EROI DELL’ORRORE: IL CASO BATES

Risale al 1959 la nascita del libro di maggior successo dell’autore statunitense Robert Bloch, il thriller psicologico destinato ad essere tradotto in pellicola da Alfred Hitchcock l’anno successivo.

Psycho, o nelle prime traduzioni in italiano noto anche come Il passato che urla, è un libro tutt’altro che scontato, probabilmente anche un tantino irriverente per l’epoca in cui fu partorito.

Temi quali il femminicidio, il matricidio o il travestitismo non erano certo argomenti di dominio comune; se consideriamo poi il connubio creato dall’autore tra tali temi così “scomodi” e l’articolazione del romanzo in scene cruente ed agghiaccianti, quali quelle che vengono descritte senza lesinare in dettagli e particolari e con uno stile talmente realistico da trasportare il lettore quasi all’interno del romanzo, allora possiamo comprendere come quest’opera non potesse che colpire dritto al cuore uno dei più grandi maestri della storia del film noir.

Alfred Hitchcock volle fortemente la realizzazione dell’opera cinematografica ispirata dall’omonimo libro, ma conferì naturalmente un tocco personale al progetto, in primo luogo regalando al protagonista Norman Bates un volto diverso da quello del romanzo, un fascino magnetico che nell’opera scritta non aveva affatto.

A differenza del Norman Bates descritto da Bloch, un quarantenne obesotto e pelato che dorme in una stanza da adolescente e che ha serie difficoltà a rapportarsi con l’altro sesso, Alfred Hitchcock decise di affidare il ruolo da attore protagonista al fascinoso ed intrigante Anthony Perkins, scelto, oltre che per le indubbie doti interpretative, anche ed ancor più per quel suo sguardo strano e ipnotizzante che si rivela dominante nell’intera pellicola e per quella sua bellezza carismatica, ma al contempo semplice, che gli consentì di impersonare alla perfezione il ruolo del “mostro della porta accanto”.

La lunga storia imbastita dal regista sulla trama del romanzo di Bloch non è l’elemento importante dell’opera cinematografica; Hitchcock nel suo Psycho si mette a fare sperimentazione; senza avere l’ambizione di realizzare nulla di grandioso, ma con il semplice intento – a suo dire – di “fare un’esperienza”, egli creò una pellicola destinata a passare alla storia, un film che ha del singolare e scardina radicalmente quelle che erano all’epoca, e che probabilmente lo sono ancora oggi, le classiche regole cinematografiche alle quali anche e soprattutto un film horror ci si aspettava dovesse attenersi; e fu così che nacque un grande capolavoro!

La storia è quella di una giovane donna di nome Mary Crane che decide di rubare una cospicua somma che le è stata affidata e di raggiungere il suo compagno che vive in un’altra città. Salta in macchina e va incontro al suo destino; stanca di guidare e colta da una pioggia battente, decide di fermarsi, sbaglia inavvertitamente uscita e si imbatte nel Bates Motel, una struttura ricettiva con più camere dominata da una casa dall’aspetto sinistro, quella stessa casa che nella successiva storia della cinematografia dell’orrore fu riproposta a più riprese.

Il proprietario del Bates Motel, un ragazzo un po’ timido e visceralmente legato all’anziana madre bisbetica e possessiva che vive nella strana casa sulla collinetta sovrastante il Motel, accoglie Mary con gentilezza, le assegna la stanza numero 1 (la numero 7 nel libro di Bloch) e la invita a cena a casa sua, ma i due si ritrovano a consumare il pasto nell’ufficio del Motel in quanto la madre di Norman si rifiuta di accogliere la giovane ospite in casa, ritenendolo sconveniente; gli argomenti di discussione apparentemente banali affrontati durante la cena fanno scattare in Mary Crane una sorta di pentimento; così ella decide di tornare indietro e di restituire il denaro rubato. Prima di rimettersi in viaggio ed andar via, Mary Crane fa la doccia ed è a questo punto che compare la sagoma di una figura femminile che la uccide a coltellate.

Crolla così la prima certezza del pubblico, ossia quella per cui la protagonista del film – o chi si riteneva tale – debba arrivare necessariamente sino alla fine! Perché questa è la regola! Ma allora viene naturale chiedersi: era proprio lei la protagonista della storia? e soprattutto la questione del denaro rubato e che colei che si pensava fosse la protagonista aveva deciso di restituire è la vera questione centrale del film? E che ruolo hanno Norman Bates e la sua amata madre che si è macchiata di un così efferato crimine?

Il giovane Norman è costernato per quanto accaduto, ma la signora Bates è sua madre, deve proteggerla, deve occultare le prove dell’omicidio.

Norman agli occhi del pubblico è la vittima, un figlio costretto per amore a coprire le colpe della propria madre, un peccato veniale che gli spettatori non esitano neanche un solo istante a perdonargli, perché in fondo è la ragione del cuore che guida il ragazzo.

Ma cosa succede quando la storia va avanti e si scopre che la signora Bates è morta da tempo e che il suo cadavere mummificato giace nella cantina della strana casa che domina il Motel?

Altro colpo di scena! E’ la seconda certezza del pubblico che crolla inesorabilmente e i sospetti, a questo punto non possono che annidarsi sul giovane Norman.

Entrano in gioco altri tre personaggi, la sorella di Mary, il fidanzato che stava aspettando che lei lo raggiungesse e uno scaltro detective che non fa in tempo a pensare che ci sia qualcosa di strano nel Motel dei Bates, che viene irrimediabilmente ucciso.

Sono, dunque la sorella di Mary ed il fidanzato a dover risolvere l’enigma.

Ma ormai il pubblico ha visto disciogliersi l’idea apparentemente solida legata all’immagine dell’anziana madre di Norman, bisbetica e possessiva, che per gelosia ha ucciso la sfortunata avventrice del Motel.

Il pubblico è in confusione, ma è sempre più attratto dalla storia, ansima per arrivare alla fine e per capirci qualcosa.

L’obiettivo di Hitchcok, assolutamente geniale ed egregiamente riuscito, è quello della destabilizzazione dello spettatore, costantemente violentato nelle proprie aspettative e puntualmente travolto, dall’inizio alla fine della pellicola, in una serie di congetture ogni volta sapientemente smentite dalla storia e dagli eventi.

Con Psycho nasce un nuovo protagonista: il pazzo, lo psicopatico, lo squilibrato spesso affetto da sdoppiamento della personalità che sarà più e più volte riproposto in un nutrito filone negli anni successivi, in stretta assonanza con la tematica del melodramma familiare.

E’ proprio Norman il vero protagonista della storia, ossia chi assolutamente non ci si aspettava che lo fosse, perché non ne aveva le attitudini; per dirla in gergo, non aveva le carte in regola per poter assurgere ad “eroe dell’orrore”, non era credibile. Ed è forse proprio questo che determina sconcerto negli spettatori ed innesca l’amara riflessione nelle loro menti; è il bello dell’inspiegato, l’intrigo dell’inatteso, Norman, colui su cui non avremmo mai puntato e che alla fine ci sorprende…con la sua disarmante ordinarietà.

Per usare le parole di John McCarty, autore del libro pubblicato nel 1993 dal titolo Movie Psychos and Madmen: film psychopaths from Jekyll and Hyde to Hannibal Lecter “l’archetipo dell’eroe hitchcockiano è stato spesso descritto come un uomo ordinario che si trova coinvolto in una storia straordinaria. Questa descrizione è calzante anche per lo psicopatico hitchcockiano, che è anche lui una persona innatamente ordinaria che all’improvviso si trova fino alle orecchie in una situazione ugualmente straordinaria, la propria stessa follia…”

Non vi sembra che questa descrizione calzi a pennello il nostro Norman Bates?! Sarebbe stato bello avere un maggior intuito e scoprirlo all’inizio del film; certo, probabilmente si sarebbe annientato l’effetto suspense, ma in compenso avremmo potuto vantare un ego ben più cotonato di quanto non possiamo permetterci!

Copyright foto: http://www.blumhouse.com/2015/10/15/character-showdown-can-there-only-be-one-norman-bates/

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