NEW MEDIA E DIPENDENZA: QUANDO IL SOCIAL NETWORK DIVIENE UN BISOGNO

L’avvento di internet e l’uso che le persone ne hanno fatto nel corso degli anni, lo hanno reso un compagno onnipresente nelle vite di gran parte di noi. Ovviamente, la tecnologia si adatta e noi ci adattiamo ad essa, ecco perché smartphone, tablet e la possibilità di accedere al web da qualunque parte sono compagni abituali delle nostre giornate, amici e talvolta nemici del nostro essere social(i).

Più di un miliardo di persone nel mondo hanno un account e circa la metà comunicano regolarmente con Twitter o Facebook. Il primo grande merito dei social network è indubbiamente quello di aver facilitato la comunicazione: basta avere la connessione a Internet per parlare in tempo reale con persone dall’altra parte del globo. I Social Network rappresentano, quindi, un aggregatore di persone che cercano e vogliono mantenere contatti con vecchi e nuovi amici, condividendo foto, video e contenuti della propria vita. Ma è sempre e solo così? Cerchiamo di analizzare i rischi e i pericoli della schiavitù da social network, andando a grattare il fondo della nostra società dell’apparenza, dei costumi sgangherati e della condivisione compulsiva.

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Quella che colpisce gran parte di noi, potremmo definirla “depressione da like”. Anzi, meglio, da mancanza di like, e di post, notifiche, messaggi, richiami, tweet e re-tweet. Tutti quegli “avvisi” che ci danno la sensazione di esistere, di essere in comunicazione oltre il nostro spazio fisico, di avere, perché no, una montagna di amici. Al contrario, quando Facebook tace, e Twitter non cinguetta, e Instagram non commenta le nostre foto, il mondo pare oscurarsi. Senso di solitudine, rabbia, esclusione, pianto.

Questo non accade solo a teenagers in cerca di apprezzamenti, ma anche, e in numero sempre maggiore, ad adulti che si definiscono perfettamente integrati, impongono ai propri figli il coprifuoco su tablet e pc, e poi con l’appendice fisica del loro smartphone replicano invece la modalità “sempre connessi” propria degli adolescenti. Con la differenza, però, spiega Paolo Ferri, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all’università Bicocca, che i più giovani ormai hanno capito l’inganno, “sanno che molti di quei contatti sono pura illusione, e preferiscono il gruppo WhatsApp dei loro coetanei in carne ed ossa“.

Potremmo indicare un 5% della popolazione sopra i vent’anni che ha un rapporto insano e pericoloso con i social“, aggiunge Ferri, “e mostra alcuni aspetti della dipendenza. Il controllare ossessivamente i messaggi, accumulare amici pur di fare numero, contare i like come specchio del proprio narcisismo, sentirsi esclusi quando la rete tace. Ma forse più che parlare di dipendenza, questa connessione continua  è lo specchio di una nevrosi. Ossia ‘l’ostensione di sé che luoghi come Facebook permettono, il gioco autoreferenziale di mettere in piazza la propria vita, spesso senza pudore. E sentire così di essere nel mondo“.

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Come possiamo notare, di certo non mancano gli studi in merito a questa nuova piaga sociale, e molti sono gli psicologi e i professionisti del settore che, negli anni, hanno cercato di dare una spiegazione al fenomeno e soprattutto una qualche sorta di rimedio. È il caso di Davide Algeri, psicologo esperto di psicoterapia breve e coaching, che fa partire la propria riflessione proprio dalla compulsività del controllo delle notifiche, come chiaro segnale che qualcosa non va.

Spiega Algeri, direttamente dal suo blog, che “Fino ad ora le situazioni più a rischio le ho viste dopo le separazioni, quando un matrimonio o un fidanzamento si rompe. Accade spesso che uno dei due ex (quasi sempre chi è stato lasciato) inizi a spiare in modo compulsivo la vita dell’altro, cercando di capire se è felice, se ha nuove amicizie, nuovi amori, nuove passioni. Facebook in queste situazioni non fa altro che esaltare un voyuerismo malsano, che certo non aiuta a creare altri legami“. Potendola spiare, insomma, è come se si restasse legati alla relazione precedente.

Pur con cautela, Algeri ritiene che il rapporto compulsivo degli adulti con i social si potrebbe definire una “dipendenza senza sostanza”. I segnali? “L’angoscia da mancanza di like, la delusione se scopriamo che il nostro messaggio è stato letto ma nessuno risponde, il panico se manca la connessione, la frustrazione di cliccare mille volte e non trovare niente di nuovo, ma anche il gesto automatico di controllare Facebook come primo gesto del mattino e come ultimo gesto prima di andare a dormire“. “Per fortuna – spiega lo pisocologo – gli adulti non si isolano o auto-recludono come accade nei casi più gravi per gli adolescenti. Però esaltano lati di sé altrettanto pericolosi, come l’esibizionismo, o il bisogno di un apprezzamento sociale sulla rete, che poi si rivela del tutto fittizio“.

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Certamente è molto difficile valutare se e quando un uso eccessivo del web si trasformi in un problema vero e proprio. Molti giovani e meno giovani passano ormai una quantità significativa di ore sul computer senza per questo sviluppare forme di dipendenza. Quello che diventa un segno della eventuale presenza di un “problema” riguarda il modo in cui l’uso di internet riduce la qualità relazionale e interattiva dell’individuo nella sua quotidianità.

L’unica cosa che possiamo fare è cercare di imparare a gestire il nostro rapporto con i social network. Possiamo usarli per coltivare i nostri interessi, riallacciare i contatti con alcune persone delle quali si pensava aver perso completamente le tracce. Inoltre si può considerare un ottimo strumento per fare nuove amicizie e nuove conoscenze e quindi ampliare la propria rete sociale. Ricorrere poi all’aiuto di una terapia, soprattutto nei casi più gravi, è fondamentale per sostenere ed aiutare la persona ad uscire dalla dipendenza da internet in modo stabile e duraturo nel tempo.

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