TRA MORTE E POESIA: UNGARETTI, IL POETA DEL FRONTE

Giuseppe Ungaretti è il poeta del fronte, il soldato sensibile dall’Io lirico appassionato che affidò a versi delicatissimi lo strazio della prima guerra mondiale.

La sua poesia è fonte d’illuminazione, perché spiega il senso della vita come non riuscirebbe a fare nessun discorso razionale. Di rimando il poeta si erige a sacerdote della parola, attribuendole un significato magico, si potrebbe dire esoterico.

Le opere letterarie di Ungaretti si fanno ambasciatrici del senso nascosto delle cose, attraverso una poetica che non si configura mai come esposizione di episodi ma come una vera e propria ricerca del “tempo perduto”. Ecco perché in esse è facilmente riscontrabile un carattere fortemente autobiografico.

Nacque l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto da un’umile famiglia di panettieri, di origine toscana ma emigrati da Lucca, e visse tutta l’infanzia nel sogno di visitare quel paese di cui tanto sentiva parlare in casa ma che gli appariva molto lontano: l’Italia.

Fu un ragazzino irrequieto e difficile da disciplinare ma anche un appassionato lettore. Aveva una forte ammirazione per i poeti maledetti, primo tra tutti Mallarmé che incise profondamente sulla  poetica di Ungaretti. Il suo vero faro fu, però, Leopardi che lui considerò il primo vero storico mai esistito, per la capacità d’analisi critica della società.

Studiò a Parigi e nel 1914 arrivò in Italia, coronando il suo sogno infantile. Fu l’amore per il paese che avvertiva come la propria patria naturale a spingerlo tra i volontari della 1° Guerra Mondiale, senza pensare troppo a cosa potesse riservargli una simile scelta. Nel giro di poco tempo la sua richiesta fu accolta e venne mandato al fronte, sul Carso.

Uccidere per non essere ucciso. Sparare per non essere sparato. E’ una dura legge quella della guerra. Trasforma gli uomini in carri armati: freddi pezzi di metallo il cui corpo si fonde con i fucili,  improbabili prolungamenti del braccio, e la pelle con le divise.

Durante le ore di sole Ungaretti era una macchina tra le macchine. Cercava di proteggeva il corpo dai bossoli e dalle bombe, mentre combatteva per devozione ad una patria che non lo aveva cresciuto ma di cui sentiva il richiamo materno fin dentro le viscere. Di notte scriveva per non impazzire e al buio curava l’anima con parole di speranza e tenerezza.

Era quello l’unico momento in cui poteva e doveva attaccarsi alla vita. Quella stessa vita che ad ogni risveglio cercava di difendere a denti stretti, al prezzo di quella dei nemici.

Le stradine impervie e disseminate di mine e nemici del  monte San Michele videro sbocciare le sue poesie più belle. Riuscì a seminare fiori dove la guerra portava odio e distruzione.

Fu capace di far sgorgare poesia tra cadaveri ammassati e deturpati.

Antonella Fortunato

Giuseppe Ungaretti il poeta soldato
Giuseppe Ungaretti il poeta soldato

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