BLU QUASI TRASPARENTE. IL ROMANZO DI MURAKAMI CHE ESPLORA LE DIPENDENZE

“Insegne al neon che abbagliano gli occhi, i fari delle auto provenienti in senso contrario che ti fendono il corpo a metà, camion che sorpassano con un rummore identico al verso di un gigantesco uccello acquatico, grandi alberi che ti si parano davanti all’improvviso, fabbriche con macchinari indecifrabili tutti allineati e ciminiere che eruttano fiamme, una strada tortuosa che sembra acciaio fuso colato da una fornace. Un fiume cupo che scorre sinuoso producendo suoni come un essere animato, erbe alte cresciute ai lati della strada che oscillano al vento come se danzassero, una sottostazione elettrica circondata da filo spinato che vibra e sbuffa sollevando vapore, e poi Lily che continua a ridere come impazzita e io che guardo tutto questo”.

Vi è mai capitato di leggere alcune delle liste dei dieci libri da leggere prima di… fare qualcosa? Blu Quasi Trasparente di Ryu Murakami è un libro che non compare mai in queste liste, ma che dovrebbe essere nella top ten dei romanzi da leggere almeno una volta nella vita. È un romanzo acido, scomodo e sicuramente non convenzionale. Una storia di droga, di dipendenza e di giovani alla deriva.

Ambientato nella periferia alienante di un Giappone senza speranza, la storia segue le vicende di un gruppo di giovani con degli obiettivi quotidiani: ascoltare rock ossessivamente, lasciarsi andare alla voluttà della libidine sessuale e drogarsi come se non ci fosse un domani. Vite al limite di ragazzi che in una cittadina sede di una base militare statunitense, contrasto e collante della poesia che permea le righe, quasi strofe di una lirica maledetta ed empirica.

Come in una sorta di cinematografo, il lettore guarda in faccia alla realtà, nulla è lasciato al caso dell’interpretazione sconfinata. Le immagini sono chiare e lucide, al contrario delle menti dei giovani protagonisti. La narrazione è incalzante e le descrizioni degli avvenimenti sono quasi paragonabili a una sceneggiatura cinematografica, tanta è la precisione. Sicuramente è uno stile narrativo poco convenzionale, quasi un reportage autobiografico, un voler mostrare rivelando l’essenza stessa del male: la realtà. Un gruppo di ragazzi si muove, tra allucinazioni da droghe e incontri sessuali, sullo sfondo di una città deprimente, squallida, quasi dolorosa. Un mostro. Murakami ci offre una finestra su un mondo spaventoso nella sua bruttezza oggettiva e anche imprevedibile e selvaggia nella sua componente allucinatoria, più eterea e anche aerea, in cui la vita sembra non avere più alcuna importanza.

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Il romanzo, se pur criticato e oggetto di una sorta di embargo culturale (in Italia è molto difficile trovare un’edizione i commercio), è una chiara fotografia del Giappone degli anni ’70, il quadro di un Oriente sempre contrapposto e controcorrente all’ Occidente. Se negli stessi anni in Europa i giovani si suicidavano nelle organizzazioni terroristiche, in Giappone la ribellione è stata più che altro umana. Nel libro la violenza è terribile, ma fine a se stessa e rivolta contro la propria persona. Non c’è neppure una parvenza di giustificazione. C’è solo la stanchezza a destare la crudeltà. Potremmo quasi dire che questo romanzo è il sequel di molti scritti di Yukio Mishima. Anch’egli racconta di una gioventù desolata, ma che lotta per ottenere il riconoscimento che gli serve per acquistare la loro parte nel mondo.

In Murakami questa voglia di riscatto non esiste. Esistono solo le droghe, i momenti bui, il sesso e la violenza. Non c’è speranza e non c’è rimedio oltre alla morte e all’autodistruzione. Non c’è sentimento poiché tutto è trasparente, lo si può attraversare con il proprio sguardo sopito. Anche le persone sono trasparenti, incorporee e rarefatte. L’essenza, l’anima, il ghost sono fatti di acidi, di sostanze chimiche psicotrope. Le relazioni umane hanno come unico collante lo sbandamento dei sensi dato dalle droghe.

In tutto questo universo deviato non c’è speranza, non c’è via d’uscita. I protagonisti lo sanno bene e anche noi lo intuiamo, ma la grandezza di Murakami è nel farci scoprire pagina dopo pagina, come dal pattume di una vita consumata dalla droga possa nascere la speranza dell’amore. La speranza generata dalla bellezza, anche solo effimera, che per un istante riempie il cuore di gioia. Istanti cristallizzati, iconici e mai realmente raggiunti.

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