CULTURA

MATRIARCATO: POTERE ALLE DONNE

Il matriarcato ha origini preistoriche ed è una forma di organizzazione sociale in cui a detenere il potere economico e politico dell’intera comunità sono le donne più anziane.

Contrariamente a quello che si potrebbe credere, infatti, l’idea della “superiorità maschile” e la conseguente presa di potere dell’uomo sulla donna non risale al tempo dei primi ominidi. I neolitici erano, in realtà, convinti sostenitori del ruolo centrale delle madri, in quanto generatrici di vita, all’interno delle dinamiche del gruppo. A quel tempo non si aveva ancora coscienza della relazione di causa-effetto tra il rapporto sessuale e il concepimento, motivo per il quale le donne venivano considerate le uniche capaci di procreare. Di conseguenza fu la scoperta della paternità a togliere tale privilegio e la sacralità al mondo femminile.

Nel Neolitico gli uomini dovevano occuparsi dell’approvvigionamento del villaggio, attraverso la caccia, e della sua difesa dagli attacchi delle fiere. La loro perenne assenza dal luogo in cui si sviluppava la rete sociale fece sì che ad essere più indicate nel ruolo di organizzatrici fossero le loro madri e le loro mogli. Queste restavano quotidianamente a contatto con il resto della comunità e   ne mantenevano l’ordine e l’armonia.

Una delle prime società matriarcali è stata quella delle Amazzoni. Abitavano le steppe a est del Don, nel Caucaso,  in Libia e a nord dell’Anatolia. Erano donne fiere e libere che si distaccarono dalla società patriarcale pur di non doversi sottomettere alle imposizioni maschili, nonché guerriere irriducibili e molto spesso vittoriose. La loro piena indipendenza dall’uomo – a partire dall’ambito sessuale viste le loro tendenze lesbo o, se non altro, bi-sex – le ha rese agli occhi del mondo occidentale una sorta di leggenda. Molte storie che le riguardano sono state tramandate dalla mitologia greca e questo ha contribuito a farle sfumare nell’incertezza del mito.

Di particolare interesse è la comunità indonesiana dei Minangkabau. Si tratta di una società d’ordinamento matriarcale che però, allo stesso tempo, si professa di religione musulmana. Dato di fatto che a colpo d’occhio appare come una contraddizione in termini, se si considera come la fede professata da Maometto si basi sulla centralità del ruolo maschile nell’organizzazione religiosa e civile del potere. Tutt’oggi molti studiosi si interrogano sulle possibili motivazioni di un paradosso così evidente.

matriar

L’unica cultura matriarcale della Cina è invece costituita dai Mosuo, ancora esistente. Il piccolo gruppo etnico conta circa 50.000 membri. Il rapporto uomo-donna è paritario. I matrimoni sono quasi inesistenti e vige la totale libertà sessuale. Sono le donne a portare avanti l’organizzazione sociale e a occuparsi dell’educazione della prole. Si segue la matrilinearità: l’eredità del ruolo di capo-famiglia con i suoi conseguenti doveri e poteri  si tramanda di madre in figlia. All’età di tredici anni le ragazzine vengono iniziate al mondo degli adulti con la cerimonia di vestizione della gonna e i ragazzini del pantalone. Da quel momento in poi possono cominciare a intessere relazioni anche con l’altro sesso.

Le femmine del gruppo hanno diritto ad una stanza propria, indipendente dalla famiglia, dove possono ospitare i propri “amici” – ovvero gli amanti – senza che le madri  interferiscano con la loro scelta di vita. La sessualità è infatti considerata un settore strettamente individuale. Ognuno può scegliere come gestirsela senza temere il giudizio altrui che, tra l’altro, nella comunità dei mosuo non è affatto un problema: nessuno sente il bisogno di alzare critiche verso gli altri.

I ragazzi non hanno una stanza per sé in quanto devono trovare un’amica che li ospiti. In caso contrario dormono in camera con lo zio: l’unica figura maschile di ogni famiglia. I padri infatti, non essendo contemplati nell’educazione dei figli, non restano nelle case delle donne con i quali li concepiscono. Ogni uomo fa delle visite notturne alla sua amante per poi tornare presso la propria casa, sotto la guida della madre a far da “tutore” ai figli delle sorelle. Non ha dunque legami con i bambini nati dalle sue relazioni, per i quali dopo la procreazione non viene più preso in considerazione, ma con i  suoi nipoti.

Un’organizzazione familiare, dunque, molto diversa da quella occidentale. In essa i casi di stupro, infanticidio e litigi tra i membri sono rarissimi se non inesistenti. Gli anziani sono venerati e nessuno osa neppure immaginare di abbandonarli. I bambini sono considerati sacri e la loro tutela è lo scopo centrale di tutto il clan. I giovani, subito dopo la cerimonia d’iniziazione, hanno tutti i diritti decisionali sulla propria vita. Esiste un grande dialogo tra le capo-famiglia e il resto del gruppo e non c’è alcuna imposizione sulle volontà degli altri. La fine di una relazione d’ “amicizia” non viene vista in maniera apocalittica come nelle società patriarcali. Anzi, se la donna decide di troncare il rapporto, l’uomo si mette subito alla ricerca di una nuova “amica” con la quale passare la notte e lo fa senza sentirsi minacciato nella propria virilità.

Antonella Fortunato

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