LA PAROLA DI TROPPO. IL BAVAGLIO TURCO AI GIORNALISTI

Tanti, troppi i giornalisti turchi in carcere o in esilio, 150 secondo le stime recenti, e tante altre le testate giornalistiche cartacee, televisive e web chiuse negli ultimi anni, alcune legate all’Imam Fethullah Gulen, altre invece ai curdi o del tutto indipendenti.

In alcune zone del Paese fare informazione è quasi impossibile, come nell’Anatolia del Sud Est o ai confini tra Turchia e Siria. Qui servono permessi speciali che vengono concessi con il contagocce e se si aggirano divieti e restrizioni si rischia l’arresto. Ed è proprio questo che è accaduto a Gabriele Del Grande, il giornalista italiano arrestato e da poco rilasciato, e a molti altri. Per altro lavorare nel Kurdistan turco per la stampa è sempre stato complicato, poiché mai è stato garantito un libero accesso dei media, ma solo una intermittente tolleranza.

Ciò che però sconvolge maggiormente è che poco si è fatto per garantire maggiore libertà  ai giornalisti turchi. A livello internazionale c’è stato una sorta di disinteresse pragmatico verso la questione (l’Europa per prima) tanto che anche le elezioni Turche sono state blindate alla stampa e ciò non ha suscitato sospetti e né tanto meno coinvolgimento intellettuale. Basti pensare che nelle ultime elezioni del 16 Aprile 2017 il 90% degli spazi è stato occupato dal fronte del “Sì” del presidente Erdogan e sono state violate tutte le regole ai seggi, con l’espulsione dei rappresentanti di lista curdi. Del resto quando si mette in galera tutta la leadership del partito curdo Hdp c’è poco da sperare: lo stesso partito repubblicano Chp, che oggi protesta con veemenza contro il voto di domenica, ha approvato la richiesta del partito di maggioranza Akp di togliere l’immunità parlamentare ai deputati curdi.

Ovviamente alla base di questa chiusura totale del governo di Erdogan verso la libertà di stampa c’è il presunto golpe dell’estate scorsa. Che sia un pretesto o meno, questo è stato strumentalizzato e ha portato una purga di giornalisti in Turchia senza precedenti nella storia, proprio come riportato da Reporters Without Borders. Già l’anno scorso Ankara veniva classificata come «non libera» dal rapporto di Freedom House e collocata al 150° posto su 180 Paesi nell’indice “World Press Freedom” di Reporters Without Borders, quest’anno la sua posizione è precipitata ulteriormente fino al 155° posto. Nella breve nota esplicativa la Turchia viene definita «la più grande prigione al mondo per chi lavora nel settore dei media» e viene detto che il governo ha utilizzato, a partire dal fallito golpe della scorsa estate, «la lotta al terrorismo come pretesto per una purga senza precedenti».

Si sa però che «Perché possa esistere una stampa libera bisogna che prima esista una stampa». Questo lo dice ironico Burak Bekdil, che è stato da poco licenziato dal quotidiano Hurriyet dopo un articolo duramente anti-Erdogan uscito su una rivista statunitense con cui collabora. «E perché possa esistere una stampa sono necessari dei compromessi», conclude all’apparenza senza rancore verso il proprio giornale, che per sopravvivere ha dovuto fare a meno di lui, di certo però non mancheranno di fare gli interessi delle grandi holding (che hanno mani in pasta un po’ in ogni settore, dalle costruzioni all’agricoltura all’informatica) che hanno in pugno tutti i più importanti editori turchi.

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