QUANDO IL CIBO DIVENTA UN INCUBO

Caro John, mi chiamo Vittoria, ho 48 anni e sono una project manager. 

Ultimamente mi sono accorta di avere un problema con il cibo. Sono sempre stata una persona equilibrata ed attenta alla linea: ho praticato molti sport e mangiato cibi sani, ma senza mai avere avuto fissazioni o esserne diventata schiava. 

Di recente, invece, per problemi lavorativi, tutte le mie ansie si riversano sul frigorifero: abuso di qualsiasi alimento esso contenga, non curante degli orari né delle calorie. Per due settimane circa, sono riuscita a frenare questa insaziabile voglia di ingurgitare tutto ciò che mi capitasse a tiro, ma poco dopo sono ripiombata nella voragine, recuperando non solo i chili perduti in quel regime di regolarità, ma anche l’istinto inconscio di voler infliggermi quasi una punizione per questo ulteriore salto di carriera che mi aspetto ma non arriva: anche se non ho fame, continuo a mangiare a crepapelle e, una volta raggiunta la sazietà, vado in bagno a vomitare. Lo specchio è diventato il mio peggior nemico: mi guardo, non mi piaccio più, tendo a non avere più stimoli e mi sembra di essere incastrata in una situazione da cui temo di non riuscire a venire fuori. Io che ho costellato la mia vita di traguardi, mi sento bloccata e sconfitta. Non ho intenzione di rivolgermi ad un professionista del campo, cosa potrei fare in alternativa?

Vittoria69


Cara Vittoria, non abbatterti!

Il primo passo importante che hai già compiuto senza accorgertene è l’aver riconosciuto ed ammesso che tu abbia un problema.

Ti sia di conforto sapere che non sei l’unica persona che, in momenti difficili, si rifugia in una dipendenza. C’è chi si abbandona alle droghe, al gioco e chi al cibo. Che tu sia ricascata nel vortice dell’inappagante insaziabilità, non deve demoralizzarti: sei un essere umano e, come tale, puoi vincere e perdere, sbagliare e ricominciare, ma sei tu a decidere cosa sia meglio per te. La mente si nutre di vizi e di capricci e, spesso, la vergogna di non voler mostrarli agli altri ci fa desistere dal chiedere aiuto ad un esperto: sbagliato. Rivolgersi ad uno psicoterapeuta è necessario per poter innanzitutto identificare la causa del tuo malessere, che non necessariamente è ricondubile alla sfera professionale come pensi, e poi per seguire un percorso adeguato che non preveda ennesimi deragliamenti. Avere 48 anni e svolgere un incarico di responsabilità come il tuo comporta un certo rispetto delle regole, grande capacità di organizzazione e di analisi, ma anche la non trascuratezza della propria vita privata: se continuerai a vivere nell’incubo della tua carriera e tralascerai i tuoi più intimi bisogni, non farai altro che peggiorare il tuo stato d’animo. In più, la tua mansione implica la tendenza a prevedere attentamente ciò che accadrà, tenendo sempre tutto sotto controllo: ma tu sei una donna, non un’azienda e, forse anche per orgoglio e deformazione professionale, non ammetti di avere défaillances e che qualcosa possa sfuggirti di mano!

Tranquilla, niente è perduto! Le strutture sanitarie offrono anche l’opportunità di rivolgersi a dei medici in forma non solo gratuita ma anche anonima. Parlane col tuo medico e saprà indirizzarti verso quelli più adatti al tuo caso. Inoltre, confidare ad una persona cara questo disagio momentaneo ti aiuterà a non sentirti sola nell’affrontare il tutto. Ricordati che vivere un momento no e/o chiedere aiuto non è sintomo di debolezza. Una volta superato questo periodo nero, anche le paure riguardanti il lavoro si scioglieranno come neve al sole: nutrire la mente e mantenerla in equilibrio dipende altresì dal nutrimento del corpo. Mi sento quindi di consigliarti di rivolgerti anche ad un nutrizionista: vedrai che se seguirai questi piccoli ma fondamentali step, la soluzione sarà immediata e l’epilogo di questa vicenda sarà solo uno e corrisponderà al significato del tuo nome.

Coraggio!

Copyright copertina: @https://www.google.it/amp/www.vitadamamma.com/115949/cattivo-rapporto-con-il-cibo.html/amp

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