CULTURA

IL RAZZISMO SUL POSTO DI LAVORO: UNA QUESTIONE CULTURALE

Oggi si fa sempre più crescente il fenomeno della discriminazione sul posto di lavoro.

Questo fenomeno nasce già nelle società primitive, addirittura nella Roma e nella Grecia più antiche, e si sviluppa con l’avvento della modernità, in particolare tra il 1500 e il 1600, per poi raggiungere il suo culmine nella successiva società dominata dall’industria e dal capitalismo.

Ancora, alle soglie del 2017, si assiste a discriminazioni razziali sul posto di lavoro, un fenomeno grave dato che ciò comporta una lesione di una delle parti fondamentali della vita dell’uomo: il sentirsi utile, indipendente, libero nella società in cui vive. Sono diverse le forme di intolleranza da esternazioni razziste: il mobbing (infastidire, molestare, offendere, emarginare o riservare un trattamento peggiore nell’assegnazione di incarichi ndr), ostacoli nell’avanzamento professionale, licenziamenti, per arrivare ad atti discriminatori dovuti a più fattori che comprendono settori diversi: sesso, pelle, religione, nazionalità, disabilità fisica e mentale.

Pensare che razza, colore, religione, provenienza siano cause determinanti per nutrire avversione verso un altro essere umano, è solo un pregiudizio irrazionale e anche un crimine punibile. Se crediamo che l’uguaglianza debba essere alla base di una società giusta e democratica, tutti dovremmo impegnarci attraverso le istituzioni, a prevenire e tutelare l’intera collettività da comportamenti che conducono ad una emarginazione.

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Dopotutto sono diverse le leggi a livello nazionale, comunitario e internazionale che portano ad un contrasto nei confronti della discriminazione razziale (L. 654/1975; D. Lgs. 215/2003 e D. Lgs. 216/2003 attuativi di direttive comunitarie; D. Lgs. 198/2006). La legge n.654 del 1975, per esempio, afferma che chi proceda alla diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio etnico o razziale, ovvero chi istighi a commettere o commetta atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con una multa di 6.000 euro; chi istighi, poi, alla commissione ti atti di violenza, per gli stessi motivi, è condannato ad una reclusione che può andare dai sei mesi ai quattro anni.

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Eppure, nonostante il riconoscimento formale del principi di uguaglianza in sede nazionale e internazionale, non è stata garantita la piena difesa di questi diritti. La Francia, per esempio, “spaccia” una tolleranza religiosa che in realtà non esiste. Certo, tutti hanno il diritto di professare la propria religione, tuttavia non c’è il privilegio di poter portare simboli che attestino la propria fede sul posto di lavoro.

Forse bisognerebbe razionalizzare ogni reazione, bisognerebbe rendersi conto che il razzismo produce altro razzismo, non solo religioso, ma anche culturale. Finiremo, così, con il rinchiuderci in una bolla di sapone, lontani da tutti, in clan che crediamo rispecchino l’uomo perfetto e la “razza ariana”?

Milena D’Alessandro

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