CULTURA

IL RASTAFARIANESIMO:UNA RELIGIONE DAL RITMO REGGAE

Il mondo lo conosce come la religione del grande Bob Marley, il frutto di una realtà lontana dalle tendenze occidentali, l’atto di fede di uomini e donne che hanno reso dread e marijuana il proprio stile di vita. Ma cos’è davvero il Rastafarianesimo?

Si tratta di un vero e proprio culto religioso ben lontano dall’idea di immoralità e trivialità che l’ignoranza sull’argomento ha seminato per troppo tempo. Contrariamente a ciò che molti pensano non è nato in epoche lontane dalla modernità, nelle tende di una tribù sperduta dell’Africa, ma è stato fondato negli anni ’30 del Novecento da un nobile etiope – Ras Tafari – eletto imperatore dalla propria nazione con il nome di Hailé Selaissié I.

Molti cristiani dopo la sua incoronazione hanno riconosciuto in lui, secondo quanto attestato dalle Sacre Scritture, il ritorno sulla terra del Messia Cristo. Legame dimostrato, a loro dire, in maniera inconfutabile dalla comune discendenza dalla tribù di Giuda: Hailé, infatti, sarebbe l’ultimo sovrano della dinastia di Davide. Per questo motivo la fede rastafariana viene considerata un’erede del Cristianesimo e le viene attribuito in un certo senso il compito di rivitalizzare il messaggio d’amore di Dio: se Gesù con la sua discesa nel mondo portò un nuovo capitolo alla religione ebraica completando la Bibbia con il Nuovo Testamento, per i rastafariani il Messia torna nelle vesti di Hailé per ribadire i precetti cristiani e preparare l’umanità al giudizio universale. Gli stessi titoli che vennero attribuiti a Ras Tafari erano di chiaro riferimento cristologico: Re dei Re, Eletto di Dio, Luce del Mondo.

Grande importanza, tuttavia, ha rivestito il movimento nazionalista etiope nell’affermazione di tale culto. Quest’ultimo infatti costituiva inizialmente la versione religiosa del movimento politico conosciuto come “Etiopismo”, il quale mirava a riunire sotto un’unica monarchia tutte le popolazioni nere che stavano tornando nelle proprie patrie dopo la secolare “Diaspora nera” o tratta degli schiavi. Progetto che portò l’Etiopia ad essere considerata la nuova Israele, la “Terra promessa” nella quale bisognava riunirsi nell’attesa del ritorno del Messia. I popoli africani vennero così guidati da Marcus Gavery – considerato a tal proposito dai rastafariani il nuovo Giovanni Battista, dunque il nuovo annunciatore della venuta messianica – sulla rotta di un’emancipazione socio-culturale e spirituale.

In seguito, intorno alla metà del Novecento, il Rastafarianesimo è uscito dai confini del continente nero per arrivare in Europa, America e Indie Occidentali. Oggi conta oltre un milione di fedeli in tutto il globo e il suo successo è sicuramente da ricondurre al potente mezzo che utilizza per arrivare alle masse: la musica reggae. L’antichissima tradizione etiopica ortodossa si riveste così dell’incalzante ritmo musicale, senza perdere però nella sua versione rastafariana i precetti base: la divinità di Cristo, la verginità di Maria, i 10 comandamenti del Sinai, la resurrezione dei corpi, l’immortalità dell’anima e tutti i dogmi della chiesa ortodossa. E’ inoltre da questa tradizione che il culto riprende la singolare pettinatura dei dreadlocks: treccine dure che fanno riferimento al voto del Nazireato – descritto nella legge Mosaica ma mantenuto soltanto dagli etiopi – che implica, tra l’altro, il divieto di assumere alcolici, uva e i suoi derivati, mantenendosi ancorati ad una dieta vegetariana. Si tratta di una sorta di pratica ascetica che attraverso l’astensione dal pettinarsi permette la consacrazione del proprio capo.

 

Non tutti i rastafariani sono però nazireni. D’altro canto lo era sicuramente il grande cantante giamaicano Bob Marley, che attraverso la sua musica e la sua calda voce seppe farsi potatore del messaggio teologico del Rastafarianesimo. Seguendo l’esempio di Ras Tafari e attingendo al proprio attaccamento alla madre terra africana cantò l’amore fraterno e l’uguaglianza dei popoli, la necessità di superare ogni pregiudizio razziale e condurre una vita all’insegna del rispetto reciproco e della libertà d’opinione. E’ considerato quasi un santo nell’ambito di questo culto per la sua grande umanità e coerenza esistenziale a ciò che predicava.

Pochi però sanno che, alcuni anni prima di morire per un carcinoma maligno al piede destro, Bob volle convertirsi al Cristianesimo e si fece battezzare alla presenza della moglie Rita e dei loro tredici figli. Lui, da buon rastafariano, non si era mai precluso l’opportunità di guardare alle altre religioni con il rispetto e l’intelligenza di un uomo di grande spirito nella consapevolezza che ogni forma di religione andasse intesa come una delle vie che riconducono a Dio.

Altra caratteristica del rastafarianesimo è sicuramente l’uso abituale che alcuni gruppi di questa fede fanno della marijuana. Un dato che va però analizzato con la consapevolezza della strumentalizzazione operata dai media sulla questione: l’uso di canapa è considerato una forma curativa e di pratica ascetica per distaccarsi dal mondo ed entrare in contatto con la propria interiorità ma non ha alcuna valenza edonistica, né può essere considerato una prerogativa caratterizzante del culto.

La “religione di Bob Marley” si sta diffondendo a macchia d’olio ma continua ad affascinare per la ventata innovativa che ha portato ad un argomento antico quanto l’uomo: una fede in cui ritrovarsi e per la quale migliorarsi.

Antonella Fortunato

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RASTAFARIANESIMO: TRA RELIGIONE E MODA

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