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LA TECNOLOGIA COME DIO:LE PROSSIME PASSWORD SARANNO I NOSTRI DNA

Negli ultimi mesi è andato sempre più profilandosi un mondo IT in cui la cyber-war non viene più rappresentata come un semplice tentativo di hacker di accedere alle info personali di comuni utenti; ma, al contrario, come un tema principale nella lotta spionistica fra stati e nel tentativo di gruppi criminali di avere accesso ai dati di multinazionali, banche, operatori di servizi.

Con l’ascesa dei Big Data e con la presenza di un numero di informazioni personali sempre più grande in rete, la richiesta di una maggiore sicurezza da parte dei consumatori si fa sempre più esigente.

I normali mezzi di sicurezza, però, non bastano più. Lo dimostrano i due breach di agosto e dicembre 2016 nella sicurezza di Yahoo; o i milioni di account di Linkedin hackerati nel 2012. Di solito queste informazioni rubate non si sa bene dove finiscano; ma è risaputo che molte di queste info vengano vendute al migliore offerente, magari su siti criptati nel dark-net, o personalmente da aziende o privati senza alcuno scrupolo.

Numerose aziende stanno investendo nella ricerca di metodi alternativi per mettere in sicurezza gli account degli utenti: si è arrivati così a metodi di riconoscimento che implicano più password, magari provvisorie, fornite tramite pennette USB o con codici inviati direttamente sul cellullare dell’utente. Questi ultimi metodi sono quelli più efficaci, ma non sempre applicati in maniera sicura ed effettiva, spesso per negligenza degli stessi utenti, molti dei quali ancora attaccati al vecchio metodo della password unica.

D’altronde, come dimostrato dalle ultime statistiche rilasciate da Linkedin, gli utenti non si distinguono davvero per acume nel scegliere le proprie password: si va dal milione di utenti che come pass-phrase usano ‘123456’, ad altre 500 000 persone che usano la parola ‘password’ o ‘linkedin’ per proteggere il proprio account.

Aziende come Google, dunque, stanno cercando di adoperare altre vie, che non mettano in difficoltà l’utente medio e possano identificare il proprietario dell’account in maniera facile e univoca.

Si è arrivati così all’opzione ‘biometrica’. Google e altre compagnie stanno proponendo metodi di riconoscimento che implichino il riconoscimento dei dati facciali, delle impronte digitali o addirittura dei comportamenti personali: si va dalle parole chiave usate, al battito del cuore, ai luoghi frequentati ai comportamenti più disparati in grado di riconoscere l’utente come individuo e proprietario.

Sebbene molti vedano nella ‘biometrica’ un grande passo verso il futuro e un sicuro mezzo per proteggere l’identità di una persona, altri invece contestano che anche quest’ultimo metodo possa essere hackerabile e non sicuro.

Lo hanno già dimostrato alcuni test di Darktrace (compagnia di cybersecurity britannica), i quali hanno evidenziato come sia facile duplicare un’impronta digitale o tratti facciali e inserirli in un sistema operativo, o come sia possibile tracciare e riprodurre dati di qualsiasi tipo riguardo ai comportamenti dell’utente. Sono inoltre emersi problemi pratici: in caso di menomazione o alterazione fisica/comportamentale dell’utente, quest’ultimo perderebbe l’unico accesso che ha ai suoi account per sempre.

In ultimo, come nel caso delle migliaia di info dai noi fornite alle multinazionali IT, si arriverebbe oggi a dare l’accesso dei nostri dati fisiognomici, comportamentali e genetici (si parla addirittura di DNA) a gruppi economici che già controllano il nostro mondo in larga parte, tramite monopoli e servizi tecnologici che di noi sanno tutto. Insomma, uno scenario in cui la tecnologia si erge a Dio, proteggendoci (o almeno rassicurandoci di farlo) e al contempo controllandoci nei minimi dettagli, sempre di più.

D’altronde, la venerazione con cui seguiamo le innovazioni o i nuovi prodotti propostici dall’alto, e l’accettazione supina certe volte di scelte strategiche (come potrebbe essere quest’ultima del passaggio dalle password ai riconoscimenti fisiognomici) appare evidentemente come un affidarci ancora una volta a qualcosa più grande di noi e che si spera possa condurci al meglio.

Fabio Cardetta

@copyright foto :

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