Gli occhi innocenti della follia: storie di donne rinchiuse nei manicomi

Venivano rinchiuse nei manicomi perché erano troppo emancipate, eccentriche, amanti del sesso o semplicemente perché avevano “osato” denunciare le percosse subite da mariti e parenti all’interno delle mura domestiche: è la storia delle tante donne che a partire dalla seconda metà del 1800 vennero rinchiuse nei manicomi e sottoposte ad atroci trattamenti che pian piano le portarono alla morte.

Affette da patologie psichiatriche che il più delle volte erano frutto di vere e proprie invenzioni, umiliate sia fisicamente che moralmente: i volti, le voci e le storie di queste donne, una volta varcata la soglia del cancello che le avrebbe condotte verso l’internamento permanente, sono andate pian piano perse.

Nessuno si è più ricordato di loro per molto tempo né ha pensato di riesumare quegli archivi zeppi di cartelle cliniche che il più delle volte nascondevano dietro diagnosi come: “pazzia degenerativa”, “pazzia morale” o “madri snaturate” motivazioni ben più inquietanti.

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Spesso, infatti, erano i mariti che, volendosi rifare una nuova vita, in un periodo in cui il divorzio era socialmente, moralmente e giuridicamente inaccettabile, sfruttavano le debolezze di quelle donne che gli erano state accanto per decenni bollandole, senza giri di  parole, come pazze e non adatte alla vita sociale.

La psichiatria, poi, non essendo, all’epoca, una scienza medica ben conosciuta fece la sua parte. E il risultato di quanto fatto a centinaia di donne lo si può constatare, in modo netto, analizzando le cartelle cliniche contenute negli archivi dell’Ospedale Sant’Antonio Abate di Teramo, un vero e proprio scrigno degli errori al cui interno sono custodite le storie di tutte quelle donne condannate a morte solo perché non rispettavano il canone femminile all’epoca socialmente accettato.

E’ il caso di Adelaide D. la cui patologia psichiatrica si sarebbe sviluppata subito dopo il morso di un gatto o di Antonia, la prima donna ad essere internata nel manicomio di Sant’Antonio Abate perché affetta da “idiozia”.

La giovane varcò il cancello della struttura psichiatrica nel 1881, quando aveva solo 26 anni, e ne uscì morta 14 anni dopo, senza avere più avuto la possibilità di rivedere i suoi cari.

La morte verrà attribuita a un’infezione acuta della pella ma è cosa ben nota che nei manicomi dell’epoca più che dispensare cure, il personale medico era dedito a vere e proprie pratiche di tortura.

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Lobotomia, doccia fredda ed elettroshock sono solo alcune delle crudeli pratiche a cui i pazienti venivano sottoposti.

Anche le gabbie di legno all’interno delle quali erano rinchiusi quanti non potevano permettersi di pagare un’”adeguata” retta , erano strutture che di frequente, nei manicomi, venivano adibite a stanza.

In molte di queste, infatti, vennero ritrovati dei giacigli di paglia sui quali le pazienti erano costrette a dormire per anni, per non parlare del bagno improvvisato, vera e propria latrina presente sempre all’interno della gabbia e che veniva pulito molto di rado.

Pare un dato di fatto che, nei manicomi di inizio secolo, non bisognava dare per scontato né umanità e né dignità.

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Quello dell’Ospedale Sant’Antonio Abate di Teramo, infatti, non è un caso isolato.

Sono tante le strutture sparse per il mondo in cui le donne venivano imprigionate solo perché rifiutavano di aderire ad un modello sociale che, secondo gli uomini del tempo, avrebbero dovuto interiorizzare e osannare come fosse la lettura di un testo sacro.

La loro esclusione, quindi, constava di due fasi: sociale e fisica.

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Anche durante i regimi totalitari che hanno caratterizzato la storia del ‘900, le dissidenti politiche, le donne lesbiche, le testimoni di Geova e coloro che dimostravano di non rispettare quanto imposto dai rispettivi governi venivano rinchiuse in strutture d’igiene mentale dalle quali, nella maggior parte dei casi, non  riusciranno più ad uscire.

Molto spesso, ad essere internate erano anche tutte quelle donne che, non avendo potuto concepire, venivano prima bollate come “malate” dai rispettivi mariti e successivamente accusate di non essere state in grado di assolvere all’unico, importane compito che spettava loro: generare prole.

Con diagnosi borderline, sempre al confine tra il socialmente accettabile e il patologico, queste donne venivano dapprima umiliate e poi segregate all’interno di ospedali psichiatrici fatiscenti dai quali imploravano, invano, di avere una seconda chance.

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Valentina Nesi

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