LE DROGHERIE: BOTTEGHE STUPEFACENTI DI UNA VOLTA

Quante volte siete stati in Asia ed avete assaggiato leccornie nettamente diverse dalle nostre? Quante volte per curarvi siete ricorsi ai rimedi della nonna? Vi siete mai cimentati nella preparazione di pietanze dai sapori insoliti? 

Ebbene, al di là dei cibi, vi sono le spezie, che conferiscono colori, percezioni palatali e gusti, anche spesso afrodisiaci, a cui reagiamo e che – sovente – ci trasferiscono su una diversa, quanto allettante, dimensione sensoriale. Quasi dei buoni ed innocui stupefacenti.

Ah il gusto, questo incantatore!
Una volta esistevano le drogherie: empori in cui si trovava ogni genere alimentare e nei quali si commerciavano, oltre che pane, pasta e salumi, spezie di ogni genere. Erano botteghe in cui venivano confezionate, e poi vendute, preparazioni naturali a base di erbe o frutti secchi: pepe, the, curcuma, chiodi di garofano, malva, utilizzati a scopo curativo o gastronomico.

Anche quelle erano droghe, certo leggere ed innocue rispetto a ciò che circola oggi: unguenti, sciroppi e decotti naturali erano la soluzione ai malanni e alle affezioni che colpivano mente e corpo. Di cui la gente, una volta testatane l’efficacia, non poteva più fare a meno.
Lo sciroppo di liquirizia e radicchio, ad esempio, era il medicamento per malesseri interni. Diversamente, per problemi fisici esterni, come i capelli bianchi o la pelle cedente, venivano consigliati l’olio di noci o le infusioni di camomilla e rose. Per favorire la cicatrizzazione delle ferite, le foglie di caprifoglio. 

Lo speziale, che era a capo della drogheria, a prescindere dall’essere commerciante, doveva comunque conoscere i princìpi della chimica, in base ai quali poter dare consigli e suggerire efficaci rimedi, personalizzati, contro i problemi di salute che i clienti lamentavano. Altresì, doveva stare attento a sconsigliarne l’uso a chi soffriva di determinate patologie. Quasi un fitoterapeuta.

La parola droga – dall’olandese droog (erba secca) – rimanda a tre significati: farmaco dall’effetto sedativo (come le sostanze filocainiche derivanti dalle foglie di coca), estratti secchi di piante od erbe officinali che – se usati costantemente – provocano dipendenza (come l’oppio ricavato dal papavero), sostanze vegetali come gli alcaloidi che, una volta sintetizzati chimicamente, causano tossicità se adoperati in dosi massicce (ad esempio caffeina e stricnina).

Nondimeno, il tabacco in polvere, le mandorle amare, l’assenzio, i semi di canapa, l’erba di San Giovanni, erano dei medicinali e non dei maledetti palliativi delle malattie dell’animo: per quanto se ne facesse largo uso per curare le più disparate sintomatologie, tuttora non rappresentano un pericolo se utilizzati con moderazione. 
Erano chiamate droghe, insieme a molte altre spezie, solo perché venivano conservate disidratate, dispensate e somministrate accuratamente, previo consiglio, postumo ad un constatato reale bisogno.

Ad oggi – facendo riferimento a ciò che furono – potremmo affermare che le drogherie, in parte, siano le nuove erboristerie, almeno sotto il punto di vista officinale: boutique della natura, che ci offre sempre più spesso motivi per rimediare e vivere in salute e non per cadere, irreversibilmente, in tunnel senza uscita, dai quali diventa molto difficile uscire. Chi ne ignora il pericolo, come i tossicodipendenti di oggi, sottovalutano che le droghe moderne potranno condurli esclusivamente in un cul de sac: la morte.

Copyright foto: http://www.maestridelgustotorino.com/maestri-del-gusto/ceni-drogheria/

 

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