MOSTRI SOTTO IL LETTO – PARTE 1

1. Stambecchi, acrobati e dintorni

Pensarci le dava strane sensazioni e, subito, affioravano in lei sentimenti contrastanti. Il vigore dato da una nuova sfida, dalla scoperta, dal salto nel vuoto; l’ebbrezza dell’incertezza, del non conoscere le risposte a nessuna delle sue domande, o delle sue velate provocazioni.

L’incapacità di saper leggere i segnali. Riuscire a  comprenderne uno a caso, in un qualsiasi momento, poteva essere sufficiente. Brancolava nel buio, ma non si sentiva così viva da anni.

Dall’altra parte c’era il raziocinio a scandire ogni singola azione, suggellava la causa con tesi validissime, era la negazione più totale. Ogni pulsione annientata, ogni volo pindarico preso a sassate, ogni gesto spontaneo ridimensionato.

-Perché avrebbe dovuto cedere? – gracchiava l’onnipresente razionalità. – E perché no? –  echeggiava flebile la voce della speranza.

La vera lotta era con se stessa, si potrebbe dire una lotta ancestrale tra ragione e sentimento, tra razionalità e impulso. E il suo unico impulso era quello di prendere il telefono, sbloccarlo, controllare se aveva ricevuto messaggi.

Nessuna nuova notifica.

Lo posava svogliata sul tavolo, con la parte dello schermo coperta, come a non voler vedere, come a voler allontanare una tentazione. Rimaneva con la fronte corrucciata per un po’, gli occhi a fessura, come a voler mettere  a fuoco qualcosa che proprio sfuggiva dal suo campo visivo.

Dopo aver scandito il tempo tamburellando le dita sul tavolo, cercava lo “scompartimento” giusto per riporre quel pensiero, li sfogliava tutti – cose da non fare, ipotesi da allontanare, utopie, stai facendo una cazzata, sezione proibita – e poi sceglieva la cartella più idonea per poter archiviare il caso. Almeno per la giornata, almeno per il momento.

Questa volta, però, la cartella non era stata nominata, aveva appositamente lasciato il nome di default che parte ad ogni nuova cartella, ed era appunto: Nuova cartella.

La scelta di non rinominarla era legata all’illusione di poter spostare tutto nel cestino, il prima possibile, non appena ce ne fosse stato bisogno. E poi come avrebbe dovuto rinominarla? Nonsocosastasuccedendodoveavetemessoillibrettodistruzioni.

Riconoscimento caratteri errato.

Aveva il vizio di catalogare tutto, come se fosse il desktop di un Pc e, meccanicamente, apriva e chiudeva il file desiderato.

Lo stramaledetto vizio di catalogare tutto, e l’illusione di non farsi scalfire da niente.

Deframmentava i ricordi, un’altra insana abitudine, per non dover affrontare un’improvvisa onda emozionale, o più semplicemente per non lasciarsi investire dalle sensazioni estemporanee e da quelle più solide che si radicavano in lei di anno in anno, di negazione in negazione.

Sensazioni sminuite al punto di essere appellate “fitte intercostali”. Niente di grave, quindi. A detta sua non lo era mai, niente di grave, si intende.

Era sempre stata bravissima a sminuire tutto ciò che le accadeva e quindi anche una promozione a lavoro, alla domanda – Bhe che mi racconti di nuovo? – diventava un – Niente, sempre tutto uguale -.

Non riusciva a ricordare esattamente quando aveva iniziato a minimizzare ogni episodio, bello o brutto che fosse, della propria vita.

Era bambina? Forse adolescente? Sicuramente centrava qualcosa con il suo essere così pedantemente permalosa. Una sola parola sbagliata era in grado di declassare chiunque dalla top ten alla black list, a vita. E bhe non era sempre simpatico monitorare tutto con il radar anti infrazioni permalosità.

L’unico modo per scendere a compromessi con quella parte di sé, forse la più ostica, era chiudere tutto in bolla gigante e farlo volare via, come quei palloni aerostatici che quando volano in alto tutti continuano a guardare finché non diventa un puntino impercettibile. Lei faceva esattamente questo, impacchettava tutto e lasciava la presa, senza preoccuparsi di dove tutte queste cose andassero a finire.

Lasciava la presa e basta. Le lasciava andare via. Sempre.

Ciò che invece non era mai riuscita a tenere a bada erano le fantasie, così vivide da sembrare palpabili, e così palpabili da intrecciarsi con la realtà. Così reali che diventava difficile distinguere le une dalle altre, fuse in una danza senza fine.

Accadeva anche il contrario, spesso confondeva fantastiche realtà con la fantasia, e allora le capitava di fare quello che si fa quando non si comprende a fondo qualcosa: sminuirla.

Così non riusciva a ricordare quali dei discorsi fatti con Claudia erano reali, quali avevano un senso e quali completamente campati in aria, ma questo vuoto di senso era spesso voluto, cercato, indotto da mirabolanti dirottamenti. Ma chi dirottava chi, e verso dove, poi?

“Corfù_dicembre”, la didascalia della foto diceva questo, ma di chi era stata l’idea di andare in Grecia a dicembre? Non se lo ricordava neanche, avevano ordinato una birra e un volo low cost, semplice come credere di essere in un posto e non esserci mai stati. Semplice come dirottarsi a vicenda in territori inesplorati. Guardava quella foto dai contorni sfocati e riconosceva quella storia dai confini indefiniti, in balia degli eventi. Riconosceva se stessa, distratta e dall’aria vagamente trasognata. Riconosceva Claudia, sguardo dritto in camera, sorriso esploso, in una sola parola b-e-l-l-i-s-s-i-m-a. Ma di quella bellezza pura, genuina, di quelle che non lasci andare via se la riconosci.

  • Cosa vuoi?
  • Una birra vista mare e un tramonto vista te.

Dovrebbe sempre tutto rimanere immutato, fermo, immobile come nelle foto, e senza complicanze di qualsiasi natura, ecco così sarebbe perfetto.

Che non era un modo per colmare un senso di vuoto, glielo aveva mai detto? Ma no che non lo aveva fatto, parlare complica sempre tutto, e avrebbe portato a dover definire quella cosa, o peggio a darle un nome. Preferiva continuare a guardare tutto con quello sguardo astigmatico, i contorni sfocati, i colori rarefatti dall’eccessiva esposizione alla luce. Avrebbe preferito parlare con gli occhi, sempre, continuare con quella danza di sguardi, sottecchi e sorrisi furtivi, con quella complicità malcelata.


“[…] senza un finale che faccia male, con cuori sporchi e mani lavate”, alzò il volume, una delle sue canzoni preferite, quando la riproduzione casuale sa essere provvidenziale e anche un po’ inopportuna, diciamola tutta.

Ogni tanto ci pensava. Avrebbe potuto prendere tutto, chiuderlo in una bolla e far finta di niente, avrebbe potuto prendere tutto e ridurlo ad una parentesi, o alla parentesi del suo sorriso.

E invece schiacciò pausa, interrompendo un poco più che trentenne Manuel Agnelli, e soprattutto il suo flusso inarrestabile di pensieri. Guardò l’ora –cazzo, le 3.00 – avrebbe dormito di nuovo per meno di sei ore.

L’indomani avrebbe combattuto con delle occhiaie sempre troppo marcate, l’aria stanca e svogliata, di chi è costretto a puntare la sveglia alle prime ore del mattino senza la possibilità di rimandarla troppe volte, senza la possibilità di crogiolarsi nel letto “ancora 5 minuti”.

Avrebbe affrontato quel nuovo lunedì con l’aria stanca, i capelli raccolti disordinatamente, un po’ di correttore per coprire quelle occhiaie troppo marcate, avrebbe dato un sguardo fugace alla sua immagine riflessa allo specchio prima di uscire di casa, pensando che erano mesi che era sempre lunedì. E con l’indolenza di ogni lunedì si sarebbe chiusa la porta della sua doppia uso singola alle spalle. Non le interessava più sapere dove dormire, quale soffitto avrebbe guardato prima di addormentarsi, quali arredi avrebbe avuto la sua prossima stanza.

Desiderava solo vivere in un ambiente asettico, senza ricordi, senza sporche contaminazioni.

Era l’unica cosa che aveva visto negli ultimi mesi, cose, parole, gesti. Tutto sporco. Tutto contaminato.

Aveva ancora il vomito.

Due cactus a guardia della stanza, i suoi aculei a protezione di se stessa. Li limava ogni giorno, sempre più appuntiti, svettavano all’esterno come spade. Chiunque si sarebbe accorto che dietro c’era un animale ferito, ancora intento a rimarginarsi le ferite.

Nei suoi occhi l’indolenza del lunedì, ma si intravedeva il vigore di chi è assorto a ricostruirsi, pezzo pezzo, ripartendo da se stesso. Non avrebbe mai più permesso a nessuno di avvicinarsi così tanto da guardare attraverso le crepe della sua armatura. E di andare così oltre da crearne crateri in cui annidarcisi dentro.

Allontanò quei pensieri negativi lanciandosi nel traffico cittadino, i clacson delle auto in coda al semaforo la riportarono con i piedi per terra, girò l’angolo e si infilò in quello che era diventato il suo bar salvavita.

La mattina quando era in ritardo e prendeva un caffè al volo, bevuto in tre sorsi, e un cornetto da portare, che puntualmente mangiava per strada perché non avrebbe resistito un secondo di più con qualcosa di commestibile in borsa.

Sempre la mattina quando necessitava di un secondo caffè prima ancora di avere qualsiasi contatto con il mondo.

Oppure quando non aveva voglia di stare in casa e andava a rifugiarsi tra quei divanetti usurati dal tempo.

Sperava sempre di trovare libero quello vicino la grande porta a vetri che affacciava sul giardino retrostante, un giardino modesto con un piccolo colonnato e l’erba alta che ormai copriva il sentiero che dalla porta principale portava nel nulla, al centro del giardino, un sentiero senza alcun senso apparente.

Quando quel posto era libero, lo preferiva sempre ad altri.

Si sedeva, ordinava qualcosa da sorseggiare con calma, scostava la tenda di tulle arancione, osservava quel sentiero con la stessa aria corrucciata di quando qualcosa sfuggiva al suo campo visivo, e poi lasciava perdere, come per tutto il resto. Lasciava andare la tenda che continuava ad ondeggiare per un po’ permettendo di intravedere ancora scorci di giardino, ma ormai era già assorta in altro, aveva preso il suo libro e aveva iniziato a leggere.

Ora i clacson l’avevano riportata fin troppo con i piedi per terra. Quel suono martellante nelle orecchie, che rimbombava fino alle tempie, le ricordava che aveva dormito poche ore e che non aveva più la pazienza di una volta nel sopportare le cose che tollerava a fatica, come alcune voci fastidiose, le risate stridule, chi sente la necessità di parlare per riempire i silenzi, o chi parla a prima mattina.

Si infilò svelta in una traversa, lasciandosi quel costante vociare alle spalle, e proseguì la sua camminata a passo sostenuto – sempre a causa del suo ritardo -, ora un po’  claudicante per il basolato sconnesso del centro storico, che la costringeva a rallentare il passo, a prestare attenzione a dove mettere i piedi e rallentare, di conseguenza, quel flusso furente di pensieri.

Respirò affondo, una, due, tre volte.

Tirò un sospiro di sollievo e riprese il suo cammino.

All’improvviso le venne in mente Corfù. Una mano nel guanto e l’altra sul fianco. Sorrisi. Andare in Grecia a dicembre, che follia.

Blackout.

M. F.

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