L’INVOLUZIONE DELLA LETTERATURA ITALIANA PARTE DAGLI EDITORI

È proprio di questi giorni la polemica “in Italia si pubblicano troppi libri”. Senza fare dietrologie inutili, che l’Italia sia la patria della letteratura e altre baggianate, oggi vogliamo cercare un colpevole della dilagante crisi dell’editoria nazionale. Se da un lato ci sono mercati editoriali in grande ascesa, come quello dei libri per bambini e quello dei fumetti, dall’altro canto c’è il settore della narrativa che mai come ora sta subendo una morte passiva totalizzante.

Il problema di fondo sono sicuramente scelte editoriali molto, ma molto deprecabili. Per pubblicare in Italia, a meno che tu non sia un personaggio o un autore abbastanza affermato o un influencer o, in ultima istanza, uno youtuber, sappi che le major non ti prenderanno mai in considerazione. Allora cosa fare? Molti di voi autori che staranno leggendo questo articolo, al bivio vitale del “pubblicare o non pubblicare” avranno fatto 2+2 e detto “quanti soldi ho in banca?. Questo non vuol dire che la maggior parte di voi abbia portato avanti la difficile strada dell’auto-pubblicazione, sentiero impervio ma che merita molta più attenzione di quella che gli viene data. Sicuramente tu, autore, che stai leggendo avrai dovuto pagare un editore affinché il tuo libro venisse pubblicato. Il più delle volte gli editori scaltri mentono sapendo di mentire dicendo al povero aspirante autore “ma non mi stai pagando, stai solo comprando le copie del tuo libro che puoi vendere tranquillamente tu”.

Questa mal celata bugia nasconde tutto il marcio dell’editoria italiana. Partendo dal presupposto che non tutti possano essere dei romanzieri e che l’ambizione è giusta, l’ostinazione, invece, è diabolica. Quindi perché pubblicare romanzi che mai nessuno leggerà? Da un recente articolo del TPI apprendiamo che “oggi – il dato è del 2015 – i nuovi titoli pubblicati sono schizzati a 65 mila di carta, il 6,5 per cento in più rispetto all’anno precedente, a cui si aggiungono 63 mila ebook. Significa che ogni giorno escono in media 178 nuovi libri di carta, e 350 nuovi titoli in totale. Nel 2015 il catalogo “vivo” – cioè i libri in commercio di cui effettivamente si vende qualche copia – era di 906.481 titoli (+5,2% sul 2014). Sempre nel 2015 gli editori italiani che hanno pubblicato tra i 10 e i 60 titoli all’anno erano 1.005, un po’ più dell’anno prima In compenso i lettori calano: nel 2015 in Italia  33 milioni di persone non hanno letto neanche un libro, 4 milioni e 300 mila in più rispetto al 2010. Per vendere almeno una copia di ogni libro in commercio – quantità che sarebbe comunque fallimentare – tutti i lettori dovrebbero comprare 23 libri all’anno ciascuno, praticamente due al mese”.

Come si evince da quanto detto sopra, i lettori non è che siano calati, ma rimane stabile il numero di persone che non hanno mai letto un libro, ma il numero dei libri aumenta a dismisura. Questo accade per moltissime ragioni, una su tutte è che l’editoria italiana non ragiona più come una fucina di cultura ma come una vera e propria industria, già a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo. La domanda sorge spontanea, se il numero dei lettori rimane stabile, perché propinare ad essi un numero maggiore di libri che non leggeranno mai? Si perché, caro autore che hai pubblicato un libro sborsando fior di quattrini, alla tua casa editrice, che tu veda o meno, non importa davvero nulla. Gli editori guadagneranno comunque su più fronti, sui poveri aspiranti autori che pagano la pubblicazione e sulla politica dei resi, stratagemma che riesce a tenere in piedi le case editrici più grandi ma che, di fatto, strozza l’intero settore editoriale.

In editoria, al contrario di ogni altro mercato, esiste il diritto di resa. Questo diritto permette alla libreria, che ha dei titoli invenduti, di rendere questi all’editore che rimborserà tramite una percentuale di sconto il librario. In Italia la percentuale sulla resa si aggira intorno al 60% e questo spinge l’editore a pubblicare un altro libro così da avere altra liquidità in cassa.

Questa politica economica “d’assalto” ovviamente strozza un settore che è ormai morto, lacerato da politiche di mercato che sicuramente non giovano né gli autori né i lettori. Un editore dovrebbe essere un amico che accompagna per mano l’autore verso un percorso artistico preciso, un padre che sa cosa i propri figli vogliono e che fa di tutto per portarti sulla buona strada del successo. Ma soprattutto l’editore è colui che ama leggere e che pubblica libri che ha piacere a tenere tra le mani, di leggere, annusare e anche criticare. Un editore non è uno squalo, ma dovrebbe essere l’ultimo faro di vera speranza in un mondo di cannibali, l’isola felice da cui tutta la cultura si dirama e può nuovamente destare interesse e creare nuova linfa artistica.

 

 

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