SERIAL KILLER DOSSIER- STORIA DI LEONARDA CIANCIULLI, LA SAPONIFICATRICE DI CORREGGIO

Ogni nazione che si rispetti può vantare storie uniche, originali, meravigliose e, a volte, agghiaccianti.

Quelle di omicidi legate alla figura di famigerati assassini hanno da sempre suscitato curiosità e non poco interesse tra la gente. La Romania, per esempio, può vantare il grande nome di Vlad III principe di Valacchia, l’impalatore conosciuto meglio come Dracula; La Francia, invece, ha dato i natali a Henri Lantru noto al mondo con il nomignolo di ‘’Barbablù’’, un serial killer che uccideva per denaro.

E cosa dire della Grande Mela?

Forse è il luogo con la più alta concentrazione di serial killer di tutti i tempi.

Che voi ci crediate o no anche l’Italia può vantare un sinistro personaggio, uno di quei personaggi entrati  nella hit parade dei serial killer più agghiaccianti della storia, e non poteva, per natura, che essere una donna.

Di chi stiamo parlando? Di Leonarda Cianciulli: La Saponificatrice di Correggio.

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Siamo agli inizi degli anni ’30 e l’Italia si sta pian piano rialzando dal primo conflitto mondiale. La povertà è molto diffusa e la popolazione stenta ad andare avanti. Questa donna, però, meglio di altri sa come sopperire ad alcune mancanze. Leonarda è stata forgiata dalla vita e sa sempre come rialzarsi. Nata a Montella, nell’Italia meridionale, da due genitori che non la desideravano, più volte durante l’infanzia aveva tentato il suicidio cercando di ingoiare dei cocci di vetro. Essa stessa racconta della sua infanzia in un memoriale intitolato ‘’Confessioni di un’anima amareggiata’’:

« Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla. »

All’età di 22 anni sposò un impiegato dell’Ufficio del registro, Raffaele Pansardi, con cui si trasferì a Lauria, paese natale di quest’ultimo, in provincia di Potenza. Solo nel 1930, dopo il terremoto del Vulture che le fece perdere la casa e molti dei suoi averi, si trasferì a Correggio in provincia di Reggio Emilia.

La sfortunata donna era convinta di esser stata maledetta da sua madre che avrebbe pronunciato contro di lei una maledizione in punto di morte, augurandole una vita piena di sofferenze. Questo fu il motivo di una rottura definitiva con la donna, rottura che segnò profondamente la personalità della futura serial killer.

Ciò che contraddistingue la Cianciulli non è di certo il numero delle vittime o lo scopo, piuttosto la singolarità degli omicidi.  Infatti, convinta di esser stata maledetta e di aver avuto conferma di ciò da una zingara, la donna dopo diciassette gravidanze, tre aborti e dieci morti premature, era disposta a tutto pur di salvare i quattro figli sopravvissuti al terribile fato. Ed ecco che escogitò un piano infallibile: strappare alla morte la vita dei suoi figli dando inizio a sacrifici umani.

Il suo primo omicidio risale al 1939 quando nel peggiore e macabro dei modi tolse la vita a Ermelinda Faustina Setti, una signora di settant’anni con il sogno di trovar marito. La seconda vittima fu un’insegnate d’asilo Francesca Clementina Soavi alla quale, la Cianciulli, aveva promesso un posto di lavoro al collegio femminile di Piacenza. Ma qual era il suo modus operandi? Le accoltellava e si disfaceva dei cadaveri sfruttando le sue abilità di cuoca: dissezionava, bolliva e creava. Cosa? Dolci e saponi. Con il grasso dei corpi creava saponette profumate che spesso regalava a vicini e amici, con il sangue, invece, preparava dolcetti che serviva gentilmente ai suoi ospiti.

Sempre nel suo memoriale, riferendosi alla terza vittima Virginia Cacioppo, scrisse :

Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce”.

Un’affermazione agghiacciante degna della migliore sceneggiatura di Dario Argento.

Mentre a Lauria si era meritata  una cattiva nomea (di lei si diceva fosse una donna di facili costumi dedita alla millanteria), a Correggio venne giudicata al massimo una persona eccentrica ma  benvoluta e stimata da tutti, considerata una persona affidabile, una madre esemplare e una fervente fascista.

Solo nel 1946 venne scoperta e sottoposta a processo: venne condannata a 30 anni di carcere e 3 anni in un istituto psichiatrico.

Di sé disse:

« Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre. »

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