CULTURA

INTERVISTA A LEO ORTOLANI. TRA CINEMA E FUMETTI, IL PAPÀ DI RAT-MAN SI RACCONTA

Leo Ortolani è uno dei più affermati fumettisti italiani, creatore di Rat-Man e appassionato di cinema. Per la Bao Publishing ha recentemente pubblicato Cinema-Mah, una raccolta di recensioni poco ortodosse su alcuni dei film più famosi. Gestisce il suo blog (che potete trovare a questo link) dove periodicamente pubblica strisce, recensioni e altro. Noi di Metis Magazine abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lui. Di seguito l’intervista.
Metis Magazine: Essere un artista non è semplice e, forse, la “missione” diviene più difficile quando la vocazione di un artista si realizza in un mestiere vero e proprio. Qual è il rapporto che lei ha instaurato con il suo essere fumettista?


Leo Ortolani: In realtà, io non mi considero un artista, ma più un artigiano. Un “fumettiere”, più che un “fumettista”. Un “fumettiere” è come un panettiere, un carpentiere, gente che ogni giorno si alza e va a lavorare. Un artista è più uno che se ha un’idea si alza, sennò ciao. Quindi la mia non è una missione, è un mestiere. Che ho cercato di sviluppare e di migliorare con il tempo e le tavole. Poi possiamo parlare di vocazione, certamente, ma quella è solo una predisposizione che a volte resta inutilizzata, relegata a momenti eccezionali, nella vita di una persona, mentre forse proprio il lavorare continuo può trasformare una vocazione in qualcosa di più. Un mestiere, ma realizzato bene.

MM: Mi interesserebbe conoscere il processo creativo che porta un’idea a diventare un fumetto.

LO.: Anche a me. In realtà, vago come un’anima in pena, anche se ho un’idea, perché trasformarla in una storia richiede una fatica e una concentrazione che di rado un uomo sposato con figlie può sperare di ottenere. E non parlo di mezz’ora di concentrazione, o di due, cinque, sei , otto ore. Parlo di giornate intere, di una settimana di concentrazione, che ti permette di entrare nel flusso narrativo, di vedere i personaggi, di vedere i dialoghi, le gag, tutto quanto, come se fossero là e tu dovessi solo descrivere quello che vedi. Ecco, questa cosa qui è quella che ti porta a realizzare una storia a fumetti. Ma descrivere il processo, più che parlare di tasselli che si incastrano sempre meglio, a formare un “disegno narrativo”, non saprei. Credo sia una cosa che si realizza anche a livello istintivo. Animale. Viene da un luogo a cui tu, coscientemente, non puoi accedere. Quindi non puoi spiegare.

MM: Un fumettista affermato è, in genere, chiamato a presenziare a fiere del fumetto. Queste spesso divengono veri e propri fenomeni di costume, specchio della popolarità che il mondo “nerd” sta conquistando in questo periodo. Cosa pensa lei della ritrovata popolarità di tutto ciò che ruota attorno al mondo dei fumetti e non solo?

L.O: Non facciamoci ingannare. Ci sono tante cose belle, ci sono la fama, le fiere, tutto quanto. Ma la popolarità vera è da conquistare con il tempo. Dimostrando che non sei un bluff. Che sei affidabile. Che le tue storie non sono scritte e/o disegnate solo perché devi riempire un’uscita in edicola. Allora più che la popolarità, che ce l’hanno anche gli efferati assassini, hai il rispetto. Che è diverso. E resiste nel tempo e alle mode, perché è qualcosa di concreto. Dopo di che, possiamo parlare di popolarità in generale, ma spesso è legata al ritorno economico, quindi “si deve parlare o rendere popolare” qualcosa, perché venda. O perché vende, diventa popolare. E vabbè, mi sto incartando con la risposta, la chiudo qui.
MM: Internet è diventata una piazza importante che permette a giovani fumettisti di poter pubblicare, tramite blog personali e non, le proprie opere. Il caso più emblematico in Italia è forse quello di Zerocalcare. Anche lei ha un blog personale. Cosa l’ha spinta ad aprirne uno e come vede queste iniziative in relazione all’industria del fumetto.

L.O.: Ho aperto un blog per pubblicizzare le cose che facevo. A un certo punto ne facevo talmente tante che spesso “finivano sotto l’uscio”. Poi è diventato una palestra in cui ho buttato dentro idee, cose, per vedere l’effetto che facevano sui lettori. Adesso l’ho un po’ abbandonato, per via che di cose da fare ne ho moltissime e tenere un blog, una pagina face book aggiornate come alcuni amici riescono a fare, è dura. E’ un secondo lavoro. Ma per molti è in effetti un modo anche economico per arrivare a farsi vedere.

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FOTO MARCO VASINI

Solo che per tanti, tutto resta confinato lì. Perché puoi farti vedere finchè vuoi, ma i “like” non si traducono in copie vendute. Solo una percentuale, lo diventa. Perché mettere le cose in rete significa anche “bruciarsi”. Mostrare le carte che hai in mano. Lì e subito. E se non hai delle buone carte, nessuno ti dedica un minuto di tempo in più. Nemmeno, per dire, se poi migliori. Che con il tempo si migliora, se si lavora. E’ ovvio. Se avessi avuto un blog al tempo in cui è nato RAT-MAN, nel 1989, forse non sarei arrivato qui. Avrei già chiuso. Le primissime storie erano carine, ma il tratto era inguardabile. Sono passati 6 anni, prima che producessi un albetto da mandare nelle fumetterie. E quel primo albo, tirato in 3000 copie, mi costò 3 milioni di lire. Ecco, io credo che di fronte a certi costi, due domande te le fai, prima di pubblicare qualcosa. Un’autocritica te la concedi. Con internet, questo momento di riflessione su se stessi viene eliminato. E forse non è proprio un bene.

MM: Quando il cinema chiama, Leo Ortolani risponde e lo fa in maniera satirica e irriverente. Come nascono le sue parodie cinematografiche?

L.O.: Per gioco. Per divertimento. Perché se un film o una storia mi è piaciuta molto, mi viene su quella voglia di rifarla a modo mio, con i miei personaggi. Come quando, a scuola, si facevano le parodie delle opere letterarie mettendovi dentro, come protagonisti, i compagni di classe e i professori. Io ho tre parodie di STAR WARS che non leggerete mai, fatte in questo modo.

MM: Rat-Man è divenuto nel tempo uno dei fumetti di maggior successo sia sulla scena italiana sia su quella internazionale. Vorrei chiederle del suo rapporto con Rat-Man, come è nato e come si è evoluto nel tempo.

L.O.: Internazionale non direi. Non è mai stato pubblicato in maniera “seria” o “decisa” all’estero. Solo piccoli e deboli tentativi, in cui gli editori coinvolti non hanno saputo crederci fino in fondo. Quindi restiamo pure in Italia, che va meglio. Il mio rapporto con Rat-Man è quello che ha qualunque autore con il proprio personaggio. Padre-padrone. Poi c’è tanto affetto, eh? Ma alla fine deve fare quello che vuoi tu. E deve farlo bene. Altrimenti sono guai per entrambi.

MM: Parlando sempre di Rat-Man, quali sono state le fonti ispiratrici, magari anche letterarie, di cui si è avvalso per costruire la psicologia del personaggio?

LO: E vabbè, dai. Oh, grazie per le domande, anche belle, si vede che c’è stato un impegno dietro, ma la psicologia e le fonti letterarie, mi spiace, non ci sono state. Rat-Man fa brillare piccoli frammenti di quello che è il mio carattere. E succede per ciascun autore, nei confronti del proprio personaggio. Non vai a cercare psicologie all’infuori di te. Magari qualcuno lo farà anche, ma mi pare più una cosa da actor’s studio, che da scrittore. Uno scrittore scrive sempre di ciò che conosce. E siccome si conosce bene la propria, di psicologie, si attinge a quella. Vuol dire che io sono Rat-Man? No. E’ Rat-Man che è come me. In parte.

hobbit

MM: Qual è la storia di Rat-Man che porta più nel cuore, oppure una citazione emblematica che rappresenti il personaggio da lei creato.

LO: Una domanda che mi hanno fatto spesso, durante l’ultimo tour di presentazioni. Ho dato risposte evasive, ho puntato su storie qua e là, poi una volta mi ci sono fermato a pensare sul serio. Il risultato è stato che la storia più importante, di Rat-Man, per me, è l’intera saga che ho creato. Vent’anni di vita. Una cosa che solo adesso mi rendo conto essere mostruosa nelle dimensioni. E però anche bella.

MM: Per concludere, quali sono i rimpianti della sua carriera, se ne ha e quali, invece, le maggiori conquiste.

LO: Non ho rimpianti. Ho fatto le cose sempre al meglio delle mie capacità e possibilità del momento. In questo modo non ho mai rimpianto niente. Anche perché rimpiangere significa che sei rimasto fermo a un certo punto della tua vita, mentre io credo di essere sempre andato avanti, a vedere cosa arrivava dopo. Anche le conquiste, che posso dire? Ho conquistato lettori? Ho conquistato il successo? Niente che non venga messo continuamente in discussione a ogni storia. Se sei un autore di fumetti, se sei un fumettiere, sai che l’unica cosa che conta, per te, è quella storia che sta per nascere. Che devi raccontare. Forse il privilegio di poter fare questo mestiere è la conquista più grande.

MM: Il mio Post Scriptum a questa intervista forse la farà sorridere, ma volevo dirle che, in barba a tutti i detrattori, Prometheus spacca!!!

LO: Prometheus è stato flagellato dagli sceneggiatori, ma la visione di Ridley Scott, la capacità di messa in scena è fantascienza allo stato puro. Adesso aspetto il sequel.

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