CULTURA

LA PATRIA DEGLI EBREI

Accostare il termine “patria” al termine “ebrei” può  stridere. Infatti, il popolo della diaspora non ha un territorio di appartenenza: “La mia patria è la Bibbia” diceva Heine. E tuttavia, l’osservanza stretta alla propria religione, i rituali, la fede rendono gli ebrei consapevoli di essere un gruppo unitario. Lo aveva capito Theodor Herzl, quando nel 1896 scrisse :

“Noi siamo un popolo, un Popolo”.

whatsapp-image-2017-01-04-at-6-24-17-pmGiornalista di origine ebraiche, nato a Budapest e vissuto tra Vienna e Parigi, Herzl aveva avuto la grande intuizione che gli ebrei non fossero semplicemente gli occasionali aderenti ad una religione, come spesso venivano e vengono tuttora identificati, ma avessero un’identità ben definita. Herzl aveva capito che gli ebrei costituivano un popolo. E in quanto popolo avevano diritto ad un territorio, ad una patria che non fosse un ghetto: è ciò che promuoveva Herzl nel suo saggio programmatico “Der Judenstaat” (Lo Stato Ebraico), un’opera che ha tutto il sapore di utopia, se non fosse che sin dalle prime pagine si ammonisca il lettore a non considerarla come una “fantasia”, ma come “realtà”.

Herzl era serissimo riguardo al suo progetto e, quasi da tecnico, analizzava ogni aspetto che, a suo dire, dovesse sottendere alla creazione di uno Stato, uno Stato che fosse finalmente patria degli Ebrei.

Nulla era lasciato al caso (o almeno così sembrava all’autore): dalla costituzione di due società che facessero da “braccio” e da “mente” alla creazione del nuovo Stato (rispettivamente la Jewish Company e la Society of Jews), al problema del “trapiantamento” degli abitanti da un’area all’altra; dal numero di ore lavorative che un ebreo doveva svolgere, alla bandiera dello Stato.

E, ovviamente, la questione più importante di tutte: il luogo su cui far sorgere questo Stato. Per Herzl si potevano vagliare tre opzioni, tutte valide: l’Argentina, l’Uganda e, ovviamente, la Palestina, da sempre considerata dagli ebrei come territorio a cui ritornare dopo la venuta del Messia.

La grave pecca di Herzl fu non considerare la convivenza tra popoli e tra convinzioni culturali e religiose diverse: la futura convivenza in Palestina (per cui alla fine si propese tra le opzioni) tra ebrei e arabi, veniva risolta dall’autore del saggio semplicemente con una visione (fin troppo) ottimistica del tutto: gli arabi avrebbero ben accettato gli ebrei sul loro territorio, in quanto questi ultimi avrebbero apportato netti miglioramenti tecnologici. Un’affermazione che oggi, alla luce delle varie guerre intestine che quotidianamente lacerano il territorio del medio oriente, fa sorridere.

Il progetto di Der Judenstaat, appena pubblicato, divise le coscienze tra chi la considerava una follia e chi venne colpito dal carisma della figura di Theodor Herzl, tanto che nel 1897 a Basilea si tenne il primo congressi sionista.

Così parlava l’autore:  “Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una frase – che dovrei fare attenzione a non dire pubblicamente – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se oggi dovessi uscirmene esplicitamente in questo modo come risposta riceverei solo risate. Forse in cinque anni, al massimo in 50, chiunque lo riconoscerà.”

Non di molto si era sbagliato Herzl se nel 1948 l’ONU dichiarò la nascita dello Stato d’Isreale.

Dunque, ecco perché la visione di Herzl in Der Judenstaat, sebbene osteggiata dai fedeli più stretti per i quali prima della venuta del Messia non si può parlare di Stato Ebraico, è considerata da molti critici un’opera “profetica”.

Sara Di Leo

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