CONSIDERAZIONI SUL CAMPIONATO APPENA CONCLUSO: SI PUO’ VINCERE GIOCANDO BENE?

Un altro campionato è finito e con sé si porta via le belle partite e quelle meno entusiasmanti, le vittorie e le sconfitte, le squadre che hanno vinto “nonostante tutto”, quelle che hanno puntato a giocare un buon calcio, e, a tratti, anche quelle che sono riuscite ad ottenere entrambe le cose.
Alla fine ha vinto la Juventus e, nonostante la indiscussa supremazia dal punto di vista della gestione generale della squadra durante la stagione, alcuni giornalisti, tifosi e appassionati lasciano ancora aperta l’eterna polemica che contrappone le squadre vincenti a quelle che giocano bene.

Allora la domanda sorge spontanea:

Si può vincere giocando bene?

La risposta è assolutamente affermativa, ed è stata ampiamente dimostrata da squadre del passato, una su tutte il Milan di Arrigo Sacchi che vinceva con la sua squadra dominando in tutte le zone del campo senza lasciare spazio ad equivoci durante la gara.
Quella squadra, però, oltre a dare spettacolo, racchiudeva anche tutte le caratteristiche fondamentali che un team deve avere per arrivare a tagliare traguardi importanti. Aveva un buon vivaio, una buona Primavera, un’ottima struttura medico-sportiva, una chiara organizzazione aziendale e un eccellente condottiero che portava la squadra a importanti risultati esprimendo un gioco spettacolare e tanto tanto entusiasmo e voglia di vincere.
E allora, riallacciandosi a questo campionato, tutte le squadre hanno dato un fervido spunto di riflessione, ognuna da una prospettiva diversa.
La Juventus, pur non giocando sempre bene, ha dimostrato che la colonna portante di una squadra di calcio è l’organizzazione accompagnata dalla serietà di un progetto.

Infatti, le gerarchie della azienda Juventus prevedono che il Presidente interagisce con il direttore sportivo; il direttore sportivo con l’allenatore e l’allenatore con i giocatori.
Questi ultimi, alla luce di tutto ciò, vengono educati molto rapidamente al senso di appartenenza al gruppo, imparando in men che non si dica il vecchio brocardo “uno per tutti, tutti per uno”.

Quest’ultimo, sia inteso, non mira a sacrificare o ad annullare i tratti distintivi delle personalità e del modo di giocare di questi campioni, ma tende unicamente a renderle strumentali ad un progetto comune.

Pertanto, seguendo semplici ma intrasgredibili regole, i giocatori della Juventus hanno centrato l’obiettivo, non facendosi né tentare da manie di protagonismo (pur potendoselo permettere), né  distrarre dall’ambiente circostante, dalle provocazioni dei media, dall’andamento delle altre squadre, né da altri fattori esogeni in generale.

La Roma e il Napoli, classificate rispettivamente seconda e terza, sono state la riprova che il calcio spettacolare che hanno espresso non sempre è sufficiente al raggiungimento di obiettivi importanti se non è supportato da una solida organizzazione e da un ambiente di lavoro sereno.

Si pensi a Luciano Spalletti (allenatore della Roma), che, nonostante sia arrivato secondo e abbia centrato l’obiettivo della qualificazione diretta alla Champions League, è stato tediato durante tutto il campionato dall’annosa questione “Totti si – Totti no”, e alla fine anche ingiustamente fischiato.
Tutto ciò è dipeso, secondo molti, da una lacuna della presidenza della Roma che non ha saputo prendere in mano le redini della “biga “a tempo debito e legittimare con fermezza l’operato dell’allenatore.

Tornando, dunque, al concetto poc’anzi citato, vi è stato un problema di comunicazione in cui il Presidente evidentemente non ha trovato le parole giuste da dire al direttore sportivo, quest’ultimo all’allenatore, ed, infine, ai giocatori, ultimo anello della catena, ai quali non è arrivato il messaggio di un filo conduttore da rispettare durante il campionato, per comprendere quali fossero le reali priorità da seguire.
E così anche per Maurizio Sarri, allenatore del Napoli, giorni fa insignito del premio Bearzot come migliore allenatore italiano, sul quale a metà campionato, in un momento di calo psicofisico dei giocatori (evento possibile e a volte anche giustificabile) sono piovute critiche da parte del Presidente De Laurentiis, che lo hanno delegittimato nei confronti dei giocatori e lo hanno inibito nel trasmettere ai suoi atleti quella spinta propulsiva necessaria al raggiungimento dei migliori traguardi.

Spinta e cattiveria, che, invece, hanno contraddistinto il Crotone guidato da Davide Nicola, il quale è riuscito, insieme ai suoi ragazzi, a realizzare una grande impresa calcistica e professionale.
Il Crotone, infatti, nel girone di andata, era quasi condannato alla retrocessione nella serie cadetta. Poi, fondamentale per il risveglio e la ripartenza della squadra, fu una intervista rilasciata da Nicola a metà campionato, nella quale l’allenatore rimproverava apertamente la mancanza di reazione da parte dei suoi giocatori, quasi per spronarli a reagire.

Nel campo motivazionale è palese che, a volte, il rimprovero e la provocazione servono a far scattare la molla giusta per reagire.
Milan e Inter: che dire, il disastro più assoluto.

L’opposto di tutto ciò che occorre per formare un gruppo compatto e vincente. Due squadre che hanno costantemente respirato l’aria di instabilità e di incertezza creata dalle vorticose trattative concernenti il passaggio di mano societario, le quali hanno influito, e non poco, sul rendimento in campionato.

Se all’incertezza societaria si aggiunge anche il passaggio del testimone di quattro allenatori, ben si comprende che l’Inter in particolare ha vissuto un anno in preda all’anarchia più totale.
Il segnale più evidente è stato l’abbandono della panchina da parte di Gabigol e Joao Mario prima del fischio di fine partita da parte del direttore di gara in occasione della gara contro la Lazio.
Sì, perché il calcio, prima ancora di essere un business, è uno sport e segue delle regole tutte sue. Innanzitutto, la prima recita che la vittoria non è la diretta conseguenza della disponibilità economica ma, per converso, passa attraverso diversi step quali il vivaio, la primavera, la direzione sportiva, la direzione tecnica, gli allenamenti e la formazione dello spirito di squadra.
Nel calcio passato, infatti, la vittoria passava inevitabilmente dal raggiungimento di una sorta di formula chimica denominata “amalgama”.
Occorrevano, cioè, alcuni anni di lavoro prima che l’allenatore e i giocatori trovassero quell’elemento che alcuni definiscono chimica, altri più semplicemente il sincronismo che rende una squadra un meccanismo rodato e consolidato.
L’allenatore, quindi, era colui il quale si doveva occupare di raggiungere quella tanto agognata “amalgama” oltre che preparare i suoi atleti dal punto di vista atletico, tecnico, tattico e strategico.
Prima c’era anche un ambiente di lavoro più sereno e molta più pazienza da parte di tutti: tifoserie, media, presidenti, e semplici appassionati.

Ora il calcio sembra rispecchiare fedelmente la mentalità consumistica occidentale: si vuole ottenere tutto nel minor tempo possibile, solo perché magari si possiede una capacità di spesa maggiore degli altri.
Ma per fortuna il calcio è uno sport, e nello sport subentrano altre componenti che esulano prepotentemente dal “Dio Denaro”.
Nello sport c’è l’autodeterminazione dei popoli, il riconoscimento delle persone nei propri idoli e nei propri valori, la traslazione dei propri sogni, delle proprie aspettative e delle proprie passioni.
Non a caso l’addio di Francesco Totti dopo la gara contro il Genoa ha avuto un enorme impatto emotivo sui tifosi della Roma e non solo…
Alcuni si sono riconosciuti in una maglia, altri in un campione, altri nella bellezza di un ricordo, altri ancora nello scorrere inesorabile del tempo.
Oltre a tutto ciò, Francesco Totti ha sicuramente rappresentato uno degli ultimi scampoli di coerenza e continuità nel calcio moderno, motivo per cui, nella sua festa d’addio, ha trascinato molti spettatori in un trasfer emotivo come pochi nel passato.
Nota dolente di quest’anno, nonché segno visibile di abdicazione, è stata la dichiarazione di Silvio Berlusconi in occasione del closing con il Gruppo Cinese che ha rilevato l’A.C. Milan.
Berlusconi ha dichiarato che in un mondo, come quello del calcio,in cui sono entrati i “Capitali del Petrolio” è sempre più difficile, per una singola Famiglia (seppur molto facoltosa) poter competere e mantenere una squadra ad alti livelli per raggiungere traguardi importanti.

Questa dichiarazione è smentita dai fatti. In Italia ci sono famiglie che gestiscono decorosamente prestigiose e storiche società di calcio puntando da anni sui propri vivai o sulla scoperta di giovani talenti provenienti dall’estero. Tutto ciò senza dover necessariamente spendere cifre esorbitanti.

Bisogna avere più fiducia nei settori tecnici, nei preparatori atletici e negli allenatori. L’allenatore, visto come direttore d’orchestra, come elemento di raccordo fra società e calciatori, come motivatore, come traghettatore e come fine psicologo.
La figura dell’allenatore è fondamentale, oggi più di ieri, nonostante si tenda, a volte, a minimizzarla e a svalorizzarla.
Ancora tocca sentire, in televisione, Luisito Suarez, un giocatore degli anni sessanta, che dichiara pubblicamente che l’allenatore serve solo a schierare le formazioni e a null’altro, perché, alla fine, a scendere in campo sono i giocatori.

Sempre in televisione purtroppo si sentono dichiarazioni anacronistiche e fuori dalla realtà da parte di Ivan Zazzaroni quando sostiene che Patrizia Panico (ex calciatrice) non potrà essere una buona allenatrice della Nazionale maschile di Calcio under 16 perché proviene dal calcio giocato femminile che è molto inferiore a quello maschile. Come se solo persone che hanno giocato a calcio ad alti livelli possano diventare dei bravi allenatori.

Per fortuna è la storia a smentire queste assurdità, nel momento in cui ha visto alcuni dei migliori allenatori del mondo provenire da un calcio giocato mediocre o provenire addirittura da altri sport.

E allora, in vista del prossimo campionato e del prossimo futuro, se mettiamo il caso che per andare avanti fosse necessario fermarsi e guardare un attimo indietro, la provocazione da lanciare sarebbe questa: “Perché no?”

Anselmo Spampinato

@Copyright foto: http://aforisticamente.com/tag/calcio-e-calciatori/

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