IL CASO DEL MANIFESTO ANTI DIVERSITY DI GOOGLE

Ad inizio agosto, la calma piatta dell’estate è stata rotta da un documento che ha fatto chiacchierare l’intera rete e ha fatto sollevare giudizi incondizionati senza concedere il beneficio del dubbio: il Google’s Ideological Echo Chamber scritto e fatto circolare da un senior software engineer della società californiana.

Di appena una decina di pagine, il punto focale del documento è stato un attacco alla politica sessista di Google mirata a bilanciare la presenza di uomini e donne all’interno della sua società e di ridurre e eventualmente cancellare le disparità di trattamento. Posta così, sembra una questione puramente discriminatoria da zittire e bollare come il colpo di testa di un singolo, ma la situazione è un po’ più complessa di così.

maxresdefault1

Proprio mentre le varie testate giornalistiche specializzate d’oltreoceano cercavano di prendere contatto con un portavoce di Google per avere commenti e chiarimenti sul documento, gli impiegati della società si sono detti almeno in parte d’accordo con le dichiarazioni fatte circolare, pur rimanendo in ampia minoranza. Il documento è tanto delicato perché ha effettivamente elementi condivisibili sia da persone con ideologie sessiste che da persone con ideologie progressiste.

Mentre l’autore riconosce il problema di disparità legato al sesso sul posto di lavoro, sia in Google che in un mercato più generale, espone anche il problema per cui non è effettivamente giusto cercare di risolvere questa situazione operando politiche a loro volta sessiste, spingendo per l’assunzione di donne per poter aumentare la cosiddetta quota rosa. Un altro grande problema che il documento portava alla luce era quello della censura indiretta per cui, minacciati dalla pressione dell’idea dominante, molti dipendenti non avevano la libertà di esporre il loro punto di vista senza rischiare ripercussioni.

Fin qui non si può non comprendere delle obiezioni più che logiche ad un sistema che non sta effettivamente riducendo le discriminazioni ma sta aumentando i dissapori per entrambi i sessi sul posto di lavoro. Il punto di vista condivisibile però termina qui, considerando che il resto del documento è un’esposizione discorsiva di statistiche per cui le donne sono più portate per le materie umanistiche e gli uomini per quelle tecniche e bla bla bla. L’intero documento scade nel sessismo più classico per giustificare la mancanza di figure femminili nell’industria tecnologica.

Ed è per questo motivo che l’autore del documento è stato licenziato. Non perché abbia esposto un’idea oscurata dal pensiero della compagnia o perché abbia sollevato dei problemi scomodi, ma perché ha perpetuato uno stereotipo sessista che la compagnia sta cercando di combattere al suo interno e che non vuole vedere rafforzato. Asserire che il motivo per cui le donne non sono a capo di industrie o non si interessano alla tecnologia sia la biologia legata al sesso equivale effettivamente negare che esista un problema di sessismo, per quanto alcune obiezioni siano pur sempre sensate.

Uno dei punti che non venivano considerati riguardava la mancanza di riconoscimento nella precedenza di Google ad assunzioni di impiegate di sesso femminile in caso di donne competenti per la posizione in questione. Per quanto questo atteggiamento sia, effettivamente, sessista e discriminatorio per i candidati uomini, la scelta ricade sul candidato donna solo se ha capacità pari o superiori rispetto ai suoi concorrenti. Insomma, precedenza alle donne non significa assunzioni incontrollate e immotivate.

Non basta però dare precedenza alle donne per poter iniziare a diminuire la disparità di donne interessate in ambiti attualmente prettamente maschili, ma sarebbe necessario intervenire alla base dell’educazione che divide i ruoli in base ai sessi. Anche la semplice scelta di regalare una macchinina ad un bambino e una bambola ad una bambina sono il sintomo di una decisione presa dalla società sul futuro interesse del piccolo in base al suo sesso.

Il problema esiste e operando semplicemente sulle quote rosa potremmo avere un risultato positivo nel breve e medio termine ma non cambieremmo granché nel lungo termine se non accentuare la disparità tra sessi effettiva e percepita. Bisognerebbe partire dall’educazione e dalle usanze per poter rimodellare, con il dovuto tempo, le possibilità di futuro di tutti e renderle indipendenti dal sesso così come dall’etnia, dalla classe sociale e da qualsiasi altro elemento che potrebbe risultare discriminante.

Alessandro D’ Amito

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...