITÀ

IL MITO DEL JOBS ACT

Quando mesi addietro Matteo Renzi decise di dare una prima sterzata al mercato del lavoro, spinto dal vento favorevole di un elettorato che non sembrava essergli troppo ostile e dal bisogno di ridare ossigeno al dato occupazionale, l’attesa attorno agli effetti del primo provvedimento era evidentemente elevata. Si chiamò Jobs Act quella riforma del mercato del lavoro, con un inglesismo tanto caro al Governo Renzi quanto bisfrattato dalle opposizioni che sin da subito, evidenziarono come, dietro quel termine apparentemente deciso e risolutore, si nascondesse in realtà niente altro che una scatola vuota.
Seguirono, mesi di discussione non tanto sugli effetti del Jobs Act quanto invece su quegli aspetti che infervorarono maggiormente il panorama politico: sgravi contributivi per le imprese che assumevano ed eliminazione delle forme di contratto a tempo determinato erano i principali punti di forza della riforma che però, cedeva il passo sul terreno delle garanzie, ad una certa parte del mondo imprenditoriale italiano da sempre più incline alla flessibilità.

Cosi fu, per l’eliminazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, il quale tutelava il lavoratore a tempo indeterminato nei casi di licenziamento ammettendone il reintegro sul posto di lavoro qualora non sussistesse giusta causa. Con grande giubilo di quegli stessi imprenditori e di una parte del panorama politico italiano che, di quella garanzia, avevano fatto negli anni il loro nemico principale quasi fosse essa, e non invece un sistema economico al collasso per ben altri motivi, il reale virus che non consentiva all’occupazione di decollare.

Sin da subito, però, sia dal Governo che dalle parti dell’opposizione cominciò anche un rimpallo di dato circa l’effettivo impatto che il Jobs Act avrebbe avuto nei mesi successivi: da un lato, si era consapevoli che, per saggiarne davvero gli effetti si sarebbe dovuto attendere lo svolgersi completo del suo ciclo economico e sopratutto verificare se, una volta terminato l’incentivo ad assumere, gli effetti di crescita sarebbero diventatui stabili. Dall’altro, più di qualcuno sin da subito cominciò ad evidenziare il rischio di fumo negli occhi generato dal fatto che, con la conversione forzosa dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, il dato di aumento che subito si sarebbe verificato non poteva davvero corrispondere a realtà.

Al netto della ricostruzione storica appena operata e trascorsi ormai due anni dall’approvazione del testo di legge, sembra possibile tracciare un primo quadro degli effetti che la discussa riforma del lavoro ha avuto sul sistema italiano. A due anni di distanza infatti, almeno stando ai dati diffusi nei giorni scorsi da INPS, sembrerebbe essersi arrestato l’effetto propulsivo del Jobs Act il quale ha quindi creato meno occupazione di quella che sarebbe stato lecito attendersi.

E sebbene proprio i dati diffusi in questi giorni dimostrino che l’occupazione frena ma non troppo e che per la prima volta è in calo la disoccupazione giovanile, l’inceppo principale del meccanismo Jobs Act parrebbe doversi rintracciare nello stop agli incentivi statali. Se in un primo momento, infatti, la conversione dei contratti e gli incentivi alla decontribuzione avevano fatto segnare un cospicuo aumento dei nuovi occupati, una volta interrotto il flusso di denaro a sgravio dei datori di lavoro tutto si è fermato riportandoci esattamente al punto di partenza: disoccupazione statica, occupati in calo ed insieme calo dei consumi.

Vero è che non poteva un solo provvedimento porre rimedio ai molti mali del quadro lavorativo italiano che, sepolto da norme complesse e caratterizzato da troppa distanza tra domanda e offerta di lavoro, abbisognerebe di misure strutturali di ben altro tenore e vigore per tornare a crescere. Ma altrettanto vero è che, lo stesso Governo Renzi, aveva sin dai primi mesi di vita calcato la mano su questa riforma impugnandola come un passo importante verso la crescita.
Oggi, quando l’orologio economico segna il più due alla voce anni trascorsi, l’acqua non sembra essere troppo mutata mentre ad essere mutato è il quadro di garanzie delle quali i nuovi assunti non godono più il quale genera a sua volta il grave paradosso di una riforma che, per eliminare il precariato, ha reso in realtà ancora più precario il futuro ed il lavoro dei nuovi assunti.

Copyright Immagine di Copertina: http://www.dirittodicritica.com/wp-content/uploads/2014/09/lavoro-job-act.jpg

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