LE BESTIE DI SATANA – CRONACA SAGGISTICA DI UNA STRAGE GENERAZIONALE

Durante i tramonti invernali più tiepidi e tersi, nelle zone delimitate dall’hinterland milanese verso sud e i grandi laghi glaciali  – Lago Maggiore, Lago di Como, Lago di varese – a nord, il massiccio del monte Rosa si staglia nitidamente contro il cielo sereno, mostrando una gamma di tinte che spaziano dall’arancio dorato a dei timidi rosa, degradanti pian piano verso il bianco innevato. Dietro a questa patina di amenità, però, dietro alle acque placide degli specchi lacustri e degli ampli spazi boschivi del Campo dei Fiori e del parco del Ticino, negli interstizi sociali dell’opulenta provincia lombarda, sono rimaste a lungo celate altre realtà, più oscure e sinistre di quanto l’opinione pubblica tuttora non voglia rassegnarsi ad ammettere.

In questi stessi luoghi, dopo che il sole è sfumato dietro le morbide cime prealpine, nelle notti di novilunio e nelle tregende, vengono innalzati inni al Nemico di ogni Bene. E il mattino successivo, in radure ed anfratti silvestri raccolti e appartati, è possibile rinvenire, tra i profilattici usati e le bottiglie vuote, anche spoglie di falò, resti di candele nere, crocefissi spezzati, carcasse e scheletri di animali sacrificati. La storia delle Bestie di Satana è questo, e più di questo; è cronaca che non può – non deve – arrestarsi alla mera cronaca: un tassello di un mosaico ben più esteso ed eterogeneo che ha ragione di esistere in forza di precise coordinate storico-culturali.

LA CRONACA

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1998 due adolescenti, Chiara Marino e Fabio Tollis, scomparvero nel nulla durante una serata trascorsa al Midnight Pub nei pressi di Porta Romana, a Milano; per anni le forze dell’ordine e gli inquirenti, nonostante numerosi sospetti, archiviarono il caso come una fuga giovanile, attribuita a cause di natura sentimentale o economica. I due, in realtà, vennero barbaramente uccisi e sepolti in un bosco ai margini di Somma Lombardo, in provincia di Varese. I responsabili della loro morte sono un gruppo di loro amici, conoscenti, coetanei o poco più anziani; durante tutto quel tempo, però, nessuno di essi rivela, nessuno confessa; tutti, dal primo all’ultimo, dimostrano una solidissima capacità di autocontrollo.

Sei anni più tardi, nella notte tra il 23 e il 24 gennaio 2004, in un piccolo chalet nei boschi ai margini di Golasecca, un paese di poche migliaia di abitanti accanto al fiume Ticino (sempre in provincia di Varese) Mariangela Pezzotta morì a causa di un colpo di pistola sul volto, esploso a bruciapelo, e di vari colpi di badile alla testa. Quando venne precariamente sepolta nella serra annessa allo chalet, Mariangela respirava ancora. Accusato dell’omicidio è inizialmente Andrea Volpe, uno dei giovani che nel 1998 avevano pugnalato e colpito a morte Chiara Marino e Fabio Tollis.

Dopo impegnativi mesi di indagini ed interrogatori – in cui di fondamentale importanza si rivelarono il contributo di Michele Tollis, il padre di Fabio, che aveva svolto autonomamente un approfondito lavoro d’inchiesta intorno alla scomparsa del figlio, e le confessioni di Volpe – il 28 maggio 2004 venne ritrovata la fossa con i corpi sepolti di Chiara e Fabio. Da quel momento, tutta la vicenda cominciò ad essere rischiarata da una nuova luce: i due casi erano sicuramente collegati, e la trama di fondo che sottendeva ad entrambi era la presenza di un “setta satanica”, così come si legge sui verbali, nota con il nome autoattribuito di “Bestie di Satana”. I membri (o alcuni dei membri) di questa “setta”, arrestati e chiamati a giudizio nel corso del 2004 e processati definitivamente all’inizio del 2005, sono (in ordine alfabetico): Guerrieri Pietro, Leoni Paolo, Maccione Mario, Magni Massimino, Monterosso Eros, Sapone Nicola, Volpe Andrea, Zampollo Marco. Essi sono accusati, oltre che dell’omicidio della Marino e di Tollis, di associazione per delinquere, di violenza sessuale e di aver indotto al suicidio un altro ex membro della setta, Andrea Bontade, morto dopo aver volontariamente fatto schiantare a 180 chilometri orari la sua Fiat Punto su una rotonda di Gallarate, la sera del 21 settembre 1998, qualche mese dopo la scomparsa di Tollis e della Marino. Le indagini confermeranno che Bontade, pur non essendo presente durante la notte dei due omicidi, aveva contribuito a scavare la fossa in cui avrebbero dovuto essere sepolti i due.

Numerosi altri indizi, inoltre, conducono a credere che la setta abbia mietuto altre vittime tra gli anni 1996 e 2004, mediante suicidi indotti e omicidi (tra cui ad esempio il caso dell’impiccagione di Andrea Ballarin), nelle zone lambite dall’autostrada dei Laghi Milano-Varese e dalle strade tra Milano e Busto Arsizio. In quasi tutti i casi, però, non furono raccolti elementi sufficienti per avviare un’inchiesta e riaprire i fascicoli a distanza di anni dall’archiviazione, e nei pochi casi in cui un’inchiesta venne aperta, non portò a risultati concreti: le ricerche del corpo di Christian Frigerio, scomparso nel novembre del 1996, condotte in una discarica di Brugherio su indicazione di Maccione, non ebbero successo. Alcuni tra i membri delle Bestie di Satana (Nicola Sapone, Paolo Leoni) non confessarono mai durante gli interrogatori, e nemmeno al processo; si dichiarano tuttora innocenti rispetto a tutti i capi d’imputazione.

Le notizie riguardanti la setta si diffusero ben presto dai media locali a quelli nazionali, anche grazie al morboso interesse suscitato dal binomio satanismo-violenza, con un’eco che giunse persino nel resto d’Europa e in America (un esempio su tutti è costituito dal portale online di notizie BBC News, che ha dedicato vari articoli all’argomento), rendendolo uno dei casi di cronaca nera più famosi e conosciuti dell’Italia del secondo dopoguerra: secondo le parole del gip, la vicenda processuale ha costituito un unicum nel panorama giudiziario italiano, a causa della disumana brutalità con cui le “Bestie” avevano agito.

Chiariti i fatti, o perlomeno parte di essi, si avverte tuttavia in filigrana una sorta di interferenza, un rumore di fondo che impedisce tuttora, nonostante gli anni trascorsi, causa forse la tacita e latente opera di sanitizzazione ideologica e moralistica, di approcciarsi con sguardo critico neutrale alla vicenda, e che riguarda un aspetto dirimente della questione. Le etichette di “setta” e di “satanismo” che sono state variamente e alla leggera utilizzate da parte degli inquirenti e dei giornalisti che si sono dedicati all’inchiesta giudiziaria e alle vicende processuali, non risultano perfettamente calzanti, ed una riflessione in merito sembra d’obbligo, in vista della volontà di sviluppare una comprensione più dettagliata della materia e di giungere a possederla criticamente, senza scadere nel rifiuto di un’alterità percepita come non-culturale, selvaggia (l’appellativo di “Bestie”, anche se autoattribuito, appare più che indicativo in questo senso), che conduce a sterili j’accuse e prese di distanza sconcertate.

LA SETTA

Si definisce “setta” un’organizzazione socioreligiosa formatasi in seguito ad una separazione rispetto ad una tradizione religiosa maggioritaria e storicamente consolidata, in un certo senso già data – come una particolare chiesa, ad esempio. A differenza di quest’ultima, che preesiste al singolo fedele e in cui ci si trova immersi dalla nascita, uno degli elementi che caratterizzano la setta è una conversione volontaria e deliberata di coloro che desiderano diventarne adepti. In molti casi, il distacco da una tradizione religiosa coincide con la volontà di allontanamento dal mondo, determinata dal rifiuto della logica compromissoria con gli ordinamenti mondani di cui viene accusata la tradizione religiosa di partenza, determinata dalla sua propensione universalistica. A sua volta, il rifiuto del mondano può divenire anche rifiuto e mancato riconoscimento della normalità sociale e del complesso delle istituzioni – non solo religiose – che regolano l’esistenza di una comunità umana; questa linea di condotta, in casi estremi, può produrre delle derive che portano all’infrazione della legge e ad atti illeciti.

Rispetto a questa coordinata – la separazione – emerge un elemento che caratterizza in modo peculiare il gruppo di giovani: non si verifica nel loro caso un distacco da una tradizione religiosa ufficiale, semplicemente perché alle spalle delle Bestie di Satana non sembra esserci una qualche forma di istituzione, una chiesa “satanista” come potrebbero essere la Chiesa di Satana di Anton LaVey o il Tempio di Set di Aquino, della quale sarebbero stati rielaborati e ridefiniti i confini di senso. La base dottrinale elaborata dagli adepti, infatti – se di “dottrina” si può parlare – sembra essersi sviluppata in modo relativamente autonomo, unendo i prodotti di una fervente creatività insieme con suggestioni provenienti dall’immaginario della musica, del cinema, del web e della letteratura; in ogni caso, comunque, distante da un qualsiasi legame con un corpus di testi e direttive cultuali e dottrinarie standardizzati ed ufficializzati. A conferma di ciò, nonostante varie dichiarazioni di Volpe riguardanti una ipotetica “Setta degli X” di Torino e i vari clamori giornalistici tessuti intorno ad ipotesi più o meno fantasiosamente complottistiche, la verità processuale ha escluso che le Bestie di Satana facciano parte di network nazionali o internazionali di satanisti.

D’altro canto, sono sicuramente presenti e anzi centrali per la comprensione della vicenda i concetti di distacco dal mondo e la conseguente assunzione di condotte comportamentali radicali che segnino lo scarto del gruppo rispetto alla normalità dell’ambiente sociale in cui si è sviluppato (l’esempio più lampante in questo caso è sicuramente l’uso massiccio di sostanze psicoattive). È importante specificare, a questo punto, che nel caso delle Bestie di Satana con tutta probabilità il desiderio di fuga non sembra mai essere stato sublimato e convertito in un programma operativo, ma rimase in ogni caso, a livello implicito, il fattore alla base del tentativo di costituzione di un nuovo “sistema di senso”, una sorta di struttura sociale difensiva e rassicurante, di spiegazione e scioglimento di dubbi esistenziali, laddove i futuri membri della setta percepivano intorno a se stessi un “vuoto”, un’assenza di senso. Se non c’è una storia di satanismo (perlomeno di satanismo ufficiale: da molti anni ormai, infatti, nei boschi del Parco del Ticino le guardie forestali ritrovano resti di animali accumulati, croci spezzate, candele nere, ceneri di falò), è pur vero che c’è una storia di società e di cultura, quella del Varesotto e dell’alto Milanese, in cui questo vuoto che ha così tanto minacciato le vite dei membri della setta ha preso forma e si è sviluppato.

Sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale e sui resti dell’economia provinciale agricola, esplose in quell’area tra la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta il boom economico, grazie alla rinascita delle imprese di inizio secolo e il sorgere di nuove; la forza lavoro per le nuove attività era fornita dalla consistente immigrazione che si era verificata a partire dal 1956, soprattutto dal sud e dal nord-est italiano. Insieme con molti altri, erano giunti nella zona anche i confinati di polizia, e alcuni componenti delle grandi “famiglie” della mafia siciliana o della ‘ndrangheta calabrese. Molti tra essi furono concentrati negli stessi comuni della provincia di Varese, e rimasero sempre riottosi ad una apertura sociale. Proprio questa presenza si è rivelata determinante negli anni ottanta e novanta, nel momento in cui l’economia aveva cominciato a subire una irrefrenabile battuta d’arresto. Il risultato di questo fenomeno fu l’insorgere, nella provincia ancora apparentemente opulenta, di sacche di povertà e di squilibri economico-sociali, che hanno siglato il successo degli “affari” delle “famiglie” di sopra: la frode in luogo del rischio d’impresa, l’usura in luogo del prestito bancario di giorno in giorno più opprimente, ma soprattutto lo spaccio di sostanze stupefacenti (acidi, cocaina, ecstasy, anfetamine, LSD), che insieme con gli strascichi delle istanze delle controculture giovanili postsessantottine, contribuirono alla diffusione della droga tra i giovani e i giovanissimi, soprattutto delle fasce sociali medio-basse, compresi Sapone, Volpe (i quali già prima della vicenda delle Bestie di Satana erano stati coinvolti nel mercato illecito della cocaina), Maccione, Leoni, Tollis e gli altri, che ne facevano uso quando si riunivano tra loro o anche nei punti di ritrovo, alla discoteca Nautilus di Cardano al Campo, a Parco Sempione o alla Fiera di Sinigaglia a Milano.

Un altro fattore fondamentale contribuisce all’elaborazione della necessità di fuga dal mondo: la pressione sociale. Essa consiste in un bombardamento continuo di imperativi, a cui individui in fase adolescenziale si mostrano spesso particolarmente sensibili, da parte di varie istituzioni o situazioni sociali come la famiglia, l’ambiente di lavoro, la scuola, conformi ad un’idea di “bene sociale”; l’insuccesso nel portarli a compimento, il mancato adempimento di tali imperativi, finisce con l’ingenerare giudizi (sia esterni che interni, ovvero nei confronti di se stessi) di appartenenza al bene o viceversa al male sociale, secondo una logica binaria, dove il male potrebbe essere rappresentato da una carriera scolastica non brillante, piuttosto che dalla disoccupazione o dalla tossicodipendenza. E la logica dell’opposizione tra bene e male si sovrappone in questo modo a quella dell’opposizione tra “ordine del mondo” e un nuovo ordine che gli si deve contrapporre: questa è l’essenza del nuovo sistema di credenza, cioè che – citando Murray – «l’Ordine Mondiale è un male e una menzogna». Nel caso in cui si instauri un circolo vizioso di insuccesso-giudizio di sé negativo, piuttosto che accettare l’esclusione e la marginalizzazione dal bene sociale, appare preferibile rivolgersi al male; da questo punto, il passo finale è breve: da un atteggiamento di simpatia verso il proibito, un male empirico, si giunge in extremis all’elaborazione di una ideologia del male, ovvero al satanismo.

La sfiducia o meglio la perdita di fiducia nelle istituzioni vigenti porta alla necessità di un distacco dal mondo in cui queste istituzioni si dispiegano e operano, che si invera in un tentativo di fuga: da questo punto di vista, le droghe a cui si è accennato sopra costituiscono lo strumento fondamentale attraverso il quale questa fuga può avere luogo; esse sono in grado di alterare le percezioni della realtà, causare esperienze distanti dal vivere normale, e favoriscono il riscatto dal fallimento poiché orientano nella direzione del male sociale. La fuga dal mondo perciò non si configura come reale (come ad esempio accade in alcune sette radicali di matrice cristiana anabattista, come i mennoniti o gli amish), ma piuttosto come immaginata o indotta artificialmente, molto più vicina ad una forma di alienazione che ad una scelta di vita ascetica e rigorosa.

Tutti i concetti sin qui espressi sembrano significativamente assommarsi nel testo di Passione Nera, una canzone del complesso hardcore punk torinese chiamato Nerorgasmo, che sembra cogliere lo Zeitgeist adolescenziale e giovanile della provincia lombarda in quegli anni, dipingendo il quadro di un nichilismo esasperato, di un vuoto d’identità a cui si cerca disperatamente di fuggire: «Poi non dovrai decidere, il tuo futuro è preparato / Le scelte le hanno fatte famiglia, scuola, chiesa e stato / Mi sento soffocare, non vedo via d’uscita / La nausea mi accompagna in ogni via della mia vita […] La tua passione nera ti fa pensare da alienato»; un verso della medesima canzone campeggiava su una delle pareti del Midnight Pub, uno dei luoghi in cui il gruppo si raccoglieva più frequentemente: «Esalterò me stesso con la morte più sublime».

La fuga si configura quindi come duplice: l’allontanamento dalla società produce la graduale formazione di un’alternativa alle istituzioni “normali”: una setta, dunque (per quanto atipica), mentre l’allontanamento dal bene sociale produce l’elaborazione di una ideologia del male, che sfocia nel satanismo (anche se in un satanismo “casereccio”).

SATANA (?)

Quella delle Bestie potrebbe sostanzialmente essere definita come un’esperienza aurorale di satanismo, che tenta maldestramente di farsi portavoce di velleità di sconvolgimento e sovversione dell’ordine costituito. Non stupisce perciò che il loro fosse un satanismo sui generis, tipico dei dabblers (coloro che si accostano per interesse superficiale e casuale a tematiche non soltanto sataniste, ma anche più genericamente occultistiche, magiche o spiritistiche), e che non presenti basi demonologiche o dottrinali profonde. Più che di un vero e proprio apparato dottrinale e cultuale, infatti, sembra forse più consono il termine “immaginario” per definire l’orizzonte di senso e il sistema di credenza in cui essi si muovevano e operavano. Esso, nelle sue linee generali, può essere ricondotto ad una particolare frangia del satanismo contemporaneo, denominata “satanismo acido” o a volte “acidismo”, non classificata propriamente e a pieno titolo come satanista, ma piuttosto caratteristica di subculture o controculture giovanili che mescolano una superficiale infarinatura di conoscenze (anche di seconda o terza mano) sul satanismo con altro materiale simbolico e con l’uso smodato di droghe allucinogene.

Questo immaginario, infatti, è il risultato di un assommarsi confuso e disordinato di moltissimi elementi provenienti da contesti e ambiti differenti, anche distanti tra loro. Un ruolo fondamentale in questo senso è stato ricoperto dalla comune passione tra i membri del gruppo per il genere musicale Heavy Metal (ad esempio per i Black Sabbath, i Metallica, i Megadeth), e in particolare per le correnti del Death Metal o Brutal Death Metal, o del Black Metal, che annoverano gruppi che attraversano gli anni ’80  e ’90, a partire dai capostipiti – gli Slayer – fino ai Sepultura, i Deicide, i Necrophagia, i Morbid Angels, i Suffocation, gli Autopsy, i Cannibal Corpse, Burzum, i Mayhem, i Gorgoroth, e proponevano o propongono un orizzonte tematico, nei testi e nelle grafiche di copertina degli album, il quale comprende un’estetica splatter e slasher, violenza, perversioni, morte, assassinio, satanismo, demoni, occultismo, depressione, suicidio. In questo frangente non si deve dimenticare neppure l’esperienza di inizio decennio dei ’90, quella della seconda ondata Black Metal e dell’Inner Circle nei paesi scandinavi, in cui satanismo, neo-paganesimo, istanze pangermaniche e neonaziste si amalgamavano; essa sfociò nella morte o nell’arresto di alcuni esponenti di punta della corrente per roghi di chiese, aggressioni o omicidi (ad esempio Kristian Larssøn Vikernes alias Burzum), che hanno probabilmente rappresentato un prodromo – se non un effettivo modello di riferimento – della deriva violenta dell’acidismo italiano. La distanza tra l’apprezzamento per la musica Metal e l’attuazione di pratiche cultuali o paracultuali viene a saldarsi definitivamente nel momento in cui si constata che gli oggetti rubati nei cimiteri o i resti degli animali sacrificati erano inseriti organicamente nella scenografia dei concerti, e non erano volti solamente alla delineazione di un’estetica del macabro, ma erano specifici elementi rituali.

Appaiono poi rilevanti altri due apporti, rispettivamente del cinema e della letteratura, da cui le Bestie di Satana derivano suggestioni e spunti per l’organizzazione dei rituali. Alcune pellicole cult fondamentali sono ad esempio Spiritika, in cui sono inscenate sedute spiritiche e possessioni, il cinema di Argento o di Romero, o il film Demoni di Lamberto Bava; alcune scene di quest’ultimo furono girate al cimitero di Crespi D’Adda, uno tra i primi profanati dalle Bestie. Una delle suggestioni letterarie più importanti proveniva dal noto autore di romanzi e racconti dell’orrore Howard Phillips Lovecraft. Alcune delle sue opere sono collegate in un universo narrativo popolato da mostruose presenze extra-terrestri ed extra-dimensionali, i “Grandi Antichi”, destinatari di vari culti segreti, che riposano in attesa della loro liberazione o del loro riscatto. Anche in questo caso, è facilmente intuibile la confluenza di alcune suggestioni – come quella della segretezza di un gruppo di adepti – nel modus cogitandi della setta. Un altro frangente era rappresentato invece dalla letteratura occultistica: una delle presenze “positive” che si presentavano a Maccione, nella sua versione del racconto, si faceva chiamare Allan Kardec (Hippolyte Léon Denizard Rivail), il pedagogista che fondò nel 1857 e codificò per primo lo spiritismo moderno in alcuni suoi testi. In aggiunta a ciò, egli stesso ha citato in una testimonianza la Chiave di Salomone, la Pseudomonarchia Daemonum o il Compendium Maleficarum. Maccione in particolare quindi sembra aver contribuito alla formazione del sistema di credenza apportando un’infarinatura superficiale ed eccentrica di spiritismo, che aveva un risvolto centrale nell’economia del culto: esso infatti comprendeva sedute spiritiche che venivano organizzate soprattutto nel parchetto di Villa Fiorita, a Brugherio; e ciò che avveniva durante quelle sedute era di fondamentale importanza nell’orientare l’azione della setta, dato che costituiva il principio d’irradiazione dell’autorità di Maccione.

Un altro tassello che si aggiunge a questo già composito mosaico, è l’influenza indiretta della Wicca: Leoni, insieme con la sua precedente ragazza, praticava alcuni riti riconducibili ad una matrice neopagana; questo elemento però venne percepito come discordante rispetto all’orientamento del sistema di credenza della setta in direzione spritistica e demonologica; cionostante, un punto di contatto tra le due realtà può essere intravisto nella vicenda di Jacques Coutela e della deriva “nera”, luciferina, pseudo-satanista della Wicca Française, risalente a solo pochi anni prima, e nell’attuazione dei rituali magico-simpatici nelle notti di luna nuova, conformemente ad una concezione calendariale di derivazione neopagana.

Quello che si delinea dinanzi agli occhi dell’osservatore, in definitiva, è un sistema simbolico e di credenza fluido, marcato da uno spiccato anche se superficiale sincretismo che lo avvicina più all’idea di un generico immaginario che a quella di un apparato dottrinale compiuto, a cui corrisponde un plesso cultuale ugualmente fluido e difficilmente inquadrabile in un preciso contesto satanista, anche limitandosi nei confini del satanismo acido.

ALTRI DELITTI

Quello della setta delle Bestie di Satana non è un caso isolato nel panorama europeo e neppure in quello italiano: il 7 giugno 2000 una religiosa delle Figlie della Croce fu assassinata da tre ragazze in nome di Satana; i delitti definiti del “mostro di Firenze”, secondo una delle ipotesi accusatorie, sarebbero riconducibili ad un contesto latamente satanista; l’inchiesta sui supposti suicidi di Fabio Rapalli e Roberto Bossi nel Pontremolese ha battuto anche la pista del delitto satanista. La lista è ancora lunga, e potrebbe non fermarsi a questo punto. La vicenda delle Bestie di Satana non è solamente un caso di cronaca nera; esso ha invece rivelato, portandolo alla luce, un lato nascosto dell’ambiente apparentemente quieto e annoiato della provincia lombarda e ha smosso per la sua gravità le coscienze di molti, causando un diffuso allarme sociale.

Riprendendo la riflessione abbozzata all’inizio, è necessario in questo caso sforzarsi di credere, per quanto difficoltoso possa essere, che insieme ai vari episodi di delitti ancora dibattuti, anche questa realtà sia stata in ultima istanza un’espressione culturale, nata in seno a determinate meccaniche sociologiche e circostanze storiche, nonostante il tristemente noto appellativo di “Bestie”, che sembra travalicare persino la dimensione umana del vivere in società. È necessario sforzarsi di non cedere alla tentazione di relegare tutta questa vicenda nell’ambito della mera cronaca o della criminologia, come un fatto isolato, senza considerarla parte integrante di un tessuto storico-sociale nelle cui maglie il nord Italia è immerso, e che affonda le sue radici in profondità, così come non cedere alla allettante ma semplicistica attribuzione degli atteggiamenti estremi, delle violenze e degli orrori che si sono verificati a devianze mentali da parte di tutti i componenti; senza negare il fatto conclamato che in alcuni casi specifici ci si trovi di fronte a disturbi borderline della personalità (basti pensare alle tendenze autolesionistiche che spiccano nelle personalità di Mario Maccione o Fabio Tollis, o l’abuso generalizzato e diffuso di sostanze stupefacenti), complessivamente il problema non può – e non deve – essere confinato nel campo della psicopatologia e degli squilibri mentali, come una qualche forma di “follia di gruppo”, un macabro lusus naturae situato al di fuori di qualsivoglia dinamica sociale e culturale.

Solamente a partire da questa premessa, da questa ferma coscienza, è possibile inquadrare e definire le cause storico-sociali di quanto accaduto, ed elaborare così nei confronti di ciò una coscienza critica, anche in vista di un’elaborazione degli strumenti in grado di prevenire nuove simili insorgenze nel corso della storia. È necessario sforzarsi di credere, in definitiva, che la storia delle Bestie di Satana – sporca, scomoda, raccapricciante – è anche parte della nostra storia, con tutte le conseguenze che ciò possa comportare.

Giorgio Paolo Campi

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