QUANDO LA CULTURA È UN OPTIONAL. L’ ITALIA IN FONDO ALLA LISTA DEI PAESI CHE INVESTONO DI PIÙ NELL’ ISTRUZIONE

Da mesi gli insegnanti, e gli aspiranti tali, stanno vivendo un periodo di totale confusione. La nuova riforma dell’istruzione in Italia è cambiata e con essa è mutato anche l’approccio alle varie materie di insegnamento, nonché la modalità prevista per diventare insegnanti. Il governo chiede molto agli insegnanti, soprattutto di investire (ciò che ancora devono guadagnare) nel conseguimento di nuovi crediti formativi (24 per la precisione) per accedere al nuovo concorso previsto per il 2018.

Ma, se da un lato il governo chiede tanto, non fornisce un servizio altrettanto vantaggioso per gli studenti. Dall’ultimo rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) emerge che l’Italia si è classificata terzultima tra i paesi che investono nell’istruzione. Anche nella cultura ormai l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Gli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione. Gli stati membri spendono un totale di 716 miliardi di euro sul settore, una quota pari al 4,9% del Pil continentale e la quarta voce di spese dopo protezione sociale (19,2%), salute (7,2%) e servizi pubblici (6,2%). Peggio della Penisola fanno solo la Romania (3,1%) e l’Irlanda (3,7%), mentre la Germania resta su valori percentuali abbastanza simili (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

Inoltre, l’Italia investe poco nell’istruzione nel suo complesso, ma punta ancora meno sulla formazione terziaria, cioè l’università e i corsi post diploma: appena lo 0,4% sul 4% di Pil riservato all’education, uno dei valori più bassi dell’Europa a 28. Altro tasto dolente è quello riservato al corpo docente che risulta essere il più anziano rispetto a tutti gli altri Paesi OCSE. Nel 2014, l’Italia registrava la più alta percentuale di ultracinquantenni rispetto a tutti gli altri Paesi esaminati (addirittura quasi il 70% degli insegnanti della scuola secondaria superiore). In seguito alla Legge 107 del 2015 (la cosiddetta riforma della “Buona scuola”), l’Italia ha messo in campo significative misure di assunzione di insegnanti che si auspica possano cambiare la distribuzione generale dell’età del corpo docente. Nonostante questa urgente necessità di ricambio generazionale, c’è da dire che gli stipendi degli insegnanti italiani non sono tali da rendere questa professione particolarmente allettante, oscillando dal 76% al 93% della media OCSE. Malgrado ciò, molti giovani continuano a essere attratti dalla professione, forse anche a causa della difficoltà di trovare posti di lavoro sicuri in altri settori.

Il sistema dell’istruzione pubblica ha pagato, insieme ad altri settori del welfare e dei servizi, la politica sbagliata dei tagli alla spesa pubblica. Ne hanno fatto le spese le istituzioni pubbliche dell’istruzione e della  ricerca, dalle primarie alle Università, deprivate e impoverite di risorse; ne hanno fatto le spese i lavoratori della scuola e della conoscenza, i cui salari, come detto sopra, sono notevolmente al di sotto della media Ocse, mentre la riforma Fornero sulle pensioni, tra le peggiori in Europa, ha determinato una media di età sempre più alta tra i docenti. Ne hanno fatto le spese gli studenti che hanno visto negare dai governi il sacrosanto diritto allo studio e al lavoro sancito dalla Costituzione; sono state colpite le famiglie, la cui spesa privata per i figli a scuola è cresciuta in modo esponenziale, in assenza di risorse per il diritto allo studio.

L’augurio, con l’inizio del nuovo anno scolastico alle porte, è quello che i docenti e soprattutto i giovani non perdano la speranza in un futuro migliore, perché stando così le cose si può solo risalire dall’oblio della conoscenza a cui, purtroppo, siamo abituati da troppo tempo.

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