SE SOLO MI LASCIASSI – PARTE I

                                                                                            A mia madre, che scrive meglio di me

 

<<A Roma ci starebbe bene un attentato>>

<<A Professò, guarda che pure se te esplode la palazzina, dar mutuo nun ce scappi>>

Trastevere non sarà mai completamente civilizzato. Per ogni locale da apericena che apriranno ci sarà una bisca clandestina in più, per ogni paio di louboutin troverai sempre almeno un paio di nike squalo.

<<Siamo sempre indietro: Parigi, Berlino, Londra…a Roma tutto è più lento: da noi anche il terrore è pigro.>>

Il biliardino è un luogo di fanatismo e perdizione, non c’è storia instagram che tenga: quando metti i cinquanta centesimi, inizia la leggenda. Il suono della palla che rimbalza da stecca a stecca diventa la colonna sonora del baretto e mentre ” Er professore” continua a spiegare perché la Capitale si meriti almeno un attentato, anche piccolo, e tutti lo perculano, il ragazzo esce dal bar. C’è la notte, c’è la luna color perla e c’è il Tevere verde, sporco e silenzioso. Ci sono le macchine veloci e ci sono i turisti che sbrattano vodka sulla statua di Giordano Bruno.

Il ragazzo si allontana dalla folla e comincia a cercare il motorino, lo vede, lontano: almeno quaranta macchine tra lui e il vespino. Tira fuori la chiave. Se c’è una cosa bella del car-sharing è che gli puoi sgraffiare le fiancate delle auto e oltre a sfogarti da ventenne deficiente e pezzente quale sei, dai anche un chiaro messaggio anticapitalista-no global. Il ragazzo appoggia la punta delle chiavi sulla prima e sorride, continua a camminare continua a premere con la chiave sulle fiancate,  continua a sorridere.

Un lungo graffio che nessuno ammirerà mai completo: tra poco i proprietari arriveranno e si porteranno via quelle auto tra gli improperi – quante sono le probabilità che un giorno tutte quelle macchine si rimettano nello stesso ordine di adesso, per ricomporre il graffio originale?

Questa rigatura è un’opera d’arte fatta da lui solo per sé stesso, solo per ora.

Sale sul vespino.

Senza casco.

Il centro di Roma non è proprio Roma. Il centro di Roma serve ai turisti per le foto, ai giovani rampanti per i wine-bar e alle coppie di plastica per i selfie al Colosseo.

Il ragazzo abita al Tufello.

Al Tufello il posto più romantico per un selfie è la palestra del pugilato popolare: se vuoi rimorchiare una ragazza le scrivi la data del primo appuntamento sul muro davanti casa con lo spray al Nero Inferno, poi corri perché il padre ha il porto d’armi e con questa cosa della legittima difesa notturna è un attimo e sei fregato.

Il Tufello è un quartiere popolare a Roma Nord; è un po’ come essere un vegano in un sushi all you can eat. L’inadeguatezza ti fa da madre e ti cresce dandoti la mano, senza lasciarti più: c’è da fidarsi delle nostre ansie, sono le uniche che non ti abbandonano mai.

Il ragazzo parcheggia, mette le chiavi in tasca e inizia a camminare. Un gatto gli si accosta alla gamba e lui si ferma: l’animale comincia a fare le fusa ma appena lui allunga la mano per accarezzarlo, quello soffia e scappa via. Il ragazzo se la prende e ricomincia a camminare. A pensarci a fondo lo comprende, il gatto – sono simili loro due: anche lui insegue la voglia d’amare, ma appena corre il rischio d’essere amato, soffia, graffia e scappa via. Ci figuriamo sempre il dolore ricevuto come l’imposizione di qualcun’ altro, un suo atto di forza su di noi, ci fa scoprire fragili. Invece a fare male spesso è proprio il più debole, come se il dolore che nasconde dentro di sé uscisse all’improvviso per accarezzare anche noi, provando a far perdere l’equilibrio anche a noi. I pensieri elaborati dopo la quarta Peroni sono sempre illuminanti e il ragazzo sorride. La chiesa bruciata è a un centinaio di metri.

Viviana, molto più distante. Gli manca Viviana.

Al confine del Tufello c’è una chiesa bruciata. Gli ultimi palazzi del quartiere guardano una grande radura di sterpaglie gialle in cui si inarca un sentiero lastricato di ciottoli e cacche di cane, che porta ad un boschetto di lecci: al centro, la chiesa. Che è bruciata non lo capisci subito – successe negli anni settanta – ma già da fuori la senti spenta, sconsacrata. Rimane solo un cubo di cemento scrostato che frana lento tra erbacce e scheletri di biciclette, giostre morte per bambini tristi.

Il ragazzo arriva al portone diroccato e si ferma: qualche anno prima la madre lo portava a giocare a pallone con gli altri bambini lì fuori, sulla radura. Ogni tanto i ragazzi più grandi del quartiere venivano per umiliarli a calcetto e spaventarli con le frescacce sulla chiesa.

<<Don Pietro c’è entrato, eh, pe’ esorccizalla…un giorno ha preso e c’è entrato. C’aveva er rosario, l’incenzo, apre er portone, incomincia a sbiascicà le cazzate cristiane sue e BAM, j’arriva na botta ‘n faccia, dar nulla! Hai da vede dopo come coreva, c’aveva più fretta che anima…Nun c’è più entrato!>>

Anche il ragazzo c’era entrato da bambino: aspettò che tutti gli altri compagni andassero a casa, posò il Super Santos all’entrata e fece un passo avanti.

Il primo passo fu l’unico che si mosse con coraggio, i seguenti furono solo un cadere nel buio: lo sguardo che non voleva abituarsi all’oscurità per paura di scoprire mostri che ballavano tra le panche abbandonate.

Invece, nulla: il giorno che smetti di avere paura non sei sereno, sei deluso.

Nessuna traccia dei mostri, solo gli aloni di pulviscolo, librati come lo spirito santo, sull’altare e su tutto; vide l’oscurità che filtrava dalle immagini rarefatte vaporizzate dai vetri che non c’erano più, vide il pavimento coperto di rami secchi, a guardarli meglio, spinati, che risalivano la navata fino a coprire interamente, racchiuso in una nicchia, un volto umano.

E lui scappò, correndo senza urlare, lasciando il Super Santos davanti al portone, al freddo, solo.

<<Scusa.>>

Anche oggi, nel rientrare, l’istinto è lo stesso. I rovi di spine hanno ormai avvolto completamente il crocifisso e l’altare, arrampicandosi sulle pareti fino a coprire la nicchia della statua della Madonna, quel volto che lo aveva tanto spaventato da piccolo.

Madre e Figlio sono due naufraghi in un mare di sterpi: il bagnino, se ce ne fosse uno, non è corso a salvarli.

Seduto sulla prima panca, proprio in riva al mare di spine, c’è Flavio. Flavio, come lavoro, chiama. Al cellulare, con la scheda anonima. Quando c’è da raccogliere soldi in giro, quando c’è da ritirare qualcosa per portarla a qualcuno, lui ti chiama e a lavoro finito ti dà la tua parte. Questa mattina aveva chiamato il ragazzo.

Flavio e l’Ombra si girano insieme per guardarlo entrare.

<<Bella Cì.>>

<<Bella Flà>>

Ai piedi di Flavio c’è uno zaino grigio: i quattro occhi sparsi nel buio si cercano con la complicità scostante di chi ha capito cosa l’altro voglia.

<<Devi arrivà a Batteria Nomentana, ar palazzo de Ennio, e ce devi arrivà a fette: le strade so’ tutte chiuse co’ i posti de blocco, ‘sto zaino lo ‘sta a cerca tutta Roma>>

Il ragazzo annuisce, allunga la mano per prendere lo zaino e la mano di Flavio scatta e gli blocca il polso come il morso di una vipera.

<<Non è la solita cazzata cì, no’ stai a portà la robbonza a ‘n vecchio pe’ fagliela spara ner cazzo…c’hai cose importanti lì dentro: pe’ fa’ arrivà ‘sta cosa a Roma c’è morta gente>>

Gesù e la Vergine dei rovi osservano quei due che si scrutano; il fastidio che il ragazzo prova nell’essere toccato.

<<M’hai detto da Ennio, me basta. Mo te scolli? o me vuoi pure bacià?>>

La mano di Flavio lascia la morsa. con la lentezza del serpente che ha già iniettato il veleno – la preda che ha smesso di dibattersi. Torna a girarsi verso l’altare pacato come la notte che scende. Il ragazzo si mette lo zaino su una spalla: il contenuto è ingombrante e pesante, ma di una pesantezza estranea come se, nonostante tutto lo spazio occupato, il peso fosse circoscritto unicamente ad una piccola parte.

Alzando lo sguardo incontra quello triste di Gesù, fisso verso il lato della chiesa, come se cercasse conforto in quello della Madre.

Tra le spine, il viso della Madonna è rivolto al cielo, stesso atteggiamento di tutti i santi in processione, ma manca la trepida rassegnazione. Mancano le labbra socchiuse, da cui spira preghiera. Le labbra sigillate sembrano quelle di ogni madre che si stia trattenendo dal riversare sulla Terra, e contro il Cielo, la stanchezza di vivere.

…Continua…

Lorenzo Prattico

 

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