MONET E IL GIAPPONISMO: l’influenza artistica che colpì l’Occidente raccontata da Camille Monet, grande amore dell’artista.

Il mio nome è Camille Doncieux  e sono stata un’attraente giovinetta francese nata a Lione nel 1847. Con quelli che sono i tratti tipici di un raffinato volto francese all’età di 18 anni riuscii ad attirare l’attenzione di colui che è stato uno dei fondatori dell’Impressionismo in Francia: Claude Monet.

Molti di voi mi conosceranno sicuramente con il nome di Camille Monet perché fui la prima moglie del noto artista.

Era un pomeriggio di marzo del 1865 quando Claude Monet entrò dal “Libraire Doncieux” in Rue Dante a Parigi e mi vide per la prima volta.

Fu un colpo di fulmine.

Al principio ne divenni l’amante iniziando a lavorare presso il suo laboratorio come modella per i suoi ritratti. Comparvi ben presto nei suoi quadri più famosi ma, ahimè, il nostro amore dovette percorrere una strada più tortuosa e lunga rispetto quella che percorsero le nostre carriere. La sua famiglia non diede mai il benestare alle nozze a causa delle mie umili origini.

Convolammo a nozze solo nel 1870 e dalla nostra unione nacquero due figli.

Il nostro fu un matrimonio breve poiché il fato volle che io lasciassi giovane il mio corpo mortale. Ma il mio Claude seppe rendermi immortale nelle sue opere più celebri. Addirittura ce n’è una dal titolo ”Camille sul letto di morte”, un’opera cupa e triste, un drammatico ritratto conservato oggi al Musée d’Orsay, colpevole d’aver mostrato più i colori della morte che non il dolore del distacco.

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Ma molti di voi conosceranno il mio volto grazie all’opera ” La donna in abito verde” premiata al Salon di Parigi nel 1866.

Fui inserita più volte nei capolavori en plein air degli Impressionisti e non solo da Monet ma anche da Renoir e Manet.

Ad un certo punto, però, il mio Claude fu colpito dal giapponismo, ovvero, da quell’influenza artistica orientale che travolse l’Occidente, in particolare gli artisti francesi. Fu l’artista  Philippe Burty a coniare  il termine Japonisme (Giapponismo in lingua italiana) che stava ad indicare l’attrazione e l’interesse dei pittori francesi verso l’arte del Sol Levante. Un’influenza, quella orientale,  che non avrebbe avuto luogo se le stampe giapponesi, raffiguranti scene di vita quotidiana, non fossero sopraggiunte in Olanda tramite la Compagnia delle Indie, e poi diffuse in tutta Europa.

Monet fu molto ispirato da questo genere di arte i cui  elementi nei quadri sono abbozzati con poche linee, come persone viste in lontananza o con un’inquadratura dal basso. Si possono ritrovare queste caratteristiche nei quadri raffiguranti le sue amate ninfee ad esempio. Un altro quadro che testimonia il suo fascino per il Paese del Sol Levante è La Giapponese, un olio su tela (62×100 cm) del 1876, oggi conservato a Boston nel Museum of Fine Arts.

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Eccomi indossare un abito rosso tipico orientale mentre gioco con un ventaglio ridendo e ammiccando verso il mio amato.

” Le larghe foglie che abbelliscono il kimono si perdono sinuose verso l’ampia ruota di seta ricamata da basso dove un samurai, quasi scolpito nella stoffa, sembra prendere vita in un gioco di rimandi tra l’ambiente e la posa della protagonista. I fili d’oro, resi con grazia analitica, posseggono quella consistenza particolare propria degli abiti esposti dietro una teca.

Sullo sfondo, quasi sospesi sulla parete tra il blu e il verde, diversi ventagli con forma e motivi diversi sembrano volteggiare come uccelli intorno alla graziosità del corpo di Camille. La lunga curva della schiena accompagna l’occhio dell’osservatore verso il pesante tappeto dal fitto decoro mentre la parrucca bionda, indossata con una certa affettazione dalla signora, conferisce a lei stessa i tratti talvolta inquietanti della geisha.

Le larghe foglie che abbelliscono il kimono si perdono sinuose verso l’ampia ruota di seta ricamata da basso dove un samurai, quasi scolpito nella stoffa, sembra prendere vita in un gioco di rimandi tra l’ambiente e la posa della protagonista. I fili d’oro, resi con grazia analitica, posseggono quella consistenza particolare propria degli abiti esposti dietro una teca. Sullo sfondo, quasi sospesi sulla parete tra il blu e il verde, diversi ventagli con forma e motivi diversi sembrano volteggiare come uccelli intorno alla graziosità del corpo di Camille. La lunga curva della schiena accompagna l’occhio dell’osservatore verso il pesante tappeto dal fitto decoro mentre la parrucca bionda, indossata con una certa affettazione dalla signora, conferisce a lei stessa i tratti talvolta inquietanti della geisha.”

Ginevra Amadio

 

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