MADRI, FIDANZATE, EROINE: IL FUMETTO E IL RUOLO DELLA DONNA

Caratteristica principale di qualsiasi civiltà è indubbiamente la non staticità. La cultura, il mondo, le abitudini: una continua evoluzione che porta al cambiamento, ad un adattamento, a una costante differenza tra passato e presente.

Il fumetto, figlio della contemporaneità, espressione del presente, non può fare altrimenti se non adattarsi, mostrando alla società uno specchio della stessa.

In quella che viene chiamata la Silver Age nel fumetto, in quegli anni ’60 che videro la nascita della Marvel Comics, e il ritorno in auge di DC Comics, la rappresentazione della società era assolutamente diversa da quella che avviene oggi. Perché la società stessa era differente: un mondo strettamente maschile, legato a determinati stereotipi, in una società che ancora non vedeva la vera parità dei diritti.

E ciò non certo solamente negli Stati Uniti, ma in tutta la cultura occidentale. Basti pensare alla presenza del cosiddetto “matrimonio riparatore” nella nostra Italia, prima delle varie riforme legislative che si sono succedute nei decenni successivi.

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Quale poteva essere il ruolo della donna nei fumetti, in un periodo così fortemente sessista? Fidanzate, mogli, madri. Cliché tipici dei più classici racconti, la donna salvata dal cavaliere, o in attesa del suo ritorno. Come è possibile vedere con Gwen Stacy, o Mary Jane Watson, costrette ad attendere che Peter Parker, alias l’Uomo Ragno, torni dalle sue avventure; delle moderne Penelope? Da questo punto di vista il fumetto non fa che allinearsi a una tipologia di “discriminazione”, non percepita come tale, ma che nei fatti fu presente nell’immaginario collettivo per secoli, tra fiabe, poemi, racconti del folklore e molto altro.

Al punto che anche la “prima” supereroina di quegli anni, Susan Storm, la Donna Invisibile dei Fantastici Quattro, nonostante appartenga al celebre gruppo, finisce per svolgere il ruolo di moglie prima, e di madre poi, con la nascita del loro primo figlio. Il team finisce, infatti, per rappresentare una forma di famiglia, in cui per l’appunto Susan viene relegata al lato più casalingo dei racconti.

Con il passare degli anni, con il mondo che cambia, non può che cambiare anche questa percezione, mostrando non solo l’evoluzione dei sopracitati personaggi, ma anche l’introduzione di nuove figure, in grado di rivalutare il ruolo della donna.

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La figura femminile viene trasformata, trasfigurata, con una progressiva indipendenza dalle figure maschili, uscendo dalla bolla in cui era stata rinchiusa negli anni precedenti. Un esempio è Mary Jane, in grado di lasciare l’amato Peter più volte, alla ricerca della propria identità, del proprio senso nel mondo, della propria indipendenza. Una donna che crede nella sua carriera, a costo di lasciare gli affetti indietro.  Anche la sopracitata Susan Storm, non più figura succube, ma madre carismatica, in grado di unire la propria predisposizione ad essere genitore al suo essere una supereroina, con la capacità di opporsi alle esagerazioni del marito.

Un cambiamento che avviene anche nei costumi: i classici succinti body finiscono per essere sostituiti da più comode tute, esattamente come avviene per le loro controparti maschili. Non un tentativo di coprire le nudità per “politically correct“, ma la volontà di chiudere il triste periodo di oggettivazione della donna, un problema ancora fortemente presente nelle società occidentali.

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Una lunga gestazione, con il suo picco negli ultimi anni, grazie ad un particolare personaggio: la Potente Thor. Il classico eroe, divinità nordica, è stato reso “indegno” in una della sue avventure, finendo per perdere dunque la possibilità di alzare il suo sacro martello. Strumento che, con somma sorpresa, verrà alzato da una donna, Jane Foster. Un messaggio di parità, un messaggio di uguaglianza: non importa essere uomo o donna, per essere Thor ciò che è fondamentale è l’esserne degno. Una capacità che non ha sesso.

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