ARTE, ELEGANZA E SENSUALITÀ DELLA GEISHA GIAPPONESE

Il termine geisha significa “artista”. Le geisha sono autrici di pura bellezza, espressa sul proprio corpo con trucchi delicati e finissimi kimono. L’eleganza è per loro un modo di essere più che di apparire. Vengono considerate delle vere e proprie dive e la loro grandiosità sta nella capacità d’intrattenimento attraverso la danza, la musica e la raffinata retorica.

Nell’immaginario collettivo occidentale la geisha altro non è che la versione giapponese della prostituta europea. Una visione totalmente distorta della realtà, figlia del solito eurocentrismo con il quale si tende a filtrare ogni aspetto del mondo attraverso il proprio, limitato, punto di vista.

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Complice di tale sbagliata considerazione è stata la Seconda Guerra Mondiale. I soldati americani, giunti in Giappone, credettero di trovare in queste giovani delle meretrici d’alta classe, pronte ad assecondare i loro piaceri perché abituate ad essere serve degli uomini. Dovettero invece fare i conti con una situazione ben diversa: un mondo fatto di ciliegi in fiore e donne acculturate e inaspettatamente emancipate.

Ben presto però i potenti del posto si attivarono per fornire ai soldati la compagnia di comuni prostitute che cominciarono a chiamarsi geisha per riprendere il fascino delle belle dame rispetto alle quali avevano sempre provato un forte senso d’inferiorità.

Il significato del termine venne così snaturato e trapiantato in Europa nella nuova accezione: più comoda da insinuare nella mente di chi preferiva guardare alla dimensione orientale come ad un luogo di perdizione ed arretratezza.

Dietro i delicati volti incipriati, oltre il rosso di un cuore disegnato con sapienza sulle labbra, in fondo agli intriganti occhi a mandorla si nasconde un universo fatto di rituali, regole precise da non infrangere e giochi di ruoli molto distanti dalla realtà alla quale gli occidentali sono abituati.

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Le prime geisha comparvero nel XVII secolo ed erano uomini con il compito di intrattenere il pubblico danzando e cantando. Nel giro di pochi decenni tuttavia le più leggiadre figure femminili li soppiantarono, facendo proprio tale ruolo sociale.

Fu necessario prendere delle misure per distinguere le geisha dalle prostitute che popolavano le case del piacere. Le seconde vendevano il proprio corpo ad ore, laddove le prime prestavano intrattenimento culturale per poi appartenere fisicamente soltanto al proprio danna (protettore). Vennero così creati dei quartieri – chiamati hanamachi ovvero città dei fiori – nei quali si trovavano le case da tè per gli incontri e le ochiya, raffinatissime abitazioni ben distinte dai volgari bordelli.

Esistevano delle vere e proprie scuole per la loro formazione. La geisha apprendista veniva chiamata maiko e presa in custodia da un’ onee-san (sorella maggiore) che doveva occuparsi d’insegnarle tutte le conoscenze più pratiche del mestiere.

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Generalmente provenivano da famiglie molto povere che, a causa delle ristrettezze economiche,   vendevano le proprie figlie ancora bambine. Soltanto alcune, però, venivano accettate nelle città dei fiori – quelle che nei tratti mostravano buone potenzialità da future geisha –mentre le altre finivano nel giro della prostituzione. Tra le bambine accolte nelle strutture c’era poi un’ulteriore selezione nella fase adolescenziale: chi diventava maiko e chi, non ritenuta degna di tale ruolo, restava come serva nella casa a prestare servizio in cambio di vitto e alloggio.

Nell’ochiya la giovane destinata a diventare geisha accumulava debiti in vestiti, cibo, istruzione e cure, da saldare poi con il denaro ottenuto vendendo la propria verginità e fedeltà di dama di compagnia al migliore offerente che, in tal modo, diventava il suo danna. Da quel momento  veniva considerata formalmente geisha e si trasferiva nella casa del suo protettore.

Oggi le geisha esistono ma sono poche. La secolare tradizione è stata svilita da innumerevoli pellicole hollywoodiane che hanno dato un’immagine poco veritiera delle artiste da tè e tessitrici di intriganti conversazioni.

La globalizzazione si è insinuata anche fra le antiche tradizioni nipponiche, tra la sapiente maestria di capelli faticosamente acconciati, visi di porcellana e sake sorseggiati all’ombra di ombrellini colorati. Tuttavia non è ancora riuscita a distruggere l’affascinante segreto della loro seduzione.

Antonella Fortunato

copyright foto

http://bsnscb.com/geisha-wallpapers.html

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