SUPEREROI E INTEGRAZIONE: UN DIFFICILE PERCORSO

Sono passati ormai ottant’anni dall’arrivo, sui fumetti statunitensi, del primo vero supereroe, colui che incarna il genere: Superman. Da allora, il genere non si è fermato, tra alti e bassi, fino a raggiungere lo straordinario successo odierno, grazie anche alla cross-medialità attraverso film, serie tv e molto, molto altro.

Una storia davvero lunga, quasi un secolo, approdando all’alba della Seconda Guerra Mondiale, attraversando la Guerra Fredda, e giungendo nell’era dei muri. E di certo il fumetto non è rimasto fuori da tutto ciò, come una bolla in cui rifugiarsi.

Certo, il fumetto supereroistico costituisce una fuga dalla realtà, ma anche una rappresentazione della stessa. Basti pensare al personaggio di Capitan America, da simbolo di propaganda politica, a strenuo critico delle varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca. Una evoluzione di fatto obbligatoria, in un genere che ha progressivamente conquistato la propria personale dignità. Come dimenticare la storica vignetta in cui Frank Miller mise nel baloon della Sentinella della Libertà “I’m loyal to nothing General, except the dream”. Un messaggio forte, a dimostrazione di come il personaggio avesse nei fatti distrutto le barriere che lo costringevano nel ruolo di immagine pubblicitaria.

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Più che la politica, è emblematico ciò che il fumetto di questo genere ha realizzato riguardo al difficile tema dell’integrazione. La Silver Age del fumetto, collocata negli anni ’60, non era infatti nella posizione di poter presentare al pubblico un determinato tipo di eroi. Ecco perché nel Pantheon della mitologia Marvel Comics, nato in quegli anni, troviamo esclusivamente personaggi che rappresentano il classico esempio di americano: uomo, bianco, anglo-sassone, possibilmente biondo. Non c’è nulla di male: in quegli anni il fumetto rappresentava chiaramente la società che aveva di fronte, nel rispetto della più pura contemporaneità. Mentre si discuteva e si criticava il Vietnam, la società veniva ancora mostrata ferma. Una soluzione era alle porte, creando uno tra i più celebri gruppi di eroi: gli X-Men.

Gli X-Men appartengono alla razza mutante. Una evoluzione del normale Homo Sapiens, al punto da avere una propria denominazione scientifica: Homo Superior. Sono persone che grazie ad un particolare gene, il gene X, possiedono straordinarie capacità, dal controllo degli elementi, al semplice volo.

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Il problema? I mutanti spaventano la comunità. Sono temuti, odiati, cacciati, detestati. Sono il diverso che viene temuto, sono ciò che non è normale e che ci spaventa. Non potendo rappresentare il difficile tema dell’integrazione, negli anni di Martin Luther King, l’unico modo era utilizzare delle “maschere”, delle marionette che ad un primo livello di lettura mostrassero dei comuni eroi, ma che, ad un livello più profondo, erano la perfetta rappresentazione dei movimenti di quegli anni.

Tra le più belle storie c’è indubbiamente “Dio Ama, L’Uomo Uccide”, in cui gli eroi si trovano a confrontarsi con un predicatore che li dichiara abomini contro la religione, inneggiando a una vera e propria persecuzione.

Con l’evoluzione della società, pian piano, si è potuto mostrare sempre più, senza ricorrere alle maschere, alle rappresentazioni. I primi eroi neri, come il monarca africano Pantera Nera, o l’afroamericano Luke Cage, sono stati tra i primi ad aprire uno spiraglio. Spiraglio che, oggi, ha generato una presenza di primo piano nell’economia del genere supereroistico.

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L’esempio più calzante è Miss Marvel, una giovane ragazza del New Jersey, di origine pakistana e musulmana. A tutto ciò, si aggiungeranno dei poteri che la renderanno la supereroina che conosciamo. L’importanza di Miss Marvel non è nei suoi poteri, ma nella sua appartenenza: immigrata di seconda generazione, non è considerata né pienamente statunitense, né pienamente pakistana, si ritrova a vivere il difficile ruolo dell’integrazione. Le sue avventure hanno, dunque, dalla loro sia l’eredità del più classico Uomo Ragno, con la quotidianità, la vita a scuola, i primi amori, la difficoltà di conciliare il tutto con la vita dell’eroe, ma anche la difficoltà di integrarsi in una società, a due passi dal centro del mondo, come è quella del New Jersey.

Nell’era Trump il successo di un simile personaggio è il simbolo di una strenua “resistenza” della cultura del fumetto, che vuole andare avanti, e non tornare indietro, in un’epoca di discriminazioni come lo è stata quella degli X-Men.

Seppur verranno costruiti muri, la speranza è che ci siano eroi ad abbatterli.

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