TERRA ACQUA FUOCO E CUORE D’ARGILLA. STORIE ILLUSTRATE DI UNA BASILICATA DA INNAMORARSI 

INTERVISTA A CARLO PASTORE: L’EDITORE SI RACCONTA

Ho conosciuto Carlo Pastore in un giorno come tanti, uno di quei giorni dai quali non ti aspetti nulla o quasi, perché al mattino, quando ti sei svegliato, non hai avvertito alcuna vibrazione particolare; uno di quei giorni in cui sei un po’ perso nei pensieri di esperienze negative da poco vissute e sei quasi sicuro che non ci sarà una svolta e che non saprai più afferrare il bello delle cose; uno di quei giorni in cui sono le incombenze quotidiane a muovere te e a scandire il ritmo dei tuoi passi e non tu a decidere la sequenza delle cose da fare; uno di quei giorni che a distanza di un po’ di tempo dici «meno male che è capitato»!

Era gennaio del 2016 quando per la prima volta ho incontrato l’editore di uno dei libri sulla Basilicata più belli ed affascinanti di sempre. Lui portava orgogliosamente il suo volume sottobraccio ed un’espressione a metà tra la felicità, l’appagamento e la premura di gridare al mondo intero quanto fosse soddisfatto e fiero di aver portato a termine il suo progetto, gli marcava visibilmente il volto.

“Basilicata: Terra Acqua Fuoco e Cuore d’Argilla” il titolo di quel volume che richiamava, magnetico, la mia attenzione.

Non riuscivo a togliere gli occhi di dosso da quell’oggetto così accattivante e suadente che in copertina ritraeva uno scorcio insolito, ma al contempo dal sapore familiare, forse per il soggetto ritratto – una meravigliosa panoramica sui Sassi di Matera guardati dalla cattedrale della Madonna della Bruna e di Sant’Eustachio – o forse perché mi sembrava di riconoscerne la mano sapiente dell’artista e autore di quell’opera magistralmente rappresentata.

Un’amica comune ci ha presentati, e Carlo ha presentato a noi il suo “figliolo” da poco nato.

È stato amore a prima vista, una volta uscita da quel luogo decisamente poco artistico ed apparentemente senza aspettative, sono andata di corsa a comprare quel volume d’arte; e a distanza di un anno e mezzo dal nostro primo incontro lo sfoglio ancora con lo stesso entusiasmo del primo giorno, con lo stupore di chi vede una cosa sorprendente per la prima volta e con l’emozione del viaggio che questo libro ti sa regalare, puntualmente ed ogni volta diverso, con le sue immagini ed i suoi testi, attraverso cui si impara a conoscere e ad amare una terra amena e spesso dimenticata, dai paesaggi aridi ed assolati, una terra assetata, dal ritmo placido che scalfisce il carattere della sua gente, ma anche una terra generosa ed ospitale, dal cuore caldo e modellabile…come l’argilla.

Quando sfoglio questo libro e mi nutro delle immagini di Fabrice Moireau, che pur nella tenuità cromatica della tecnica dell’acquerello sono capaci di trasmettere la profondità estrema dei luoghi raffigurati, quando mi abbevero delle storie di Carl Norac, che raccontano di una Basilicata così autentica da far pensare che siano i pensieri di chi in Basilicata ci vive da tempo immemorabile, comprendo appieno il significato di una citazione di Francesco Aprile di cui Carlo Pastore ricorrentemente mi delizia, strappandomi inevitabilmente ed ogni volta un sorriso:

«I sogni sono fatti per le persone coraggiose. Per tutte le altre ci sono i cassetti».

1) Carlo com’è nata l’idea di realizzare un volume artistico sulla Basilicata?

A dire il vero l’idea non è nata in maniera pianificata o programmata, potrei dire piuttosto che mi è piovuta addosso per pura casualità. C’è un luogo, a Bari, che mi piace particolarmente frequentare e dove vado ogni volta che posso; è un luogo in cui il tempo e lo spazio perdono di consistenza e nel quale mi piace pensare che tutto sia possibile. Mi perdo con la testa tra i libri e i piedi per terra quando varco la soglia della libreria Feltrinelli di via Melo a Bari; comincio a gironzolare per gli scaffali e gli espositori senza alcun percorso mentale prefissato e mi capita di sfogliare i libri più insoliti, quelli che richiamano la mia attenzione senza sapere neanche perché.

Un giorno cercavo un testo di Carlo Levi, il classico “Cristo si è fermato ad Eboli”, ed ho chiesto ad un commesso della libreria dove dovessi cercarlo senza perdere troppo tempo; così quel gentilissimo ragazzo – al quale col senno di poi riconosco di dovere molto – mi ha mandato al piano superiore invitandomi a rivolgermi alla sua collega. Una volta un piano più su, nel cercare la commessa mi sono perso – puntualmente – tra altre mille storie e mille favole, quasi dimenticando il motivo per cui avevo fatto le scale; e così mi sono imbattuto in uno splendido oggetto, un libro di acquerelli che sembrava aspettasse solo che io lo prendessi e che mi ha letteralmente folgorato.

Il senso di stupore che ha provocato in me la prima immagine, quella della copertina mi ha impedito di distogliere lo sguardo da quel libro da quel momento così prezioso; e così ho cominciato a sfogliarlo e a nutrirmi di quelle immagini che di Parigi raccontavano una storia diversa da quella che vedi o vivi quando la città dell’amore la visiti da semplice turista; di quelle storie così ben raccontate che alle immagini davano la loro voce, quella più autentica.

Dimenticato Carlo Levi, ho acquistato “I tetti di Parigi” – è cosi che si intitolava il volume – e una volta a casa, mi sono perso nella lettura di quel libro, ascoltando musica francese in sottofondo, alla conquista di una capitale inedita e mai immaginata prima di quel momento.

L’idea credo sia nata in quel momento, anche se non lo sapevo ancora; all’epoca era primavera, e mentre mi inebriavo della Parigi di Moireau e Norac, non sapevo che di lì a qualche settimana il mio sogno sarebbe rimasto solo poco tempo nel cassetto!

2) Come per i tetti parigini anche per questo tributo alla tua Terra hai indirizzato la tua scelta verso gli acquerelli di Fabrice Moireau e i testi di Carl Norac? Come sei arrivato a loro?

Un giorno ero di giri per i rioni storici di Pisticci, con un ospite al quale volevo mostrare quanto fosse bello e caratteristico il mio paese d’origine. Io ed il mio amico  eravamo in Terravecchia, e ci stavamo portando verso la chiesa madre lungo il muretto che sovrasta il belvedere.

A quel muretto mi legano molti ricordi, quando ero piccolo mio padre mi portava spesso lì dove aveva vissuto fin dalla giovane età, ed amava sedervisi per guardare il panorama; ho sempre temuto che andasse giù ed io lo tenevo per la giacca, era così basso quel muro, allora non aveva nemmeno la ringhiera.

Quel giorno, mentre io e il mio ospite costeggiavamo il muro e pensavo a mio padre, ho rivolto lo sguardo in giù per vedere se avevo ancora quell’ansia che provavo con mio padre seduto a cavalcioni sul muretto e… sono stato illuminato. I tetti del mio paese erano bellissimi! Belli almeno quanto i tetti di Parigi, e anche di più.

Mi sono detto, perché no?! Se qualcuno ha pensato di realizzare un libro sui tetti di Parigi, perché non realizzarne uno sui tetti di Pisticci, e magari su quelli della Basilicata intera?

Così ho deciso, era il 2011, ho cercato informazioni su internet sull’acquerellista Moireau, l’ho contattato senza pensarci, gli ho spiegato per sommi capi il mio progetto, gli ho proposto di ospitarlo in Basilicata, mi disse che non poteva; gli ho proposto di incontrarci a Milano, ma anche qui aveva troppe cose da fare; alla fine l’ho raggiunto ad Orléans, in Francia, dove viveva e vive tuttora.

In capo a una settimana ero su un volo Bari-Beauvais, aeroporto a 90 km a nord di Parigi. E da lì mi sono messo in marcia alla volta di Orléans con una macchina a nolo.

Il viaggio verso Orléans è stato “un viaggio” incredibile, non conoscevo le strade, i miei pensieri andavano veloci, il cuore mi batteva in gola e una pioggerellina fissa a farmi compagnia. Un turbinio di emozioni che non so neanche spiegare e che in qualunque modo lo si racconti non renderebbe l’idea.

Quando sono finalmente arrivato a casa di Fabrice Moireau vi ho trovato un uomo dall’aspetto insolito, con dei vestiti insoliti, una barba decisamente insolita, dei capelli insoliti ed una casa assolutamente…insolita! Ci siamo presentati, mi ha invitato ad entrare, mi ha mostrato il suo mondo e la sua casa affacciata su le Loiret, un affluente della Loira. Mi ha portato a fare un giro in gondola, con mamma cigno in testa ai suoi piccoli che ci passavano di lato quasi a darmi il benvenuto. Quindi abbiamo chiacchierato di noi e del mio progetto; ho pensato che fosse davvero un uomo affabile e gentile, ben oltre le aspettative.

Per cena aveva preparato in mio onore lapin au champignons, coniglio ai funghi, e vino italiano acquistato per l’occasione. Mi raccontava di quanto fosse bravo in cucina, ma sinceramente lo preferivo più come pittore che come cuoco! Ho comunque apprezzato molto la sua generosa ospitalità.

Ad ogni modo davanti alle nostre pietanze abbiamo definito i dettagli, come buoni “uomini d’affari”; lui avrebbe contattato Norac, il suo migliore amico, per coinvolgerlo nel progetto. E così è stato!

3) Cosa ha ispirato il titolo del volume?

I titoli possibili erano davvero tanti, ma nessuno di loro mi diceva granché; così quando ho affidato il lavoro di impaginazione del libro, le parole sono uscite come per magia unendo le parole chiave utilizzate per quel lavoro.

Quando ho letto e pronunciato ad alta voce le parole terra, acqua, fuoco e cuore d’argilla mi è sembrato che non potessero essere separate e che fossero tutte simbolicamente rappresentative della Basilicata, ma anche dell’idea che della Basilicata il mio libro voleva e vuole trasmettere; e così ho deciso di usarle tutte!

Ciò che quelle parole evocavano in me nel pronunciarle era l’immagine di un vasaio che con mani sapienti lavorava un pezzo di argilla. Il vaso è come il cuore, modellabile come l’argilla, un po’ duttile e un po’ fragile, suscettibile ai sentimenti.

In fondo il cuore dei Lucani e la Basilicata stessa sono stati plasmati, come fossero d’argilla, dalle contaminazioni culturali di tutti i popoli che hanno messo piede nella nostra Terra e qui hanno lasciato tutti i loro segni, ancora presenti.

Gli uomini e i luoghi della Basilicata hanno subito le influenze dei Greci, dei Romani, dei Saraceni, degli Albanesi e di molte altre popolazioni colonizzatrici; se non fossimo stati “fatti d’argilla” non saremmo sopravvissuti probabilmente; e sapete bene che l’argilla è “TERRA” si plasma con l’”ACQUA” e si consolida con il ”FUOCO”.

È stata questa la riflessione di fondo che ha ispirato il titolo del volume.

4) Il volume è stato realizzato con una cura quasi maniacale per ogni minimo dettaglio, dalla scelta della carta al carattere della scrittura. Come hai indirizzato le tue scelte e perché?

Volevo realizzare qualcosa di bello, qualcosa che fosse apprezzabile sotto tutti i punti di vista, ma che rimanesse anche fruibile ed accessibile a tutti, sia nei contenuti, sia da un punto di vista commerciale. Ho scelto una carta di qualità e una rilegatura fatta a dovere per rendere prezioso il volume; i soggetti raffigurati e le loro descrizioni in testo hanno fatto il resto.

Devo dire che la mia vera punta di orgoglio è il carattere grafico ad alta leggibilità utilizzato per la stampa dei testi, un carattere grafico che permette ed agevola la lettura anche alle persone con bisogni speciali come i dislessici. Credo molto nella pari dignità di ogni essere vivente e l’idea di rendere fruibile la lettura del mio libro anche a chi non ha gli stessi mezzi di un “normo-lettore” mi sembrava che conferisse un valore aggiunto all’opera.

La scelta del carattere di testo utilizzato è nata anch’essa per pura casualità. Una volta, leggendo un post su internet, mi sono imbattuto in un commento su un libro curiosissimo dal titolo “I quarantanove otogibanashi del Giappone del Nord”, un libro di favole incredibili e forse per chi è di formazione occidentale anche un po’ assurde, ma che hanno rapito la mia curiosità.

Si trattava di racconti antichi del Giappone del Nord, di quelle storie che si tramandano per secoli di generazione in generazione sfruttando la sola potenza della parola e del racconto, che ad un certo punto qualcuno ha deciso di mettere per iscritto perché non se ne perdesse traccia e che successivamente sono state tradotte nella nostra lingua da un giapponese che vive in Italia.

Ho comprato quel libro nell’unica libreria che potesse averlo, una libreria di Torino, e quei racconti come per magia hanno stregato prima me e poi anche mio figlio che, puntualmente, la sera mi chiedeva di leggerglieli.

Be’ il libro utilizzava un carattere grafico davvero gradevole agli occhi e che rendeva le parole più scorrevoli. Era il font EasyReading, sul quale mi sono documentato perché mi sembrava rendesse più semplice ed immediata la lettura; ed ho scoperto che la mia non era una mera impressione.

Così ho deciso di utilizzarlo anch’io e ne vado fiero.

5) Il libro ha ricevuto notevoli riconoscimenti ed è stato particolarmente apprezzato tra estimatori e non. A quali eventi di respiro culturale hai avuto modo di presentare il tuo libro e qual è stato quello che ti ha emozionato maggiormente e del quale vai più fiero?

Il libro ha debuttato alla Feltrinelli di Altamura alla fine di febbraio 2016, dove si è celebrata la sua prima presentazione ufficiale. In realtà qualche settimana prima durante un incontro pubblico a Matera mi fu chiesto di parlare del progetto concedendomi uno spazio di cinque minuti.

Nel corso del 2016, anno di uscita, è stato protagonista ed ha partecipato a diversi eventi culturali tra cui la kermesse “Il libro possibile” di Polignano a Mare, il Festival della letteratura di viaggio organizzato dalla Società Geografica Italiana ed altre giornate di presentazione qua e là per l’Italia.

L’evento di cui vado più fiero in assoluto e che mi ha regalato le maggiori emozioni è stato, però, quello de “La Milanesiana”, manifestazione culturale con cadenza annuale che ha dedicato la giornata del 5 luglio 2016 ai tesori della Basilicata ed all’inaugurazione della mostra di acquerelli di Fabrice Moireau.

Ho avuto occasione di conoscere davvero i maggiori esponenti del panorama letterario e culturale italiano, quali Vittorio Sgarbi, Arnaldo Colasanti, Gianpiero Perri, Gerardo Travaglio e molti altri; e posso dire di aver vissuto un’esperienza di respiro internazionale.

Dopo tre anni di intenso lavoro, circa dieci tour di Moireau in Basilicata, tanto sudore e mille peripezie ho avuto modo di descrivere a quelle persone l’emozione del mio progetto.

Loro erano lì, i più grandi della cultura italiana erano lì ad ascoltare ciò che avevo da raccontare…e ad ammirare gli acquerelli di Fabrice Moireau naturalmente!

Nel mio bagaglio di ricordi e conoscenze quel momento avrà sempre un posto speciale. Non dimentico però un altro grande appuntamento tenutosi a maggio 2016 in cui ho presentato il mio progetto all’interno dell’Università Cattolica di Milano.

6) Il volume è completamente autoprodotto e ciò naturalmente ha determinato un notevole dispendio di risorse ed energie, non solo economiche. Sei felice di aver portato a termine il tuo progetto? E soprattutto hai ottenuto il riscontro che ti aspettavi di ricevere?

Una volta nata l’idea del libro, il primo problema che mi si è posto è stato quello di come dare forma e concretezza al progetto. Così io e mia moglie abbiamo deciso di occuparci personalmente, sia pur con i dovuti aiuti ed affidandoci ad alte professionalità, della realizzazione del volume.

È nata così la nostra casa editrice, la Menabo’ – Creazioni d’Arte.

Il nome della casa editrice deriva dal lombardo e significa letteralmente “guida, fai partire (mena) i buoi”; era il modo con cui i giornalisti del Corriere della Sera si riferivano ai tipografi; mi sembra che questo nome renda adeguatamente l’idea della fatica del lavoro svolto ed ha un sapore concreto, senza dimenticare la creatività che quel nome porta con sé.

Lo stesso termine menabo’ ha anche un significato in campo editoriale e tipografico e sta ad indicare la bozza definitiva di un progetto, un modello utilizzato per l’impaginazione di stampati di più pagine.

Chiaramente fondare e mandare avanti una casa editrice partendo dal nulla non è stata cosa semplice ed ha comportato il suo dispendio di risorse ed energie, ma sono orgoglioso di quanto io e mia moglie siamo riusciti a realizzare da soli, senza l’aiuto di nessuno.

7) I paesaggi rappresentati dall’acquerellista Moireau sono senz’altro i più insoliti. Non viene mai raffigurato il luogo più noto o scontato delle varie località ritratte, ma piuttosto visuali e scorci inaspettati e poco esplorati persino dalla gente del posto. Si tratta di una scelta artistica ben precisa o di semplice casualità?

Una delle abilità che fanno grande un artista del disegno non è solo la tecnica nel tratto, nei contorni e nella riproduzione dei colori, quanto la scelta dell’inquadratura perfetta, quella che rende unico e indimenticabile quel paesaggio.

Credo che nelle scelte di Moireau non ci sia assolutamente nulla di casuale e che ognuno dei trecentocinquanta acquerelli dipinti nel corso dei tre anni dedicati alla Basilicata sia frutto di una scelta ben determinata e studiata nei minimi particolari.

Fabrice Moireau è un artista di puro talento, una dote innata che gli ha consentito di ritrarre con la tecnica dell’acquerello, senza dubbio quella a lui più congeniale, gli angoli più inattesi ed originali della Basilicata, soffermandosi incantato e stupito sui bordi dei calanchi e dei fiumi lucani, «serpenti luccicanti che sembrano cucire insieme le colline», per citare Carl Norac. Si è aggirato curioso alla ricerca dell’inquadratura perfetta, ora tra le case e i vicoli tipici della terra lucana, ora tra le vigne rigogliose, ora tra le sorprendenti montagne, arrampicandosi fino agli splendidi e millenari pini loricati, così longevi che il tempo stesso se ne dimentica.

8) Dal libro è nato successivamente una nuova idea artistica dedicata alle stampe d’autore. Cosa ci dici di questo progetto ancor più ambizioso?

Come vi dicevo Moireau ha realizzato circa trecentocinquanta dipinti ad acquerello dei ben 131 paesi della Basilicata. Solo centosessantacinque dei suoi lavori sono presenti nel volume; di ogni opera, anche di quelle non presenti nel volume, abbiamo realizzato delle raffinate stampe con la tecnica della litoserigrafia polimaterica uguali alle opere originali.

Ne è venuto fuori un lavoro incredibile. Toccando le stampe si ha l’impressione di entrare nel paesaggio e di poterne percepire la materia.

Toccando l’erba vi sentirete in un prato rigoglioso, potrete avvertire la ruvidità dei tronchi d’albero o lo spessore dei mattoni delle case storiche di rioni antichi. Queste stampe d’autore sono un viaggio sensoriale attraverso la Basilicata di Moireau.

9) Carlo, se decidessimo di acquistare il volume, o magari una stampa d’autore, dove potremmo trovarli o a chi dovremmo rivolgerci?

Il libro è disponibile in diverse librerie presenti sul territorio regionale e nazionale, lo si può comprare ad esempio alla Feltrinelli, alla Mondadori, ma anche online attraverso siti dedicati. In alternativa chiunque può contattarmi direttamente presso la Menabo’ – Creazioni d’Arte, la casa editrice che ho fondato con mia moglie Pacifica e che ha sede a Pisticci Scalo o meglio ancora telefonicamente al numero 335.6247186, al quale sono sempre reperibile o via mail all’indirizzo carlo.pastore@menaboart.it

Mi potete contattare sempre, sia per l’acquisto del volume che per l’acquisto delle lito-serigrafie polimateriche ed avrò piacere di sciogliere i vostri dubbi o anche semplicemente di rispondere alle vostre curiosità.

10) Ci vuoi svelare qualcosa su eventuali tuoi progetti futuri?

Per rispondere a questa domanda vi faccio un nome; Eleonora Onghi.

Eleonora è una storica dell’arte bolognese, per me è una guida e un’amica; si può dire che sia il mio mentore, mi ha insegnato tanto in questi anni, soprattutto ad analizzare le opere d’arte con spirito critico.

Con lei sto progettando qualcosa di più grande, un volume di grandissimo pregio sui comuni della Basilicata, rilegato completamente a mano, con la copertina realizzata in mosaico di pelle, le pagine fatte con la materia dei luoghi, le lito-serigrafie polimateriche dei trecentocinquanta lavori di Fabrice Moireau ed i testi di Eleonora Onghi.

Di Eleonora Onghi apprezzo particolarmente la sconfinata conoscenza della sua materia e l’abilità nell’esposizione scritta, che ha un non so che di strabiliante.

Lei è in grado di far vivere l’opera a chi la guarda, di descriverla da dentro e di emozionare il lettore come pochi.

Il progetto è oneroso ed impegnativo, non so quanto tempo ci vorrà prima che sia concreto, ma ci stiamo lavorando.

11) Ci descriveresti la Basilicata in due righe?

Nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli” c’è un passo in cui Carlo Levi scrive: “Mi avevano preparato i cibi migliori, il latte e il formaggio fresco, e me li offrirono appena arrivato, con quella non servile ospitalità antica che mette gli uomini alla pari”.

Credo che quel passo del libro racchiuda in se la vera essenza della Basilicata e dei Lucani.

12) Carlo, c’è qualcuno in particolare che vuoi ringraziare?

Senza dubbio mia moglie Pacifica, per avermi sostenuto, per aver creduto in me, per avermi spronato nei momenti in cui mi sono sentito smarrito e per avermi dato la forza di guardare oltre il problema.

Lei ha fondato con me quella che oggi è la nostra piccola casa editrice nata intorno ad un tavolo da cucina, la Menabo’ Creazioni d’Arte; ha condiviso con me il percorso, difficile, di tutti questi anni trascorsi, perché questo sogno prendesse forma.

Questo percorso, in fondo, ci ha messi alla prova e a me, personalmente, ha fatto comprendere la fortuna di esserci scelti, come partners di vita, e non solo!

Per questo la ringrazierò sempre.

 

Copyright foto: http://www.youreporter.it/foto_Le_Cantine_di_Barile_in_acquerello?refresh_ce-cp

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