L’EVOLUZIONE DELL’ITALIANO: DAL FIORENTINO TRECENTESCO ALL’INGLESE DEL TERZO MILLENNIO

La lingua italiana è stata sempre considerata la “lingua dei poeti”. La musicalità che la contraddistingue ha infatti assecondato nei secoli gli alti pensieri dei letterati che, danzando con la sintassi e prendendosi cura degli aspetti lessicali, hanno lasciato al mondo la prova della loro genialità.

L’italiano vanta nella sua tradizione familiare la presenza di un antenato ingombrante e severo : il latino. Lingua usata dagli antichi romani, amabili conquistatori che si presero la briga di sottomettere gran parte del mondo allora conosciuto, imponendo il proprio idioma.

Nel passare degli anni però il parlato ha preso sempre più le distanze dalla forma scritta di una lingua che, ben presto, si limitò ad essere usata nei documenti ufficiali e nelle celebrazioni ecclesiastiche. Tale processo fu accelerato anche dalle invasioni barbariche che – tra  il IV e V secolo d. C. – portarono scompiglio nell’assetto amministrativo dell’impero e seminarono nuove forme linguistiche tra la popolazione.

Nacquero così, nel Medioevo, le lingue “neolatine” o “romanze”. Termini che rimandano allo stretto legame che esse avevano con il latino. Questo avvenne anche in Italia, dove nacque per l’appunto il “volgare” –  ovvero l’idioma parlata del “volgo” (popolo) – che nel giro di pochi decenni iniziò ad essere usate anche dai ceti nobiliari. Cambiamento socio-linguistico sicuramente favorito dalle forme grammaticali meno ostiche.

Inizialmente il volgare italiano – che Dante nel De Vulgaris Eloquentia definì “lingua del sì” –  si mantenne abbastanza unitario, salvo poi prendere forme sempre più varie nelle singole realtà regionali: i dialetti.

Tra essi i più importanti sono: napoletano, siciliano, romano, veneto, toscano. Fu quest’ultimo però a far sentire maggiormente la propria voce quando, nel Cinquecento, si pose il problema di trovare la “lingua letteraria italiana”.

Il Fiorentino, ancor più del generico Toscano, vantava già due secoli di “onorata carriera”. Nel Trecento fu lo strumento del genio dantesco che lo usò per raccontare il suo viaggio ideologico nell’aldilà. E’ stato proprio Dante a mettere la prima corona d’alloro al padre del moderno italiano, seguito da Petrarca e Boccaccio.

La “Questione della lingua” si risolse così con la soluzione avanzata dal linguista Pietro Bembo che mise tutti d’accordo sull’idea di elevare a  idioma italiano per eccellenza il fiorentino, tuttavia non quello parlato dal popolo ma quello elaborato dai i tre grandi scrittori del Trecento.

Da quel momento la lingua istituzionalizzata venne fissata dai grandi autori del tempo – Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Francesco Guicciardini, Niccolò Machiavelli – mentre gli altri volgari continuarono ad essere parlati dal popolo che li fece evolvere nelle singole realtà portandoli a partorire una miriade di “dialetti locali”.

A livello fonetico, inoltre, l’italiano standard è il fiorentino privato della gorgia, ovvero l’aspirazione sulla pronuncia della “C”. Quella caratteristica linguistica per la quale, da sempre, i cittadini di Firenze vengono molestati da turisti divertiti che chiedono di poterne sentire la giusta cadenza, per poi imitarli, una volta tornati a casa, come fosse un souvenir da mostrare ad amici e parenti. Una nascita, dunque, quella della lingua italiana voluta fortemente dagli intellettuali del tempo e necessaria a diffondere una cultura umanistica che potesse fare da collante sociale al “Bel Paese”, come già allora era considerata l’Italia.

Oggi, però, il popolo italico sta dimenticando il valore della propria lingua e preferisce barattare i termini di una tradizione secolare con quelli più commerciali della nuova società globalizzata. Sono finiti i tempi del Purismo linguistico imposto dagli accademici della Crusca, ostili ad ogni forma di introduzione nel vocabolario di termini stranieri.

Nel secondo millennio è l’Inglese a farla da padrone, soprattutto nella sua versione americanizzata. Facile da apprendere,  perché grammaticalmente più semplice, si è imposto soprattutto grazie all’uso che ne fanno il settore tecnologico e quello commerciale. Possederne la conoscenza costituisce ormai un requisito necessario per trovare lavoro o anche semplicemente fare una vacanza.

Gli anglicismi, gli americanismi, gli ispanismi sono ormai il documento di riconoscimento del cittadino italiano che si sente proiettato verso l’Europa e il mondo e che spesso si ritrova però ad avere lacune sulla propria lingua.

Questa è l’epoca in cui se si usa una parola italiana un po’ più ricercata si viene additati come ostentatori di vuota retorica ma allo stesso tempo è da condannare chi, la riunione con il capo, non la si chiama “meeting”.

Ora gli intellettuali non si riuniscono più nei caffè ma nei pub, a sorseggiare qualche drink mentre pianificano il prossimo travel con la solita compagnia di friends.  Ai bambini ci pensano le babysitter, purché le si tenga d’occhio con continui messaggi su whatsapp dal proprio smartphone di ultima generazione.

Un velo pietoso va invece non steso ma ricamato a maglie larghe sulle abbreviazioni poco approvabili che l’italiano subisce nel settore della messaggistica. Così come dovrebbero essere fermate le continue violenze che subisce da uomini e donne di ogni età e regione negli stati su Facebook.

Se Bembo potesse dire la sua sulla condizione attuale della sua amata lingua, sicuramente non prenderebbe in prestito parole dall’inglese ma soltanto una da un grande critico d’arte italiano: CAPRE.

Antonella Fortunato

Copyright

http://www.soveratoweb.com/la-lingua-italiana-come-il-vestito-di-arlecchino/

http://www.donnamoderna.com/news/italia/riprendiamoci-la-lingua-italiana

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