CULTURA

DALLA GENESI BIBLICA AL SIMPOSIO DI PLATONE: L’OMOSESSUALITÀ E L’ETEROSESSUALITÀ NEL CRISTIANESIMO E NEL PAGANESIMO

Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e disse loro:

“Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra[…]”.

Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.

Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. […] Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina.


Ecco due esempi di teogonia, di genesi, di creazione del mondo decisamente molto diversi fra loro.

Il primo è, probabilmente, più familiare al nostro orecchio. Si tratta di un passo della Genesi biblica, così come ce lo hanno insegnato a scuola nelle ore di religione: dopo aver creato il giorno e la notte, il cielo e le acque, la flora e la fauna, Dio completò l’universo con la creazione più perfetta che potesse concepire: l’essere umano. E lo fece uomo. E lo fece donna.

Due entità separate, ma allo stesso tempo imprescindibilmente unite. Ed effettivamente destinate a legarsi seconda la buona concezione cristiana. Il percorso che ci si aspetta da chiunque abbia ricevuto il battesimo, la comunione e la cresima è lo stesso per tutti: matrimonio, procreazione, morte. Non ci si può sbagliare. Non esistono vie di mezzo o sfumature di percorso; motivo per cui tutto ciò che rifugge dalla “norma” la Chiesa (o più spesso, una ricezione bigotta di questa) lo bolla come tabù o, peggio, eresia.

Il secondo passo citato appartiene invece alla mente di Platone, in particolare si tratta di un passo del Simposio. Per il filosofo greco, in principio le forme umane erano tre: l’uomo, la donna e l’ermafrodito.

Quest’ultimo, lo spiega lo stesso Platone, è caratterizzato dalla compresenza del sesso maschile e femminile, e non a caso presso i greci era denominato ἀνδρόγυνος, androgino, da ἀνήρ e γυνή, rispettivamente uomo e donna.

Ingelosito della loro perfezione, Zeus li divise, condannandoli ad essere delle “metà”.

Nessuna punizione che prevedesse lavorare con fatica o partorire con dolore, no. Ma la (forse ben peggiore) condanna all’eterno vagabondaggio, alla estenuante e ossessiva ricerca di quella perfetta metà, la metà della mela che possa completarli e riportarli all’armonia, all’equilibrio originario. Non in tutti i casi capita.

Facendo un po’ di calcoli, dunque, la metà-uomo andrà alla ricerca dell’altra sua metà-uomo, così come la metà-donna ha bisogno della sua metà-donna per essere in armonia. È da loro che nasce l’omosessualità, da quelle due uniche entità descritte nella genesi biblica e destinate a legarsi in un solo modo: Adamo con Eva e basta, non Adamo con un altro uomo ed Eva con un’altra donna, se fossero esistiti altri personaggi edenici creati dal Signore.

Così, paradossalmente, la visione cristiana canonica, o la cosiddetta “famiglia tradizionale” (con un termine oggi fin troppo usato) costituita da un uomo e una donna, l’unica accettata dalla Chiesa nella sua visione più “moralisticamente” osservante, è genitrice di uno dei tabù ancora oggi persistenti: l’amore omosessuale.

Altrettanto paradossalmente, l’ermafrodito, figura per la sua natura misteriosa indicata da sempre come mirabilia, creatura straordinaria in positivo o in negativo a seconda delle epoche storiche, l’ermafrodito nella sua condizione di metà va a creare la tensione e l’incontro tra un elemento maschile e uno femminile.

Lungi dal fare morali, il passo del Simposio e la Genesi biblica sono il risultato della storia, o meglio, sono una parte di essa, e con essa di una serie di convinzioni e categorizzazioni che col tempo l’uomo ha imposto a se stesso in maniera sempre più rigida, alimentando le divisioni tra i suoi simili; motivo per cui anche attraverso questa letteratura (religiosa, pagana o cristiana che sia, in quanto pur sempre di letteratura si tratta), testimonianza del nostro operato nel tempo, dovremmo semplicemente imparare a  riflettere.

 

Sara Di Leo

 

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