MOSTRI SOTTO IL LETTO – PARTE II

2.  Una doppia uso singola

Quando aveva iniziato a guardare Claudia con occhi diversi, non se lo ricordava.

Il momento esatto in cui aveva iniziato a vederla, e a vederla bella. Quando lo sguardo aveva iniziato a caderle, sempre più spesso, sulle sue labbra. Rosa. Piene. Diventavano il contorno di denti perfetti, subito dopo si arricciavano in una smorfia, e quando proprio non riusciva a trattenere un sorriso, si inarcavano a sinistra, verso l’alto.

Ecco, non riusciva a ricordare il momento esatto in cui aveva iniziato a guardarla così.

Fino a quel momento avevano condiviso le lezioni in piscina, un’ora e mezzo, tre volte alla settimana, lo spogliatoio, la corsia invasa, qualche amico in comune e, sporadicamente, una birra o un caffè.

Si incontravano tre volte a settimana, era un appuntamento fisso, era diventata come una cosa familiare che sai di trovare sempre lì.

Si ritrovavano in quello stanzone dal soffitto troppo alto e le finestrelle orizzontali lunghe e strette, tra l’odore di cloro, inizialmente pungente, poi accogliente come l’abbraccio di una madre, quell’odore che ti resta addosso, sulla pelle, anche dopo aver fatto la doccia.

Il pavimento perennemente bagnato, gli schizzi d’acqua ovunque, il doccino con il getto sempre troppo freddo, gli spogliatoi in condivisione con la palestra accanto.

Si cambiavano frettolosamente, come a voler nascondere agli occhi delle altre frequentatrici dello spogliatoio chissà quale difetto, continuando a parlare di cosa avrebbero mangiato non appena arrivate a casa, dei programmi serali, degli eventi del week end, delle serie tv seguite. Continuavano a parlare del più e del meno, seminude, rivestendosi, svestendosi, con addosso abbinamenti improbabili, affrontando discorsi altrettanto improbabili, e non era mai successo di guardarla, guardarsi, in modo diverso. In tutte quelle occasioni, neanche una sola volta, l’aveva guardata con malizia, con quella che può lasciar intendere un interesse di qualsiasi tipo. Mai.


Un po’ come quando sei piccola e trascorri tutti i pomeriggi con il tuo amichetto del cuore, e capita di nascondersi dal resto del mondo in un angolo a parlare di chissà quale progetto, magari conquistare il permesso di vedere un’ora in più i cartoni animati.

E li vedi, i grandi, ad osservarti cercando di passare inosservati. Li vedi passare e ripassare dal corridoio sempre con la scusa di aver dimenticato qualcosa nella stanza accanto.

Li vedi passare con quel sorrisino malizioso, e tu non sai neanche catalogare la parola malizia. E ogni volta che inizi a sentire i loro passi avvicinarsi, abbassi la voce perché la tua unica premura è non far saltare il piano. Un’ora in più di cartoni, non sono mica bazzecole.

Poi quando il tuo amichetto è andato via, di solito verso l’ora di cena, quando la famiglia si riunisce intorno al tavolo della cucina, con quella luce sparaflesciata negli occhi come se fosse un interrogatorio, lo rivedi quel sorrisino, lo riconosci, e puntuale arriva la domanda, che solo a distanza di  molti anni riuscirai a riconoscere come la domanda da un milione di dollari – Ma tra te e Roberto c’è della simpatia? – con quelle vocali un po’ allungate come a voler sottintendere qualcosa.

Così ti ritrovi in cucina, con la luce sparaflesciata negli occhi, la testa un po’ inclinata da un lato, come i cuccioli quando non capiscono qualcosa, ad osservare quella che fino a poco prima credevi fosse tua madre, ora invece ha preso le sembianze di un alieno e pone domande di cui non conosci la risposta.

In quell’esatto istante fai l’unica cosa possibile, scoppi in una risata, mostrando la bellezza di quel sorriso sdentato, e scappi nell’altra stanza.

Per loro sarà una conferma e continueranno a parlarne con le zie e gli zii, parenti vari e amici di famiglia, sempre tirando fuori dal cilindro quel sorrisetto e quelle vocali allungate, come se tu non fossi presente, mentre per te inizia l’era dei dubbi ancestrali, di cui scoprirai successivamente, di poterne fare una catasta e che quell’episodio rappresentava solo una parte della base.


Cercava di risalire al momento esatto in cui aveva iniziato a vederla. A cercarla anche al di fuori della piscina, a sorridere all’arrivo dei suoi messaggi, a riconoscersi negli scambi di opinioni, a cercare un confronto.

Proprio nel periodo di abnegazione totale verso il mondo, verso ogni forma di rapporto umano e di dialogo, verso ogni contatto esterno a se stessa, in lei vedeva un’isola felice.

Non un’ancora di salvezza, non aveva mai cercato di salvarsi, figuriamoci farlo fare a qualcun altro. Solo un’isola felice. Una parentesi di gioia e giocosità, di frasi sottese e lasciate a metà, di dialoghi senza senso, senza tempo, in assenza di maschere e ruoli, di definizioni ed etichette.

In Claudia riconosceva l’incapacità di costruire rapporti duraturi, di mettere radici, la profondità celata dall’attitudine ad elargire sorrisi facili, come a voler confondere l’interlocutore, l’indolenza verso le definizioni e il timore del salto nel vuoto.

Riconosceva tutte queste sfaccettature e si riconosceva in ogni singolo elemento, in ogni singolo timore. Sarebbe stato un salto nel vuoto anche per lei, ma preferiva non ragionarci troppo su.

Aveva smesso anche di chiedersi cosa significavano quelle gentilezze spontanee, quelle che vengono dal cuore, una pulsione quasi istintiva, primordiale, che la spingeva a passare in libreria per prenderle quel libro che tanto desiderava leggere e di cui avevano parlato sere prima, o ordinare una porzione di polpette, mettersi in auto e guidare fin da lei per mangiarle insieme, sedute su una panchina.

Non si aspettava nulla in cambio, la condivisione di quel tempo era forse il regalo più bello che potessero farsi in quel momento. La condivisione del tempo. La connessione delle menti. Per quella dei corpi ci sarebbe stato un altro modo e un altro tempo, o forse non ci sarebbe stato mai. Era meglio riconoscersi umani.

C’era una cosa, sopra tutte, che Claudia le stava insegnando con il trascorrere del tempo: avere pazienza.

La pazienza, quella sconosciuta, lei la regina del tutto e subito messa in attesa. Ma non un’attesa qualunque, una di quelle che potrebbero anche non finire mai, una di quelle per cui non sai neanche più perché sei in attesa. Ma ti ritrovi a pensarci la sera, tardi, bevendo una birra e aggirandoti per casa in mutande.

Di fronte ad un’attesa così – anzi, una richiesta di standby, da cosa poi non si sa – che si fa?

Ci si aggira in mutande per casa sorseggiando una birra ghiacciata, si impreca di tanto in tanto, a fasi alterne si ritratta la propria posizione. E quando questo teatrino, fatto di monologhi e, più o meno furenti, confronti con il proprio riflesso, cessa, si torna a far scorrere la propria vita a battito regolare, mettendo in conto una buona dose di imprevisti.


Come è bizzarro chiamare “casa” il luogo in cui si pernotta.

Una doppia uso singola, un letto. Quando si è fortunati una scrivania su cui ci si illude di poter lavorare, ma di fatto diventa il prolungamento dell’armadio.

Sola con i propri effetti personali e gli affetti chiusi fuori.

Diventa tutto subito casa.

Gli affetti chiusi fuori, recisi, tagliati, evitati, dimenticati nel cassetto di qualche stanza precedentemente occupata, strappati a morsi. Tanto che di alcuni se ne mastica ancora i resti.

Messi sottovuoto. Nella speranza che questa forma di lunga conservazione non li deteriori, ma per alcuni affetti nutri una sorta di protezione, di salvaguardia, per cui sai che esporli troppo alla luce del sole genererebbe una serie di reazioni a catena che in quel preciso momento non si è in grado di gestire, e allora si fa la scelta più semplice: prendere un sacchetto e aspirare tutta l’aria che c’è.


Quella sua impazienza l’aveva portata più volte a rinunciare, a fasi alterne, ai propri sogni, a vederli bistrattati prima, frantumati in mille pezzi poi.

Si era vista porgere il martello alla parte di sé più indolente, quella con il sopracciglio alzato e l’aria da prima donna, giusto per non sbagliare, e aveva permesso che tutto venisse frantumato, distrutto. Tutto ciò che richiedeva uno sforzo maggiore nell’ottenimento di un risultato era messo al bando.

Era stato così quando aveva lasciato lo stage del corso di grafica pubblicitaria – troppo tempo speso a fare sempre le stesse cose e pochi risultati, questa la sua giustificazione.

Quando, di punto in bianco e senza alcun preavviso o avvisaglia, aveva mollato la redazione per cui scriveva sceneggiature di fumetti, eppure le piaceva molto quel lavoro.

Oppure quando, senza alcun motivo apparente, strappò e cancellò ogni sua poesia, senza lasciarne una minima traccia. Neanche un rigo scritto a penna e conservato in un astuccio dimenticato in un cassetto. Niente. Nessuna traccia.

Era solita reagire di impulso, ma quando non si sentiva all’altezza delle situazioni era in grado di pianificare questi attacchi terroristici verso se stessa, vendette insensate, come se non meritasse quel grammo di spensieratezza.

In questo vortice di autolesionismo e flagellazione, decise di deporre ogni sua ambizione artistica a favore di un lavoro più “concreto”.

Cosa fosse la concretezza in ambito lavorativo se l’era sempre chiesto. La concretezza di cui tutti parlavano cos’era? La certezza di un posto fisso? Uno stipendio superiore ad una certa cifra? E qual è la cifra affinché un lavoro possa definirsi abbastanza concreto? È, quindi, l’entità dello stipendio a rendere un lavoro concreto o le ore impiegate in quell’attività?

Non sapendo darsi delle risposte, anche ad una sola di quelle domande, decise che l’unica cosa da fare per avvicinarsi a quella, tantosognatadatutti, concretezza era cercare di unire una delle poche costanti della propria vita, con un’attività lavorativa “socialmente” riconosciuta come tale.

Rifletté a lungo su quella che poteva essere la costante della propria vita, lei incostante per natura con un’indole disfattista. La trovò. La lettura.

Con i libri aveva un rapporto quasi bulimico, ne acquistava quantità spropositate. Ne leggeva quantità spropositate, accumulando anche più letture contemporaneamente.

L’unico reale problema era la gestione del tempo. Quando iniziava a leggere avrebbe potuto fare solo quello per tutto il giorno, e per i giorni seguenti.

Mancava gli appuntamenti mondani, si isolava dal mondo circostante, perdeva ore di sonno per continuare quel capoverso, e poi solo la fine di quel capitolo, finché non si trovava con gli occhi rossi e stanchi che le bruciavano.

Si accucciava in un qualsiasi spazio tranquillo e guardava in cagnesco chiunque la interrompesse dalla sua danza d’amore con quelle pagine, che racchiudevano avventure e storie di cui ancora non conosceva nulla, quelle pagine ancora non sfogliate, immacolate.

Le piaceva accarezzare la costa del libro e farsi solleticare le dita, poi aprire una pagina a caso e leggere le prime righe, richiudere il libro e smuovere le pagine, veloci, sotto il naso. Che odore sublime avevano le pagine di un libro nuovo, o di un libro non ancora letto. Sperava di riconoscere quelle righe lette di sfuggita e di ritrovarle nel racconto, incastonate perfettamente nella storia che parallelamente aveva immaginato.

E allora avrebbe dovuto lavorare necessariamente con i libri, in questo modo avrebbe potuto dedicare anima e corpo al suo grande amore, nel contempo avrebbe scongiurato l’ipotesi di mettersi in ballo in prima linea, non avendone chiaramente il coraggio e, nientepopodimeno, qualcuno avrebbe riconosciuto il suo lavoro come tale.

Aveva deciso, avrebbe aperto una libreria.

Una di quelle piccole, di quartiere, quelle con gli arredi un po’ di fortuna, per lo più riciclati. Piena di cataste di libri, una di quelle dove è semplice perdersi fra i titoli e anche un po’ piacevole, uno di quei posti in cui vai a rifugiarti quando hai avuto una giornata storta e, se ti va bene, trovi il caffè caldo appena fatto con la moka e riesci a scambiare due chiacchiere con la proprietaria o altri frequentatori abituali, e nessuno ti guarda spazientito chiedendoti di andartene se non acquisti nulla. Ecco come se la immaginava la sua libreria, sarebbe sicuramente andata in fallimento dopo poco con questi presupposti da CasaDelBuonGesù. Ma se la immaginava proprio così la sua libreria. Il suo piccolo regno.


Nonostante le aspettative iniziali non fossero delle più rosee, il progetto di aprire e gestire una libreria, quindi anche il personalissimo obiettivo di leggere più o meno gratis, procedeva con successo da circa due anni.

“La giratempo”, questo fu il nome scelto per l’attività, aveva raccolto il consenso degli abitanti del quartiere, ovviamente degli amici più cari, che ora non facevano altro che regalarsi libri a vicenda in ogni occasione.

A piccoli passi iniziava a raggiungere una clientela più vasta. Rimaneva ancora una clientela di nicchia, a ridosso tra chi predilige letture ricercate e chi non cerca, ma si lascia ispirare e, infine, scegliere dal libro.

Non era il luogo adatto a chi vuole tutto e subito, ma poteva essere la dimensione perfetta per chi sa attendere, cercare e ricercare, tentare e conquistare.

Il messaggio era proprio questo: quante ore d’aria vuoi? Qui puoi prendertene tutte quelle che vuoi.

M.F.

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