LA DECRESCITA COME PARADIGMA NOBILE NECESSARIO

Aumento demografico mondiale e ecologica footprint

Le discussioni sull’impatto ambientale sono, ad oggi e sin dagli anni ’70, all’ordine del giorno e si fanno via via man mano più pressanti con la crescita esponenziale della popolazione mondiale, vicina oramai al numero di otto miliardi di individui.

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In questo contesto contemporaneo, la richiesta di beni e servizi, soprattutto da parte dei paesi più popolati e in via di sviluppo, non conosce sosta e implica una corsa alla produzione industriale e suo relativo impatto ambientale.

La conseguenza di questo sfruttamento onnidirezionale delle risorse planetarie hanno portato alla definizione di una nuova forma di debito, molto più pericolosa della classica differenza tra deficit e PIL. Se da un lato quest’ultima è una misura di tipo quantitativo-finanziaria -e dunque in una certa misura arbitraria – la consunzione delle risorse planetarie è materiale e di interesse globale.

Ogni anno gli scienziati calcolano il momento in cui il nostro sfruttamento delle risorse planetarie supera il “budget” annuale che il nostro pianeta ci offre e, puntualmente ogni anno, questo budget viene sempre esaurito prima dello scadere dell’anno.

L’ecological footprint (una misura dell’impatto ambientale) elaborata dagli scienziati è abbastanza chiara da fugare ogni dubbio: siamo ben oltre i limiti consentiti. Il grafico sottostante, riporta lo sfruttamento degli ultimi sessanta anni a livello globale. Il valore uno, sull’asse delle ordinate, rappresenta il punto di equilibrio tra risorse del pianeta e utilizzo di esse nelle attività umane, ed è ben chiaro come il trend positivo abbia comportato il superamento di quel punto di equilibrio a partire dai tardi anni Ottanta.

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Risulta quindi palese l’appropinquarsi dello spettro dell’insostenibilità: l’attuale sistema produttivo richiede più di quanto effettivamente il nostro mondo azzurro possa offrire.

Origini e definizione del concetto di decrescita: il sistema dei bisogni

La soluzione? Non ve ne è una sola, come per tutti i problemi di grande complessità. Un forte componente potrebbe però risiedere in quello che potremmo definire un cambiamento di paradigma.

Ogni cambiamento di paradigma comporta una rivoluzione culturale: il concetto qui è quello di decrescita, da opporsi a crescita (forsennata).

Il concetto non è nuovo: già avvicinato con il rapporto meadow dal think tank Club di Roma, dall’economista Georgescu-Roegen (autore di The Entropy Law and the Economic Process. 1971), e ripreso poi dall’economista Serge Latouche in tempi a noi contemporanei, la decrescita dovrebbe essere comprensibile anche a un bambino delle elementari.

Se le risorse del pienate sono limitate, allora un approccio “predatorio” e non oculato verso queste risorse non è per nulla avveduto e assolutamente non lungimirante.

Effettivamente però, cosa significa decrescere? Di cosa dobbiamo privarci?

L’ombra della miseria sembra avvicinarsi e, soprattutto per noi occidentali, pare inconcepibile rinunciare al nostro livello di confort e al grande numero di commodity a cui siamo oramai abituati. Tuttavia il termine “decrescita” non è semanticamente equivalente al termine “impoverimento”. Il termine “decrescita” può essere invece parafrasato con “consumo ragionato e lungimirante delle risorse a disposizione”, nella misura in cui il nostro paradigma attuale è, all’opposto, “irrazionale e poco lungimirante”.

L’accento va posto quindi non tanto su ciò di cui dobbiamo privarci, ma su quali consumi e stili di vita dobbiamo ridefinire per garantire un futuro alle generazioni future.

Questa ridefinizione mette in gioco la stessa definizione di “essere umano”: quali sono i bisogni materiali e non che devono essere soddisfatti affinché l’esistenza di un essere umano possa dirsi dignitosa e degna?

Fornire un elenco di questi bisogni può essere un’impresa ardua, ma disponiamo di alcuni indizi preliminari per la nostra ricerca.

Partendo dai bisogni più fondamentali, quelli di tipo biologico, possiamo pensare all’acqua. L’industria della carne e l’industria tessile non forniscono benefici pari ai costi.

In particolare l’industria della carne richiede un consumo di acqua esorbitante, sia per l’irrigazione delle monocolture adibite a foraggio, sia per la lavorazione delle carni.

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La produzione di carne ha poi un impatto ambientale che coinvolge anche l’atmosfera per l’emissioni gassose degli animali da allevamento, e per la biodiversità, dato che zone ricchissime di biodiversità vengono rase al suolo per fare spazio alle monocolture.

Il trend della domanda di prodotti a forte contenuto proteico di origine animale è inoltre in continua ascesa, dato la crescente richiesta dei Paesi in via di sviluppo, mediamente molto popolati.  Questo fatto è ben riassunto dai dati elaborati da FAO.

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Senza scomodare la cultura vegan, sembra più che ragionevole una diminuzione del consumo dei prodotti animali in favore di prodotti vegetali perimenti nutritivi e che comportano un minore impatto ambientale.

Esempi virtuosi: la sobrietà come valore e scelta lungimirante

Gli esempi possono essere tantissimi, ma di base possono essere ricondotti ad un denominatore comune che è la funzione minimizzatrice dell’impatto ambientale: si dovrà valutare se la produzione di un determinato bene – o l’erogazione di un determinato servizio- sia sostenibile.

L’industria del lusso – che per definizione è ciò che è superfluo – andrebbe quindi “addomesticata”, le pubblicità, di cui uno degli scopi principali è la creazione di nuovi, spesso falsi, bisogni (gravidi di un carico di impatto ambientale), andrebbe regolamentata in base a questi principi.

Al mondo non mancano esempi virtuosi e nobili di decrescita, anche personale.

Il primo individuo che viene alla mente è Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, il quale è famoso per avere rimesso in auge il concetti di sobrietà e di consumo ragionato.

La corsa alla ricchezza è stata inoltre oggetto di alcuni recenti studi, i quali sembrano confermare che la qualità della vita non aumenta oltre una certa fascia di reddito (e proporzionale consumo) – la versione approfondita del vecchio adagio “Il denaro non fa – totalmente – la felicità”.

Noto è il paradosso di Easterling (1974), in base al quale un aumento del reddito e dei consumi, non presenta una correlazione statisticamente significativa tra ricchezza e felicità.

Ovviamente una persona a cui il necessario non manca, sarà più felice di una persona che soffre la fame, tuttavia oltre un certo limite, l’aumento di felicità non è apprezzabile, come mostra lo studio del 2009 di Ankin riassunto dal Guardian.

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Il concetto quindi risulta chiaro e la direttiva che dobbiamo trarne è la seguente: abbiamo bisogno di meno cose dettate dallo spirito del consumismo, in favore di più cose dettate da una logica di razionamento, gestione e ottimizzazione delle risorse che il nostro pienate è in grado di offrire.

Volendo fornire una interpretazione del concetto di sobrietà, pensate di ridefinire i vostri bisogni attraverso la seguente analogia. Pensate di essere mediamente affamati e di trovarvi, insieme ad altre persone, davanti ad un buffet. Come giudichereste chi riempie il suo piatto oltre ogni misura, senza riguardo di lasciare cibo a sufficienza per voi e per gli altri, affamati nella stessa misura?

Il nostro rapporto con le risorse del nostro pianeta è segnato dunque da questo paradigma dell’abboffata. Se vogliamo continuare a godere dei suoi tesori e vogliamo lo stesso per i nostri figli, faremo bene a imparare quella virtù cardinale che è la temperanza, o, se siamo più inclini alle sfumature secolari, la sobrietà.

Questa è l’accezione morale ed economica con cui dobbiamo intendere la nozione di “decrescita”, non come miseria, ma effige di nobiltà.

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