Boom demografico: una spinta mondialmente asimmetrica

Nel 1900 la popolazione umana superava di poco il miliardo e mezzo di unità. Oggi, nel 2017, sette miliardi e mezzo di esseri umani vivono in contemporanea sul nostro pianeta, con una crescita che non accenna a fermarsi. Le stime prevedono infatti otto miliardi e mezzo di persone nel 2030, quasi dieci miliardi nel 2050 e poco più di undici miliardi nel 2100, con una crescita che sì rallenterà, ma non si fermerà in nessuna maniera.

Ciò che colpisce indubbiamente è la diversificazione della crescita nelle varie regioni dell’ecumene, rendendo di fatto la crescita demografica in forte squilibrio da continente a continente. In base a cosa tutto ciò?

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Un interrogativo in realtà piuttosto semplice. Sono due infatti i componenti fondamentali che si mescolano nel generare un così forte sviluppo demografico. Da un lato la presenza di una forte natalità nei paesi in via di sviluppo, dall’altro una bassa mortalità nei paesi sviluppati. Due caratteristiche che sono, nei fatti, agli antipodi, e sono tipiche di due regioni differenti.

In Occidente, e per Occidente intendiamo non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone e i restanti paesi industrializzati, un miglioramento delle condizioni della vita e della sua aspettativa hanno portato ad un aumento della popolazione, in virtù della maggiore presenza degli anziani, notabile anche in una maggiore percentuale di ultracentenari. Uno sviluppo che ha portato anche ad un minore peso demografico delle fasce più giovani della popolazione, unito ad una minore natalità, che è caratteristica tipica dei paesi del cosiddetto primo mondo. Al punto tale che, oggi esistono paesi con un tasso di crescita puramente negativo (meno nascite dei decessi), con l’immigrazione spesso come unica risorsa per il vero aumento della popolazione degli Stati presi in esame. Un fenomeno, dunque, quello del miglioramento delle condizioni di vita, che ha nei fatti aumentato la popolazione nel primo periodo, ma che la ha nei fatti “invecchiata” sul lungo termine, a causa della minore natalità, con una serie di problematiche legate al contrasto tra popolazione attiva e passiva, in un rapporto numerico tutt’altro che ottimale.

In Oriente, al contrario, la spinta demografica è data da un fortissimo aumento della natalità, dovuto ad un miglioramento delle condizioni economiche della popolazione dei paesi in via di sviluppo. Un aumento tale da aver permesso a Cina e a India di superare il miliardo di abitanti, con il colosso cinese che guida la popolazione umana forte del suo miliardo e mezzo di persone, un record che viene frantumato ogni giorno. Una situazione anch’essa in fragile equilibrio, al punto di aver costretto le istituzioni cinesi a varare un programma di controllo delle nascite, con la cosiddetta politica del figlio unico, aumentando le tasse e diminuendo gli aiuti all’aumentare della prole. Questo perché una popolazione che tende ad aumentare in maniera costante rischia di rendere difficoltoso lo sfruttamento delle risorse in maniera adeguata, non essendo, prima o poi, disponibili per tutta la folta popolazione. Se da un lato dunque vi è un Occidente stretto nella problematica della scarsa natalità, dall’altro lato vi è un Oriente che rischia il collasso sotto il peso demografico che cresce di giorno in giorno.

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La risposta per ambo i problemi deve assolutamente provenire dalla politica. In maniera diametralmente opposta alle politiche sul figlio unico, in Europa molti governi si stanno impegnando nel promuovere la natalità, con sussidi, aiuti e molto altro, volti a mettere i giovani europei nelle condizioni migliori per generare figli. Una scelta sicuramente difficile durante la crisi economica, e ancor di più dopo lo smantellamento del Welfare State negli ultimi vent’anni. L’immigrazione rimane una forte risorsa necessaria, soprattutto all’Europa, per mantenere stabile la propria popolazione, che appare ineluttabilmente destinata a invecchiare.

La sfida, sia per l’Oriente che per l’Occidente è iniziata, con un ulteriore giocatore che probabilmente entrerà in partita nei prossimi decenni. Parliamo dell’Africa, un continente che ancora fatica a trovare la via per lo sviluppo, soprattutto nell’area sub-sahariana, e che unisce ad una ampia natalità, tipica dei paesi non sviluppati, una forte mortalità, dovuta a guerre, carestie e malattie che imperversano nell’area. Il Continente Nero ha sicuramente molto da dire, e molto da dare, e lo farà quando verrà messo nella condizione migliore per farlo. Una situazione a cui sicuramente seguirà un nuovo boom demografico, ma soprattutto speriamo in un aumento della disponibilità di risorse, così da avere finalmente una umanità che abbia le stesse possibilità di sviluppo.

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