ATTUALITÀ

NASCERE SCHIAVE: LA DONNA AFGHANA

Essere donne e al contempo mamme, lavoratrici, appassionate di sport o di musica, svegliarsi al mattino e farsi belle, decidere di partire da sole per un week-end di relax o semplicemente uscire di casa per fare una passeggiata, sono tutte cose che ci sembrano normalissime e che diamo per scontate.

C’è, però, un Paese in cui le donne al mattino si svegliano e l’unica cosa che hanno il permesso di fare è quella di diventare invisibili, di nascondersi dietro il loro burqa, stando attente a non mostrare neanche un centimetro di pelle scoperta, pena: la lapidazione.

Questo Paese è l’Afghanistan dove ancora oggi, per alcune donne, nascere è una vera e propria condanna. Dalla presa di potere dei Talebani, nel 1996, le loro condizioni di vita sono precipitate rovinosamente fino ad annullarne la dignità in tutto e per tutto.

Con il passare degli anni, anche dopo la caduta dei talebani, in molte aree rurali del paese, la situazione per le donne afgane non è cambiata.

Loro, per il regime talebano, sono solo un mezzo per procreare, per soddisfare i bisogni sessuali dell’uomo e per compiere lavori domestici.

Questa discriminazione dovuta “per volere di Allah” si basa su un’errata  interpretazione del versetto 2:223 del corano, che dice: “Le vostre spose per voi sono come un campo. Venite pure al vostro campo come volete, ma predisponetevi; temete Allah e sappiate che Lo incontrerete.”

La sua interpretazione, da parte dei fondamentalisti islamici, si è tradotta in modo macabro rendendo la donna schiava dell’uomo, priva di ogni diritto e possibilità di decidere della propria vita e di poter fare di se stessa ciò che vuole.

burqaLe donne non possono lavorare fuori casa, in nessun ambito, anche perché non possono uscire se non accompagnate da un mahram (un parente stretto di sesso maschile ndr).

L’istruzione per loro è un miraggio, come anche il diritto alle cure o semplicemente l’incontrare un’amica per scopi ricreativi. Possono indossare solo un burqa che le copre da capo a piedi e che deve essere di colore scuro, perché le tinte vivaci sono ritenute dai talebani “sessualmente attraenti”. Le donne non possono ridere o parlare ad alta voce, nessuno le deve sentire e anche i tacchi sono proibiti perché producono suono e un uomo non deve sentire i passi di una donna.

Le case sono delle vere e proprie prigioni con finestre dipinte per fare in modo che esse non siano viste dall’esterno e in cui vivono tra violenza e paura che le porta, spesso, a forti depressioni che quasi sempre sfociano in tentativi di suicidio.

Di recente sono stati accesi i riflettori anche sugli abusi sessuali che queste donne sono costrette a subire: ogni anno in centinaia sono sottoposte, contro la loro volontà, ad esami vaginali e rettali molto invasivi atti a dimostrare la loro verginità e spesso ciò accade di fronte a molti uomini. Vittime di queste pratiche sono anche le ragazzine di appena 13 anni e spesso questi esami, che non hanno alcuna valenza scientifica, vengono effettuati per essere usati come raccolta di prove nei tribunali.

Tutto ciò viene fatto per appurare l’esistenza di presunti rapporti sessuali che una donna avrebbe avuto fuori dal matrimonio e per i quali potrebbe essere pubblicamente lapidata oppure potrebbe finire in carcere e giudicata colpevole di reati “contro la morale”.

La condizione della donna in Afghanistan non è invenzione ma pura realtà. Ci sono ancora persone, nel mondo, private di un volto, di una voce, della libertà di muoversi e di pensare, derubate persino della propria dignità e umiliate per il solo fatto di essere donne.

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