CULTURA

La mostra da Guinnes: quando il presepe è in un seme di canapa

“Presepi da Guinnes” è un’incredibile mostra di presepi tanto piccoli da dover essere guardati con il supporto di una lente d’ingrandimento e  un’altrettanto minuscola torcia. Le opere appartengono ad un artista che fece della fede in Cristo la sua ragione di vita e la massima ispirazione: Don Antonio Esposito. Conosciuto come “il sacerdote di Castellammare di Stabia” Don Antonio condusse un’esistenza tranquilla e ritirata, in linea con il suo carattere amorevole e riservato. Una riservatezza che lo ha portato a tacere, fino alla tomba, la sua grande abilità di artigiano della miniatura. Permetteva infatti solo agli amici e ai parenti più stretti di ammirare la dote da guinnes dei primati che possedeva! I suoi quarantacinque capolavori – di cui trentatré raffiguranti la natività e dodici la Divina Commedia – sono infatti stati messi a disposizione dell’incantato pubblico solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2007. L’uomo lavorò al suo progetto segreto per oltre trent’anni. Il suo primo presepe risale al 1941. Mentre la seconda guerra mondiale dilaniava interi popoli nell’ingordigia di un dominio da estendere su territori sempre più vasti, il mite sacerdote campano si rifugiava nel suo laboratorio per omaggiare la nascita e la vita, esaltando una bellezza inaspettata per quei tempi: la dimensione microscopica. Iniziò così a riempire gusci d’uova e di noci, piccole scatole, pietre incavate e portarosari di messaggi d’amore e di speranza.

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I suoi presepi, sebbene nello spazio di pochi centimetri e a volte millimetri, presentano tutti gli elementi tradizionali della natività: Madonna, Bambinello, San Giuseppe, bue e asinello, nonché capanna e scorci di Betlemme con tanto di palme, sentieri e sfondi tridimensionali in secondo piano. La profondità all’interno di un manufatto minuscolo è quello che più lascia basito il visitatore che, avido di dettagli, si appresta a cercarli armato di torcia e lente d’ingrandimento – gentilmente messe a disposizione dalle organizzatrici – assumendo le movenze di un curioso Sharlock Holmes. Le innovazioni di Don Antonio però non finiscono qui. Un’altra caratteristica dei suoi presepi è che, il più delle volte, Gesù si trova in braccio a Maria e non nella mangiatoia. Elemento singolare che richiama la corografia ortodossa e probabilmente rimanda all’attaccamento che lui stesso aveva nei confronti della sua defunta madre. La morte della mamma fu infatti il motore che spinse il sacerdote a rappresentare la natività nelle forme più impensabili e stupefacenti. Una lunga riflessione sulla precarietà dell’esistenza, combinata alla vocazione del sacerdozio, gli fece riscoprire il bisogno intimo di inneggiare alla nascita e all’amore per eccellenza, arrivando a celebrare la tenerezza materna con la fede del credente. Usava strumenti, da lui stesso forgiati, più piccoli e fini di quelli degli orologiai. Le tecniche impiegate richiedevano lunghi tempi di lavorazione: si pensi che i personaggi sono gocce di colore ad olio modellate e lasciate essiccare per mesi. La vegetazione è costituita da materiali naturali – aghi di pino, fili d’era, rametti sottilissimi – resi immuni dal tempo con procedimenti di cui si sa poco. Il sacerdote di Castellammare, infatti, non ha lasciato informazioni su come portare avanti la sua arte, sebbene restasse a prescindere dalle istruzioni un’impresa ardua. Ad ispirarlo poteva essere una noce di cocco – nella quale ha realizzato la sua opera più grande – una roccia dal taglio particolare e persino un semino di canapa che è considerato il suo capolavoro di piccolezza! I suoi lavori sono unici al mondo e diversi gli uni dagli altri.

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C’è solo un presepe che si ripete: quello realizzato nel 1992 in un geode spaccato in due. Una metà fu regalata da Don Antonio a Papa Giovanni Paolo II e oggi è conservata ai musei vaticani. L’altra si trova esposta nelle teche della mostra che sta portando le opere del sacerdote in giro per tutta l’Italia. L’esposizione è curata dall’associazione culturale “Progetto Sofia. Donne verso la bellezza”. Un’organizzazione di sette donne – un’imprenditrice, una giornalista, tre attrici e due scrittrici – tra i trenta e i quarant’anni, unite dalla passione per l’arte come espressione di bellezza. Tra loro c’è una parente del defunto artista che ha deciso di rendergli omaggio facendo conoscere al mondo la sua bravura. I presepi del sacerdote sono così stati eretti a simbolo e orgoglio di un’organizzazione tutta al femminile che preferisce essere riconosciuta per la tenerezza della natività piuttosto che attraverso qualsiasi rappresentazione della forza. La mostra si trova adesso a Napoli – via San Giovanni Maggiore Pignatelli 1B, aperta tutti i giorni ad eccezione del martedì, dalle 10 alle 14 e dalle 15.30 alle 19.30 – e vi resterà fino al prossimo febbraio. Successivamente i presepi da Guinness sbarcheranno in altre città italiane.

Antonella Fortunato

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