”Non ci serve vincere per amare, ma amando vinciamo.” AMORE ROMANISTA: QUANDO LA PASSIONE CALCISTICA NON HA NÉ CONFINI NÉ RAZZA.

Lunedì scorso Imaad ha pianto.

Per scoprire il significato di quelle lacrime bisogna però dire che il kebab più buono di Roma è  Alì Babà ad Arco di Travertino. Chi vi dirà il contrario o è vegetariano o è a dieta: Alì Babà è grande quanto una concessionaria d’auto, fa le yufka lunghe mezzo metro ed è aperto tutta la notte. A qualche palazzo di distanza, stretto tra un meccanico e un ferramenta cinese, c’è la kebbaberia di Imaad. Con gli amici ci andiamo perché Imaad è della Roma e ai laziali mette poca carne nella piadina. Dopo il ”ciao” di Totti ha passato il lunedì in lutto: aveva il volto avvilito la mattina aprendo il locale e quando sono arrivato a sera tardi era ancora lì, rabbuiato.

Nel mio solito kebab salsa yogurt, salsa piccante, tanta carne, doppia insalata, ho provato il gusto nuovo delle lacrime di un Siriano che vive a Roma da sette anni.  Tutti, tutti, nel locale sono rimasti in silenzio per quasi l’intera serata. Due anni fa successe la stessa cosa: la Roma perse 1-0 la finale di Coppa Italia con la Lazio e Imaad restò chiuso per schivare gli sberleffi. Gli scrissero ”Coppa ‘n faccia quanno te passa” sulla saracinesca. Per una settimana si intravidero le lacrime dentro quegli occhi color mille e una notte. Perché? Cosa ti spinge a piangere per una sfera di pannelli di cuoio saldati a caldo dopo aver perso amici per le bombe di Assad? Non credo di potervelo spiegare con una risposta razionale, ma posso tentare di spiegarlo al vostro cuore con i racconti che la mia famiglia ha vissuto negli anni passo passo con la ”Maggica” e con l’emozione che si prova a Roma, da anni, la domenica, accanto a una radio, davanti uno schermo, urlando da una gradinata.

Cominciamo dall’inizio: il quartiere ”base” della mia famiglia è Montesacro, dal 1945 le storie di tutti i parenti si intrecciano a ”Città Giardino”. Il ruolo di Capo Ultrà di famiglia è del mio bisnonno Amerigo: seguì la Roma dal 7 giugno 1927, quando in via Forlì 16 le tre squadre capitoline dell ‘Alba Roma, il Roman e la Fortitudo, stanche della supremazia delle squadre del Nord, si unirono per fondare la ”Associazione Sportiva Roma”. Il bisnonno Amerigo era ferroviere: dai binari aveva preso il carattere di ferro, dai turisti inglesi la voglia di leggere. La domenica preparava grosse marmitte di pasta al sugo e portava i tre figli a vedere la Roma al Montevelodromo Appio: la squadra non aveva ancora uno stadio e mentre aspettava la costruzione del leggendario ”Campo Testaccio”, si dovette accontentare del campo dell’ ex Alba. Alla dirigenza troviamo l’industriale di origini ebree Renato Sacerdoti, ”Er banchiere de Testaccio” (”Quello co i soldi ce parla” disse uno dei nostri primi capitani, Attilio Ferraris IV) e come amministratore delegato l’onorevole fascista Ulisse Igliori, che addirittura fu uno dei primi fautori della marcia su Roma. Una dirigenza composta da un ebreo e da un fascista, il primo esempio della caratteristica più ”romana” che questa città e questa squadra mi abbiano mai insegnato: la bipolarità. Amerigo insegnò ai figli che ”Da un italiano puoi aspettarti il meglio del meglio e il peggio del peggio…e da un romano ancora di più”. Non è un caso che tutti i nostri racconti popolari inizino con canzoni d’amore e finiscano nel sangue: fu spontaneo per la squadra assorbire questa caratteristica.

I primi successi non tardano ad arrivare, i tifosi aumentano e il Montevelodromo non li riesce a contenere più tutti: nel ’29 la Roma gioca nello stesso campo della Lazio, il Rondinella, abbandonato un anno dopo per il nuovo stadio ”Campo Testaccio”. Sono anni incredibili: il bisnonno perde il lavoro perché si rifiuta da dipendente pubblico di essere tesserato fascista, la Roma lo ripaga in tutti i modi. I derby vengono dominati dai giallorossi, sconfiggiamo la Juve 5-0 (per questo risultato Bonnard ci dedicherà un film) e nasce la leggenda dei tre moschettieri: Guaita, Scopelli e Stagnaro. I tre argentini prenderanno cittadinanza italiana per essere convocati nella nazionale: una Roma multietnica dove fino a quel momento per ”straniero”, nella capitale, si intendeva uno di Forlì. Ma il tema del doppio rimane e colpisce: nel ’35 Sacerdoti viene allontanato dalla dirigenza causa ”le ebraiche origini di lui” e il ”Fascistissimo” Igliori (che nel ’21 sfidò a duello ad arma bianca Mussolini)  non riesce a difendere l’amico. Nello stesso anno il capitano Ferraris viene ceduto alla Lazio (Alla Lazio!) con la clausola di non poterlo schierare nei derby, pena una salatissima multa. Attilio diventerà capitano anche lì e la Lazio, per tutta risposta, lo schiererà in ogni derby, pagando ogni volta la penale col sorriso di chi sa fare male. In tutto questo l’Italia entra in guerra con l’Etiopa e il tridente argentino (ora con diritti…e doveri italiani) scappa di nascosto una notte senza luna per fuggire alla chiamata delle armi. Il Bisnonno Amerigo muore da antifascista all’inizio del ’42. E’ la fine di un’epoca. Crescere senza padre nei primi anni della ricostruzione non deve essere stato facile: Nonno Antonio aveva due fratelli più piccoli a cui badare e una marmitta di zuppa di verdure da preparare ogni domenica. Il biglietto in quel periodo era una cosa da ricchi: se ci sono transenne, la mia famiglia scavalca. Marmitta permettendo.

La stagione ’41-’42 diventa leggenda per Nonno e i due fratelli: la squadra, trascinata dal giovane Amedeo Amedei, conquista lo scudetto, favorita anche dalle numerose morti di giocatori nelle squadre avversarie, causa la Guerra. Nel caso esista Dio, ha un pessimo senso dell’humor. Ma la stoffa tricolore cucita sul petto brilla comunque sotto il cielo di Testaccio: Nonno Antonio vide ciò che il padre Amerigo sognava da anni e che si perse per una manciata di mesi. Nel caso esista anche il Paradiso, c’è ancora l’eco delle bestemmie. Il Bisnonno Amerigo, da buon anti-clericale, non la mandava a dire. Il Padre Eterno non deve aver preso molto bene gli improperi del bisnonno: l’allenatore Schaffer, ”Mister Primo Scudetto”, l’uomo che con il suo gioco raziocinante aveva saputo incanalare l’impulsivo fuoco romano, deve lasciare in fretta e furia la Capitale per raggiungere la moglie a Monaco, dove la birreria di famiglia è stata rasa al suolo dalla Guerra. E’ il ’45: morirà malato sotto le bombe Alleate. La Roma passa in un anno dall’alloro di Campione d’Italia all’anonimato di un decimo posto.

Nonno Antonio, che in quei giorni ha assaggiato per la prima volta la cioccolata, non trova altri motivi per cui essere felice. Per la squadra e per la mia famiglia inizia un periodo buio: la Roma regala solo delusioni,  l’Italia è da ricostruire, c’è altro a cui pensare. Nel ramo dei parenti stabili a Monte Sacro il suocero di nonno aveva un mulino: alla macina era addetto un ragazzo con lo sguardo perso ogni Domenica, Priveti, detto ”Er Cane”, a causa della sua abitudine a grattarsi in continuazione l’orecchio destro. Era il ’51 e la Roma aveva ormai strappato ogni lacrima possibile dal cuore di tutto il quartiere, arrivando addirittura ultima in classifica a sette giornate dalla fine, rischiando la retrocessione, la prima della sua storia. L’ultima occasione è al primo Aprile, contro il Napoli rivelazione dell’anno. Se la Roma vincesse, aiutata magari dalla  magia beffarda della data in questione, sarebbe ancora tutto da scrivere. Così, all’improvviso, Priveti decide di sposarsi. Il 31 Marzo 1951. La moglie suggerisce la Puglia per il viaggio di nozze, ma Priveti è irremovibile: Napoli. A chi gli ricorda che a lui della città partenopea non è mai fregato nulla, Priveti sorride in faccia. ”Vedremo”, mormora. Nonno, il suocero e la famiglia tutta lo vedono partire con la fretta dei ladri quasi immediatamente dopo la cerimonia,appena il tempo di un banchetto frugale. Il primo Aprile 1951, allo stadio Vomero di Napoli, Priveti, il profumo della sposa ancora sui baffi, è in curva a tifare la Roma. Pareggiammo zero a zero. La moglie d’ ”Er Cane” tornò sola dal viaggio di nozze e venne presa in giro dal quartiere per tutta l’intera esistenza terrena. Un fallimento su tutta la linea. La fine del campionato si avvicina: per non retrocedere serve vincere contro il ”Milan dei miracoli”, una squadra che fino a quel momento ha perso solo due partite nell’intero campionato, mentre a Padova la squadra di casa, a rischio retrocessione, dovrebbe perdere contro un ottimo Napoli, che fino a qualche settimana prima combatteva per lo scudetto, una vittoria sicura. In pratica, ”basterebbe” battere il Milan.

La mia famiglia è allo stadio da due ore prima dell’inizio della partita, la tensione scombina parrucchini e scuote gonne: i rossoneri sembrano sottotono e ci regalano un autogol con Tognon, per riportarci al pareggio solo al ’60 con Nordhal. Al ’79 Tre Re, difensore giallorosso e simpatizzante della Lazio, ci porta in vantaggio, fischio finale. Abbiamo battuto la squadra che un mese dopo trionferà in Coppa Latina, l’allora più prestigiosa competizione Europea. Mio Nonno esce dallo stadio con il suo primo capello grigio, la serie B sembra lontana come la Guerra, accende la radio: a Padova, la modesta squadra di casa ha sconfitto 2 a 0 una delle migliori compagini del campionato. La Roma è in B: dopo dieci anni precisi dal primo scudetto, la prima retrocessione. La bipolarità continuava a infierire. Al Teatro Sistina, Renato Rascel interrompe lo spettacolo e pronuncia: « Signore e signori, da questo momento la Roma è in Serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre. » Nonno Antonio, di ritorno dallo Stadio Nazionale, entrò a sera tardi all’Hostaria del Ponte Vecchio. Uscì il giorno dopo. Gli anni ’50 li viviamo nella mediocrità: il boom economico è agli albori e squadra e famiglia cercano un proprio equilibrio, sempre un po’ più in là. Nel ’53 comincia l’avventura dell’Olimpico, ma il decennio non regala nessuna gioia particolare: torniamo in A e ci restiamo, né più né meno. Antonio conosce Rita, l’amore sboccia e il tifo diventa più un dolore da sopportare con pazienza che una reale fonte di gioia: escluso Giacomo Losi ”Core De Roma”, che illuminò la Capitale con le sue giocate, in campo anche da infortunato, quando la squadra non aveva i soldi per pagare calciatori di sostituzione, il trentennio dal ’50 all’ ’80 fu quasi del tutto da dimenticare. E se da una parte abbiamo nel ’61 i giallorossi che conquistano la Coppa delle Fiere,  nel ’64 la prima Coppa Italia e nel ’69 la seconda, abbiamo anche nel ’67 il presidente Franco Evangelisti che ammette di non avere i soldi per pagare gli stipendi dei giocatori. Per ogni grandezza una meschinità, e così, nel ’68, ”Core de Roma” il giocatore superato in presenze nella squadra solo da Totti e da De Rossi, verrà avvisato da una telefonata che i suoi servizi non sono più richiesti: nessuno in dirigenza ebbe il coraggio di dirgli a quattr’occhi che l’età era arrivata anche per lui.

Invidiosa delle altre sfortune, anche la morte comincia a colorare la tela della Roma: il 28 ottobre 1979, durante il derby, tre razzi partono dalla sud e uccidono un uomo allo stadio con moglie e figlio. Gli occhi di tutta Italia sono puntati sulla tifoseria giallorossa, obbligandola a una maggiore serietà: la squadra, abituata alla goliardia degli ultrà, ne risente. La Roma sembra arrivata a un punto morto, ormai ridotta a una squadra di seconda categoria, ma Antonio e Rita si rallegrano per l’arrivo in famiglia di Alessandra,Federica e Luciano. La primogenita, mia madre, ha tutto in testa tranne che il calcio, i fratelli non sono da meno. Mio nonno si dispera, unica gioia i figli dei suoi fratelli: qualcuno che ancora creda nei lupi. Nel ’74 il guizzo: la Roma vince la coppa Anglo-Italiana che, nonostante lo scarso prestigio, riporta il sorriso nella Capitale.
Il lutto di un’intera città è quasi giunto al termine: la Roma sta per conoscere la grandezza nel bene e nel male, Zia Federica sta per conoscere Zio Giandomenico.
Giovane di belle speranze, è lui che Nonno sceglierà come erede della fede giallorossa di famiglia. 
Il ragazzo vive a Montesacro con la famiglia, figlio di quel mugnano che aveva Priveti come dipendente. La sua è una presenza fissa all’ M19, lo storico settore della parte bassa in Curva Sud: anni fa ha rivelato a noi nipoti di aver cercato più di una volta di incontrare Sora Lella, una sarta adesso ottuagenaria, che ricamò per mesi il bandierone giallo rosso bianco della Roma usato questi ultimi anni.

La signora cucì insieme 186 rettangoli di stoffa cambiando filo per ogni lato di ognuno dei 186 inserti, per far coincidere il colore dell’intreccio a quello del rettangolo da cucire. Quel bandierone è grande sei metri per sei. Quella signora è più romanista di ognuno di noi. Zio coltivò questa fede con impegno negli anni, accompagnando la Roma nella sua più inaspettata avventura: l’epopea Dino Viola. Aquistata la società sul finire degli anni 70, Dino Viola la trasfromò in un’autentica macchina macina vittorie: Nils Liedholm alla regia, 

un collettivo dove splendevano Pruzzo, Conti, Nappi, Falcão, Tancredi, Nela.
Due Coppe Italia consecutive e finalmente, finalmente, l’8 maggio 1983 allo stadio Luigi Ferraris, l’agognato scudetto era giallorosso. A quel tempo poco più che ventenne Giandomenico già cominciava a perdere i capelli, eppure non gli importava: la Roma era Campione d’Italia, la Roma era in Europa. L’anno successivo arriva la quinta Coppa Italia e i giallorossi guadagnano la finale della Coppa dei Campioni, che gli astri hanno deciso, in buona o malafede, si giocasse proprio all’Olimpico. Zio dorme con la maglia di Pruzzo la notte prima della partita: tenta di convincere zia ad andare allo stadio con lui promettendole ” Che sarà il giorno più bello della tua vita” ma non c’è nulla da fare.
Fischio d’inizio: il Liverpool va in rete al ’14,  le bandiere hanno praticamente appena iniziato a sventolare. Il primo tempo sta per scadere quando Pruzzo segna di testa: La Sud esplode, Nonno, rimasto a casa, per festeggiare rompe la radio ed è costretto ad andare ad ascoltare la partita dal vicino. Dopo un tempo senza reti, si va ai rigori.
Bruce Grobbelaar, il portiere del Liverpool, reduce dalla guerra civile di Rhodesia, disse in ogni intervista che il calcio non è così importante come lo si vuole far credere: si mette a danzare sulla linea di porta e finge di mangiare le corde della rete come fossero spaghetti. Bruno Conti e Francesco Graziani vengono distratti dallo spettacolo offerto da quel bucaniere e tirano fuori. Il Liverpool mette a segno ogni rigore: è campione.
Nello stesso momento in cui nonno ruppe anche la radio del vicino, Zio Giandomenico stette così male da non riuscire più, da quel giorno, a rientrare all’Olimpico. A nulla servirono le ulteriori due Coppe Italia offerte dalla dirigenza Viola gli anni successivi: a Roma, quella notte, si ruppe un cuore.
Arrivarono gli anni ’90, arrivai io: la mia buona notte era ”Forza Roma, Forza Lupi so finiti i tempi cupi”, i miei racconti prima di dormire la partita di dieci anni prima col Bayer Monaco, quando di fronte all’eliminazione imminente i tifosi romanisti cominciarono a cantare ”Que serà, serà. Noi sempre ti sosterrem, noi sempre ti seguirem! Que serà, serà” commuovendo Nela in campo. Nonno aveva un’idea, un punto fisso: non siamo tifosi qualsiasi. Non diventiamo tifosi perché la nostra famiglia ci cresce a due colori: tifare la Roma significa abbracciare ideali e valori precisi, non siamo lì per riempire uno stadio. Vorrebbe che la mia sia una scelta cosciente: lo deludo. Un manigoldo vicino di casa usa il vecchio trucco del regalo disinteressato:da mesi giro per casa con la maglia di Ravanelli alla Juventus, rischio più volte il linciaggio familiare.
Mentre imparo a camminare, mia madre mi porta a passeggio per le vie del quartiere: al campo Ruggeri, poche centinaia di metri da casa, un Totti e un Nesta appena undicenni si sono sfidati solo quattro anni prima in quello che fu il loro primo derby: vinse il capitano, 2 a 0. Ciuccio in faccia, e quanno te passa. A inizio 2000 arrivo con le idee ancora confuse: all’alba del terzo millennio lo scudetto è nostro. Di quei giorni ricordo solo la gente, felice, e io lì, fesso  chiedermi perché. Nonno mi sollevò in braccio ridendo e Zio portò a casa un poster di Totti a grandezza naturale, mi disse ”Ecco il gladiatore”.
Il Gladiatore. Le altre squadre hanno Principi, Supereroi, Uomini Meccanici.
Nei racconti che nonno mi raccontava la sera i gladiatori erano persone che andavano a morire per far divertire altre persone. Il Gladiatore è una nullità, uno scarto: non ci fanno fumetti sui gladiatori, non c’erano cartoni animati in tv sui gladiatori. Eppure quell’uomo, quel giorno, stava sulla mia porta. Zio sorrise e se ne andò: mi lasciò la maglia di Ravanelli, neanche provò a togliermela. Stetti cinque minuti a guardare il poster, guardai giù in piazza, la gente felice e me la tolsi da solo. Veramente romanista, se posso avere l’ardire di definirmici, lo diventai solo anni dopo, ma quel giorno capì dentro di me cosa significava. Dal 2000 non vinciamo più nulla di così speciale come quello scudetto, eppure mi sento il più fortunato perché ho visto il vero trofeo: un gladiatore che ”muore” ma nessuno che ride. Un Gladiatore che ”muore” e la gente che piange.
Tutta la storia della nostra famiglia, tutto il sudore sul campo: non amiamo la Roma perché vince o perché è tradizione di famiglia. L’amiamo perché rappresenta ciò in cui crediamo, i nostri sogni e ideali. E allora non importa se sei di Trastevere o se vieni dalla Siria: puoi diventare romanista in un attimo, anche dopo aver preso sei pizze dal Barcellona in Champions. 
Non ci serve vincere per amare, ma amando vinciamo.
Non gli ho detto tutto questo a Imaad, ma avrei voluto.
Spero che almeno un po’ con voi mi sia riuscito a spiegare.
Puoi anche avere la kebbaberia più buona del mondo a duecento metri di distanza, ma se il tuo cuore è di casa qui, anche solo duecento metri, senza cuore, sono troppi.
Lorenzo Prattico
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