INTERVISTA AL BIOLOGO MOLECOLARE PIETRO BUFFA, AUTORE DE ”I GENI MANIPOLATI DI ADAMO”

Biologo Molecolare e Ph.D. si specializza in analisi bioinformatiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Svolge da oltre quindici anni attività di ricerca nel settore della genomica e dell’analisi computer assistita di bio-sequenze. Vincitore del premio internazionale Marie Curie, ha lavorato per tre anni al King’s College di Londra in qualità di Post Doctoral Research Associate, conducendo studi in ambito oncologico-molecolare. Autore di svariate pubblicazioni scientifiche e saggista. Da alcuni anni si interessa di specifiche tematiche “di confine” portando avanti indagini che collegherebbero le origini umane alla controversa teoria degli “antichi astronauti” e dunque alla possibilità di una nostra evoluzione etero-guidata. Pubblica nel 2015 il primo saggio sul tema dal titolo: I Geni Manipolati di Adamo [UNO editori].

Lei è autore del libro ”I Geni Manipolati di Adamo – le origini umane attraverso l’ipotesi dell’intervento biogenetico” (Uno Editori – 2015), un libro che sta riscuotendo un notevole successo. Perché ha scelto questo titolo e perché, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di affrontare questo tipo di ricerche?

Il titolo del libro, oltre a introdurre secondo me molto bene quelli che sono i contenuti che il saggio affronta, vuole anche essere un mio personale omaggio ad Alan Alford, autore del libro “Il mistero della genesi delle antiche civiltà” che titola un capitolo “I geni manipolati di Adamo”. Quello di Alan Alford fu il libro che per primo mi introdusse al tema degli “antichi astronauti” e all’idea di una storia biologica dell’essere umano non del tutto naturale. Acquistato in un mercatino dell’usato al centro di Londra, il libro catturò la mia attenzione poiché, in un paio di capitoli, l’autore entrava nel merito di una nostra evoluzione biologica collegata all’operato di attori esterni. Trovai diversi concetti interessanti ma il saggio era carico di dati scientifici poco aggiornati e non sempre riusciva ad esprimersi al meglio da un punto di vista prettamente biologico, non essendo Alan Alford un biologo. Fu così che decisi di entrare nello specifico e prendere in mano il tema, avviando un lavoro di indagine più strutturato che culminerà con la pubblicazione de “I Geni Manipolati di Adamo”.

Cosa pensa il mondo accademico di questo suo ‘’lavoro indipendente’’?

Il libro ha generato opinioni divergenti all’interno del mondo accademico. Come si può immaginare c’è chi, legato ad una certa ortodossia di fondo, rigetta aprioristicamente qualsiasi ipotesi possa in qualche modo allontanare l’evoluzione umana da una storia prettamente naturale. C’è chi ha invece apprezzato nel libro lo sforzo investigativo, lo stile espositivo, il coraggio di valicare alcune posizioni pregiudiziali al fine di vagliare nuove possibilità. D’altra parte, se non vogliamo eludere i molti interrogativi che riguardano le origini umane e la comparsa nella nostra specie (Homo sapiens) di caratteristiche peculiari che non trovano ancora piena spiegazione all’interno dell’ambito accademico, ritengo giusto allargare la nostra visione esplorando altre vie.

Quindi questo suo primo lavoro avrà un seguito?

La ricerca sulle origini non è cosa banale. Le frammentarie informazioni che ci giungono dal passato rendono tali periodi nebbiosi e spesso indecifrabili. Occorrono nuovi studi e sforzi comuni da parte di figure professionali con background differente per ricostruire eventi storici e dunque il passato dei nostri progenitori. Spero che questo mio primo lavoro possa in qualche misura “aprire le porte” ad altri studiosi che, come me, non respingono aprioristicamente la possibilità che nella nostra storia biologica sia accaduto qualcosa di programmato. Sono a lavoro su un nuovo libro che darà seguito al primo e che, tra le altre cose, includerà anche diversi contributi specialistici di accademici che mi hanno concesso l’autorizzazione a pubblicare. Devo dire che la ricerca si fa sempre più interessante.

Perché la specie a cui apparteniamo (Homo sapiens) nasce proprio in Africa?

Cominciamo col dire che studi effettuati sia sul DNA del cromosoma Y (cromosoma che si trasmette solo attraverso la linea di discendenza maschile) che sul DNA mitocondriale (che viene trasmesso solo per via materna), hanno permesso di andare concettualmente indietro nel tempo e ripercorrere le origini di Homo sapiens fino ad identificare, proprio nel continente africano, il padre e la madre di tutti gli uomini moderni. Ci riferiamo spesso a questi primissimi sapiens come ad “Adamo cromosomiale-Y” ed “Eva mitocondriale”. Sulla base di queste particolari indagini ma anche grazie ai ritrovamenti fossili che indicano in Africa i più antichi rappresentanti della nostra specie, affermiamo che Homo sapiens compare come unità biologica ben definita proprio in Africa circa 200.000 anni fa. Questo dato apre un curioso aspetto legato alle origini della nostra specie in quanto le forme umane ritenute progenitrici di Homo sapiens occupavano non solo l’Africa ma anche regioni esterne al continente africano. Come mai allora Homo sapiens emerge proprio in Africa e non altrove? Una domanda che attende ancora risposta.

C’è una relazione tra testi antichi e moderne acquisizioni scientifiche? Pensa che i testi antichi potrebbero aiutarci a comprendere le nostre origini?

Dai testi antichi emergono tracce del nostro passato il più delle volte poste a margine dei resoconti accademici. Non possiamo avere certezza che in un “corpus mitologico” possa nascondersi una realtà storica ma non possiamo neppure escludere che gli antichi popoli esprimessero, con terminologia in uso per l’epoca, delle realtà spesso straordinarie ai loro occhi. Penso che i racconti sulla creazione dell’uomo che molti antichi popoli ci hanno trasmesso contengano elementi narrativi in grado di farci ragionare in termini concreti e non necessariamente miracolistici e/o allegorici. In riferimento ai testi biblici, la Genesi ci racconta di una vicenda in cui la presenza dell’essere umano sulla Terra potrebbe non ripercorrere i sentieri di un divino atto creazionistico (creatio ex-nihilo) ma piuttosto quelli di una azione mirata a modificare una condizione pre-esistente. Adamo ed Eva potrebbero quindi rappresentare i prodotti archetipici di un intervento pianificato a fini eugenetici. Tutto è necessariamente sotto indagine e devo dire che i numerosi confronti che in questi ultimi anni stanno coinvolgendo i contenuti riportati negli antichi testi e le moderne acquisizioni scientifiche sono destinati a produrre risultati che rendono auspicabile una prosecuzione degli studi in questo senso.

I testi antichi possono essere analizzati con occhio scientifico?

Non sono l’unico “uomo di scienza” ad approcciare i testi antichi nel tentativo di ricavare corrispondenze tra ciò che questi riportano e ciò che le moderne acquisizioni scientifiche ci dicono. Mi viene subito in mente il lavoro di Josef Blumrich, ingegnere aerospaziale della NASA che, negli anni ’70, decise di avviare un’analisi tecnica sui racconti di Ezechiele, uno dei profeti che compaiono nell’Antico Testamento. Ezechiele fu testimone di avvenimenti straordinari che si protrarranno per circa 19 anni. Nel suo racconto più caratteristico, il profeta descrive come può una struttura in cielo, parla di fuoco tra le nubi, bagliori metallici e forti rumori che ricordano quelli provocati dalle cascate d’acqua. Ezechiele fa addirittura riferimento a delle specifiche parti della struttura, vede delle ruote e sembra quasi ossessionato da queste, riportando la loro posizione e il loro movimento. Al centro della struttura viene descritto un trono con sopra una figura antropomorfa. Blumrich approccia i racconti di Ezechiele con l’intento di smentire quanti sostenevano che il profeta stesse riportando un fenomeno clipeologico. L’ingegnere avvia l’indagine ma con il progredire degli studi si trova costretto a ritornare sui suoi passi e a non escludere la possibilità che Ezechiele stesse descrivendo un reale oggetto volante in fase di atterraggio. Blumrich riporterà tutta la sua ricerca all’interno di un interessante libro dal titolo “The Spaceships of Ezekiel”.

Perché si parla di anelli mancanti nel corso dell’evoluzione umana?

Perché esistono ancora oggi numerosi “buchi” nella documentazione fossile. Ad esempio non sappiamo cosa è avvenuto tra un milione e 500.000 anni fa. E’ un intervallo di tempo in cui si verifica un’importante transizione, quella da forme umane arcaiche a moderne ma non esistono dati paleoantropologici che ci aiutino a capire come questo passaggio sia avvenuto. Un altro passaggio ignoto ed estremamente importante è proprio quello in cui compaiono sulla Terra le prime forme anatomicamente distinguibili come umane. Non si ha infatti alcuna idea di come sia comparso l’ominide Homo habilis (2,4 milioni di anni fa) ma è piuttosto evidente, a partire dalla geometria riflessa dei reperti fossili, che questo primo rappresentante del genere umano sia apparso sulla scena in modo incomprensibilmente  rapido.

Tornando al suo libro, lei evidenzia come le principali differenze tra noi esseri umani e le scimmie dovrebbero essere ricercate nel DNA spazzatura. Può spiegarci cosa intende?

Sappiamo che diversi geni presenti nel genoma umano sono presenti anche nel genoma di diverse scimmie antropomorfe, Scimpanzé in primis. La comparazione diretta di questi geni ha senz’altro messo in luce gli importanti cambiamenti che alcuni geni hanno subito durante la nostra evoluzione ma ci ha anche aiutato a capire un ulteriore elemento. Le differenze che cerchiamo tra noi e le scimmie non stanno solo nei geni ma anche in particolari regioni di quel DNA non codificante, un tempo definito “spazzatura”. E’ proprio in questo DNA che ritroviamo la presenza di sofisticate regioni in grado di operare un vero e proprio controllo sul funzionamento di intere schiere di geni negli organismi viventi. Questi elementi regolativi del genoma sono tantissimi e cominciamo a notare come, nella nostra specie, ci sia stato un preciso cambiamento di queste regioni rispetto a quelle osservate nel genoma di Scimpanzé. Il biologo Ewan Birney, ricercatore all’Eurepean Bioinformatics Institute di Cambridge, definisce il DNA non codificante come una straordinaria sede di tesori ancora nascosti.

Non posso che concordare.

 

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