INTERVISTA A ENRICO BACCARINI, SCRITTORE, ANTROPOLOGO E STUDIOSO DI MISTERI

Il nostro pianeta è colmo di paesaggi meravigliosi, luoghi ricchi di storia e cultura, isole, mari e montagne circondate da un fascino indescrivibile che riempie gli occhi di chi li osserva e suscita sensazioni di pace e serenità. Esistono anche posti che invece suscitano un altro tipo di emozioni. Questi sono i luoghi avvolti dal mistero, scenari che fanno sorgere domande, che suscitano non pochi dubbi e fanno pensare: è umanamente possibile?

La lista dei posti ricchi di mistero nel mondo è lunghissima! Tra le mete più affascinanti c’è l’India che da sempre è oggetto di analisi di grandi studiosi. Tra questi incontriamo Enrico Baccarini,  giornalista pubblicista, scrittore e documentarista. Ma Enrico è molto più di questo. Il suo particolare interesse per gli enigmi storici e il variegato mondo dell’insolito rendono le sue ricerche  davvero avvincenti. Ha compiuto studi di indirizzo psicologico e antropologico. E’ stato membro fondatore del Comitato Interdisciplinare per le Ricerche Protostoriche e Tradizionali (CIRPET) e co-fondatore della rivista associata Archeomisteri, I Quaderni di Atlantide.  Membro del Centro Ufologico Nazionale (CUN) con incarichi direttivi ha  anche collaborato con Notiziario UFO per l’Editoriale Olimpia di Firenze, con Ufo Notiziario per la Acacia Edizioni, Archeomisteri, Gli speciali dei misteri, HERA e i Misteri di HERA. 

Sia in Italia che all’estero, ha presentato relazioni sulle fenomenologie dell’insolito (misteri del passato, psicologia dell’insolito e anomalistica, ufologia, etc.) in numerosi congressi scientifici nazionali e internazionali. Nel 2012  ha partecipato alla trasmissione Mistero su italia 1,  il noto programma che tratta di argomenti afferenti all’ambito dell’ufologia , del paranormale, del misticismo, delle teorie del complotto ed in generale della pseudoscienza.

Attualmente è direttore della nuova edizione di HERA Magazine, un bimestrale di misteri archeologici e titolare di Enigma Edizioni (www.enigmaedizioni.com)

E’ autore di numerosi libri tra cui i I Vimana e le guerre degli Dei. (Ed. Enigma, 2015) e  Le foglie del destino. Storia, fascino e mistero dei Naadi Shastra 5000 anni di divinazione indiana (Ed. Enigma,2016).

 

Seguendo i suoi studi, le sue pubblicazioni e conferenze, è evidente quanto grande sia il suo fascino per la cultura indiana. Come nasce questa sua passione?

Il fascino e la curiosità verso la cultura Indiana nascono da quando ero bambino, soprattutto per quell’aura di mistero e meraviglia che l’Oriente e in particolar modo l’India sembrano emanare da tempo immemorabile. Nel corso del tempo ho intrapreso un percorso universitario in psicologia e l’incontro con l’antropologia culturale ha risvegliato in me quel fascino sopito da tempo. Tentando di dare risposta a molte domande non riuscivo a trovare le risposte che cercavo e così ho iniziato lentamente un percorso personale di studio e riscoperta di ambiti che, in Occidente, sembravano non aver risvegliato ancora l’interesse e la curiosità di molti studiosi. Ho tentato quindi, nel rigore e nella massima serietà della ricerca, di indagare personalmente queste realtà recandomi svariate volte in quei luoghi e cercando di far emergere la vera storia di queste terre, lontano da qualsiasi pregiudizio o costrizione occidentale. Ho sempre sentito in me un richiamo profondo verso questi luoghi e le sue culture, quasi alla ricerca di quelle risposte che da molto tempo mi angustiavano. Penso non riuscirò mai a trovarle ma quantomeno sono certo di avere intrapreso un cammino che mi ha permesso di aprirmi a nuovi modi di vedere il mondo e la propria interiorità, un percorso che ritengo ognuno di noi intraprende nel corso di quel viaggio che è la propria vita.

Quasi 5000 anni fa, la civiltà della valle dell’Indo viveva il suo massimo splendore. Estesa su una superficie di oltre un milione di chilometri quadrati nei territori che oggi appartengono al Pakistan, all’India nord-occidentale e all’Afghanistan orientale, fu una delle prime e più importanti culture urbane dell’antichità risalente probabilmente a 9000 anni fa. Cosa è accaduto a questa civiltà e perché si è estinta?

 Risposte certe ancora oggi non ne possediamo, la stessa archeologia sembra brancolare nel buio alla ricerca di responsi. Sappiamo che la Civiltà della Valle dell’Indo ebbe i suoi primi insediamenti nel Belucistan, a confine tra le odierne Pakistan e Afghanistan, e i ritrovamenti archeologici di Mehrgarh collocano queste realtà in un’epoca estremamente remota, l’8500 a.C. La civiltà dell’Indo, o Harappa che dir si voglia, si espanse ed estese fino al 2000 a.C. circa quando improvvisamente scomparve dalla storia lasciando oltre un migliaio di città totalmente spopolate e senza apparenti tracce di un evento che potesse aver condotto a tale fuga. Si consideri che la città di Mohenjo Daro possedeva una popolazione di circa 100.000 abitanti, un numero veramente esorbitante per il periodo storico di cui stiamo parlando ma di tutta questa popolazione sono stati ritrovati solamente 43 scheletri! L’ipotesi più accreditata è che fosse avvenuto un conflitto di grandissime proporzioni, quella stessa guerra descritta in poemi epici come il Mahabharata e che tale realtà avesse portato alla fuga questo popolo.  Più che di estinzione parlerei quindi di esodo di massa. Verso il 1500 a.C. circa ritroviamo nel nord dell’India quella che sarà conosciuta come la civiltà dei Veda, antesignana del moderno induismo. Della civiltà Harappa sono state scoperte intere città così come tavolette il cui alfabeto rimane ancora indecifrato (e che risulta quasi speculare al Rongorongo dell’Isola di Pasqua) mentre della civiltà vedica possediamo solo i testi sacri, i Veda appunto, ma nessun insediamento urbano. L’ipotesi più accreditata è che a seguito di un evento bellico estremamente esteso e devastante, unito a cambiamenti climatici, la civiltà Harappa avesse letteralmente abbandonato le proprie città fuggendo nell’India del Nord. La guerra che potrebbe aver causato tale fuga sarebbe da ricercare in epiche come quella del Mahabharata.

Quale antico sapere è custodito tra India e Pakistan?

 Un sapere che affonda alle stesse origini della nostra civiltà e della nostra storia e che sembra mostrarci come nel più remoto passato la specie umana avesse raggiunto vette ineguagliate di spiritualità e conoscenza. Non è possibile avere una conoscenza globale di quelli che furono questi “saperi” ma indubbiamente attraverso i testi sacri indiani si è potuto recuperarne una parte che riguarda sia un aspetto tecnologico che spirituale. Non a caso questa evidenza ha risvegliato l’interesse di moltissimi studiosi e dello stesso Primo Ministro indiano che in più occasioni ha più volte e pubblicamente affermato come nell’India più antica esistessero macchine voltanti denominate Vimana o tecnologie estremamente avanzate così come confermato da numerose Università indiane.

 Cosa sono i veda e cosa ci raccontano ?

 I Veda sono i testi sacri indiani, ovvero il più antico testo religioso conosciuto nella storia umana. Al suo interno sono contenuti i massimi precetti dell’Induismo ma attenti studi compiuti da almeno 30 anni stanno facendo emergere un altro lato di questi scritti ovvero l’evidenza che al loro interno sono state custodite conoscenze di tipo prettamente tecnico e scientifico estremamente avanzate, tali da stravolgere totalmente le nozioni moderne.

Potremmo dire che siano antichi almeno 6000 anni ma è una stima del tutto aleatoria, molto probabilmente e verosimilmente stiamo parlando di epoche che toccano quantomeno i 10.000 se non i 12.000 anni fa. Per quanto possano sembrare assurde sono stime che possiamo desumere dagli stessi scavi archeologici (considerando ad esempio che Mehrgarh risale all’8.000 a.C.) così come dai riferimenti astronomici contenuti nei Veda stessi. Le tradizioni indiane si riferiscono a questo corpus dottrinale come al Sanathana Darma ovvero “la tradizione eterna” e chiamano i propri testi sacri con il termine Itihasa che letteralmente significa “ciò accadde veramente” intendendo che le informazioni e gli eventi descritti al loro interno sono reali e accaddero davvero. La ricerca sta infatti portando verso questa direzione.

 Lei è autore di un libro “Le foglie del destino. Storia, fascino e mistero dei Naadi Shastra 5000 anni di divinazione indiana’’ (Ed. Enigma, 2016), un’opera che parte da una sua personale esperienza divinatoria. Che cosa sono “le foglie del destino’’ e cosa ci può raccontare di questa sua personale esperienza?

Le Foglie del Destino sono il più antico sistema divinatorio conosciuto nella storia umana e sono una parte di quel retaggio sapienziale che la tradizione indiana ha conservato nei millenni. Secondo le più antiche tradizioni, all’alba dei tempi, un gruppo di uomini Saggi e illuminati, i Rishi, dopo intense pratiche spirituali sarebbero riusciti alle pendici dell’Himalaya a “penetrare” oltre il confine della coscienza e ad apprendere conoscenze riguardanti gli eventi presenti, passati e futuri di ogni individuo che avrebbe visitato l’India.

La lettura delle foglie, ovvero del destino dell’individuo, inizia fissando un incontro con un anticipo di circa due settimane. Giunto il giorno prestabilito, e prima che la cerimonia abbia inizio, a tutti i convenuti viene chiesto di imprimere su piccoli fogli di carta l’impronta digitale del pollice, il destro per gli uomini mentre il sinistro per le donne, assieme al proprio nome.  Nella lettura Naadi Shastra le impronte sono codificate in 108 macro categorie.

Effettuata questa procedura il passo successivo è stabilire quale sia la corrispondenza dell’impronta del soggetto con quelle codificate dal sistema Naadi. Trovata la corrispondenza e il gruppo di appartenenza inizia la ricerca della corrispettiva foglia di palma del soggetto.

Il procedimento può essere molto lungo, a volte può richiedere un’intera giornata, ma è sempre scandito da due diverse fasi: la prima in cui il lettore Naadi, grazie all’impronta digitale fornita all’inizio, identifica un certo quantitativo di foglie di palma che corrispondono a quelle del soggetto in esame, mentre la seconda fase in cui, attraverso la partecipazione del soggetto stesso, il lettore pone una serie di domande per identificare la foglia specifica corrispondente all’individuo. Selezionate le potenziali foglie, il lettore fa accomodare il soggetto in un’altra stanza per dare inizio alla seconda fare della scrematura. È così che inizia un viaggio affascinante all’interno della propria sfera vitale, un percorso che può cambiare la propria coscienza, migliorarla, trasformarla!

Per quanto la nostra civiltà occidentale abbia sempre sbeffeggiato questo tipo di realtà è indubbio che i risultati osservabili non possono, ne devono, essere attribuiti al mero caso.  Personalmente ho potuto effettuare in India questa procedura alcuni anni fa e ho potuto constatare personalmente e con i miei occhi la genuinità di questo sistema. Oltre a sentirmi pronunciare i nomi precisi dei miei genitori, del tutto ignoti ad un bramino indiano distante migliaia di chilometri dalla mia casa,  ho potuto ascoltare dalla bocca di un uomo mai visto prima in vita mia la descrizione di eventi specifici della mia vita, alcune volte noti solo a me, ma che erano scritti sulla foglia di palma che quell’individuo teneva tra le mani. Queste sono le Foglie del Destino, penso che tentare di comprenderle porterebbe a risultati poco edificanti per la nostra mente occidentale. Gli indiani affermano che si debba cogliere il loro senso come un “consiglio” per vivere meglio, poi consterà ad ognuno di coloro che riceverà la propria lettura far tesoro, o non seguire, quanto scritto in questo antichissimo sistema divinatorio.

Ci sono alcune divinità indiane chiamate Avatar, descritte con la pelle dal colore blu. Delle divinità o degli alieni hanno abitato la valle dell’Indo?

Forse. Le certezze sono sempre le ultime ad arrivare e rispondere ad una domanda del genere comporterebbe necessariamente di possedere prove inoppugnabili a riguardo. In questo caso abbiamo prove indiziarie, estremamente numerose al punto tale da costituire dei segni quasi certi che in quelle terre interagirono esseri probabilmente non di origine terrestre. In un antichissimo testo indiano, il Padma Purana, si afferma che nel cosmo esistono almeno 400.000 specie simili all’uomo. Parallelamente la religione induista ci dice che sono esistite “divinità” che viaggiavano di pianeta in pianeta per portare la civiltà o i loro insegnamenti. A questo si affiancano testi estremamente antichi al cui interno sono state celate e custodite conoscenze tecnologiche che solo in tempi recenti alcune Università hanno tentato di ricreare riuscendoci integralmente. Se non siamo davanti a prove direttamente riconducibili ad esseri provenienti da altri mondi, indubbiamente e indirettamente numerosissimi indizi sembrano portarci, anche, in quella direzione.

E’ un caso che molti popoli dell’antichità ci parlino delle stesse divinità dalla pelle blu?

 Non è un caso e potrebbe indicare un ulteriore legame comune che in maniera sottesa collegò svariati popoli e civiltà del nostro passato. Anche in questo caso è quasi impossibile dare risposte certe perché la ricerca su certe tematiche è ancora agli albori ma penso che in un futuro riusciremo sicuramente ad avere molte più certezze e ancor più a riscrivere la storia del nostro pianeta, troppo spesso dettata dai “vincitori” e pochissime volte emersa invece nella sua reale natura.

Qual è il suo pensiero sull’ipotesi di un intervento alieno sul genoma umano?

Per quanto riguarda la questione in generale penso altamente plausibile che in un remoto passato esseri provenienti da altri mondi abbiano interagito e modificato il nostro DNA al fine di modificarlo e renderlo funzionale ai loro interessi o scopi. Per quanto riguarda invece l’ambito indiano la questione è un po’ differente. In queste tradizioni infatti non esistono uno o più esseri “creatori” che come con la biblica argilla plasmarono l’uomo. In India infatti la nostra specie è considerata frutto di una evoluzione molto simile a quella darwiniana, con alcune piccole differenze, e quindi non è possibile ritrovare gli stessi criteri le medesime particolarità riscontrabili nelle tradizioni occidentali. Questo ovviamente non implica che non vi siano state delle “manipolazioni genetiche”, semplicemente questo discorso non può essere applicato al caso indiano se non in specifici e mirati frangenti come la creazione dei 100 fratelli Kaurava avvenuta per combattere la famosissima guerra descritta nel Mahabharata, creazione che avvenne (per stessa ammissione del testo) attraverso uteri artificiali e un sistema di fecondazione simile a quello del moderno innesto genetico.

Ultima domanda: Consiglierebbe a tutti un viaggio al Tempio di Vaithiswaronkoil (India) per consultare ‘’ Le foglie del destino ’’ o crede che sia un viaggio solo per predestinati?

Nessun è predestinato e chiunque avrà la possibilità di potersi recare a Vaithiswaronkoil per leggere la propria foglia, secondo la tradizione indiana, significherà che era giunto il suo momento per consultarla. Penso che ognuno di noi sia artefice del proprio destino e che nel nostro percorso possiamo incontrare persone o realtà in grado di farci capire, o migliorare, la strada intrapresa. Consta solo a noi decidere se voler ascoltare questi messaggi oppure no!

 

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