CULTURA

Il Tuttofare: se non ci fosse si dovrebbe inventare!

Si chiama “tuttofare” ed è la figura più mitologica dell’ambito lavorativo. Secondo lo stereotipo – tramandato con diligenza di generazione in generazione – si tratta di un uomo sulla cinquantina, dal sorriso bonario, i baffi all’insù, una grossa pancia traboccante da una cinta troppo stretta e le mani grandi come quelle del nonno di Heidi. Esiste tuttavia anche una versione non riconosciuta a livello istituzionale dei testi riguardanti la figura millenaria: essa vuole l’uomo Tuttofare magro come un’acciuga, con occhi vispi e furbi, bocca sottile e larga, fumatore incallito ed affiatato interlocutore. In entrambi i casi l’abito fa il monaco! Jeans e T-shirt a dichiarare l’umiltà di chi si presta al servizio degli altri, svolgendo quelle mansioni manuali che ormai nessuno più ha volontà né è in grado di svolgere. Marsupio dai colori impensabili e contenente: primo modello del cellulare Nokia, con il quale conficca i chiodi nel muro nei giorni in cui dimentica accidentalmente il martello; chiavi della macchina, della casa, dei tre appartamenti che sta restaurando contemporaneamente (roba da mettere in soggezione San Pietro!); l’immancabile pacchetto di sigarette; foto del figlio sposato a Lussemburgo; foto della figlia laureata a Torino; guanti in lattice messi lì dalla moglie nella speranza di convincerlo ad utilizzarli e che invece lui continua ad ignorare ridendoci su. Sul pantalone e sulla maglia le immancabili e irremovibili macchie di: pittura bianca che ogni bravo imbianchino deve avere e mostrare con orgoglio; vernice rossa, cimelio di un passato da restauratore di ringhiere; grasso nero per gli interventi chirurgici effettuati sui motori delle macchine; verde muschio per i tubi di scarico intasati della cucina; calce indurita come stendardo di un’immensa esperienza da muratore. A farla breve: il Tuttofare il curriculum lo porta a dosso!

I suoi strumenti da lavoro sono innumerevoli ma riesce sapientemente ed incredibilmente a farli entrare in un’unica grande borsa. Entra in scena con la leggendaria domanda: “Signò, dov’è il problema?”. Resta ad ascoltare l’elenco delle disfunzioni con aria severa e un sopracciglio alzato, annuendo di tanto in tanto con il capo e contorcendo il muso in una smorfia che parafrasata vuol dire: “Forse ho già capito!”. Quando è soddisfatto delle informazioni raccolte suggerisce al proprio interlocutore di poter tacere con un gesto deciso della mano. Subito dopo inizia, silenzioso, ad osservare il luogo del crimine, accendendosi una sigaretta. Bussa ad un muro per capire se sia portante, apre rubinetti per vedere da dove l’acqua possa filtrare, sposta armadi e svita botole per seguire i suoi pensieri. Infine, quando la perizia è finita, afferma sereno e compiaciuto: “Ho capito tutto, procediamo!”. Da quel momento si apre il valzer di mattonelle da sradicare, trapani da azionare, polvere che si solleva verso l’infinito e oltre. Parte un concerto sinfonico di seghe elettriche, flash, aspiratori, strumenti di ogni dimensione e capaci di far stridere i denti al demonio! Ha una concentrazione impeccabile e la manualità di chi è del mestiere. Nell’offerta all-inclusive da lui proposta è contemplato anche l’intrattenimento della persona che ha commissionato il lavoro. Racconta aneddoti sulla propria vita da ragazzo ribelle, canticchia la canzone che a suo avviso è stata ingiustamente eliminata da San Remo, dà consigli su come gestire i risparmi di famiglia, fa una breve analisi della realtà socio-economica del paese, senza curarsi di celare le personali considerazioni politiche. Questo avviene senza che il Tuttofare smetta di lavorare. Le sue mani restano ben ancorate alla porta da piallare o al frigo da rianimare. Tuttavia il suo essere versatile oltre che multitasking lo induce spesso ad approssimare ciò che può essere approssimato. Il suo riparare si riduce talvolta ad un aggiustare alla meglio e, alla fine dell’impresa, con un sorrisetto colpevole che nasconde uno “Io speriamo che me la cavo!” mostra l’opera finita sillabando a gran voce: “Visto signò?! Co-me-nuo-vo!”

Antonella Fortunato

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