CULTURA

LA DONNA SIMBOLO DELL’AMARO LUCANO, ECCO DI CHI SI TRATTA?

Quando parliamo di Amaro lucano subito ci viene in mente quel famoso slogan della pubblicità: «Cosa vuoi di più dalla vita? Un lucano», ci viene in mente il sapore unico di una ricetta il cui ingrediente fondamentale è ancora un segreto, ma che ci fa anche ricordare l’immagine di un’etichetta che è diventata simbolo di qualcosa che può essere definito vero e proprio “patrimonio nazionale”.

Ci appare la figura di una donna bellissima, vestita da Pacchiana ( tradizionale costume di Pisticci, un paesino della Basilicata ndr), ma di chi si tratta? Chi è quella donna che ha attratto così tanti italiani?

Partiamo dal principio.

A Pisticci, un piccolo paese della Basilicata, nel 1894 Pasquale Vena, un pasticciere esperto, crea un liquore dal gusto unico e particolare, non amato da tutti ma quasi. Un amaro che è il risultato dell’unione di 30 erbe officinali, tra le quali ricordiamo l’assenzio, la genziana, il sambuco, l’angelica, con l’aggiunta poi di un ingrediente ancora sconosciuto e che ha reso il suo gusto inconfondibile.

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Forse ci piace immaginare quell’uomo che nel retrobottega della sua pasticceria coltiva la sua passione per i liquori e che da più di 100 anni, ormai, si è trasformata in un simbolo per l’Italia e per una regione che per certi versi è sempre rimasta nell’ombra.  Un gusto morbido ed equilibrato e con una gradazione di 28º , ma dire questo non basta. E se il segreto del suo successo non sia solo il gusto, ma anche il simbolo della sua etichetta?

Infatti, è arrivato il momento di parlare di quella donna vestita da Pacchiana. Per essere più precisi era una signora del popolo, appartenente al ceto contadino-artigiano, il cui vestito si componeva del sottogonna (u suttanin ndr),della gonna (a stuan ndr), del grembiule (u’snal ndr), dal sottocamicia (a lanett ndr), dalla camicia (a cammis ndr), di una sciarpa con il pizzo (a sciarpett ndr) ovvero una stola che terminava  a punta, abbottonata a metà del corpetto dietro la schiena, e attraversata centralmente da un nastro nero stretto (u lutt ndr), e dal corpetto (u sciupp ndr) ricamato con fili d’oro. Come ornamenti portava orecchini a cerchi incrociati (li circièdd ndr), un pentaglio (u birlòcc ndr), una spilla molto evidente (a spìgnila ndr), l’anello nuziale e quello di fidanzamento.

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Il mito vuole che si trattasse di una ragazza appartenente alla famiglia D’Avenia che risiedeva in Terravecchia (la parte più antica del paese ndr) e che fra le donne era considerata la più bella. In fondo ci ricorda una fisionomia tipica di quei tempi, ma una bellezza, tuttavia, ancora attuale che ci ricorda un po’ Sofia Loren, con quel físico prorompente e i capelli raccolti.

Non sapremo mai, forse, di chi si tratta  ma poco ce ne dovrebbe importare.

Non sempre dare un nome alle cose significa conoscerle per davvero, e in questo caso, probabilmente, assegnare un nome a quella ragazza spegnerebbe la magia, l’immaginazione, il mito che gira intorno alla sua storia. Ci basti sapere che quella donna ha cambiato la storia di un paese, è stata simbolo di una cittadina ed ha fatto in modo che una cosa semplice come un liquore si tramutasse in qualcosa di amato, riconoscibile, e apprezzato.

Milena D’Alessandro

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