VIOLENZA, RELIGIONE, RELIGIONI – IL RUOLO DELL’INDAGINE STORICA

Mentre si ode lo stridio delle macerie siriane ed irachene sotto i colpi del Daesh e delle guerre civili, folle di rifugiati in fuga chiedono asilo ad un’Europa impreparata, e nel cuore delle grandi città si accumulano i corpi delle vittime mietute dalle nuove, cellulari azioni terroristiche, riemerge tra polvere e paura la terribile ed accorata attualità della necessità di comprendere, per quanto possibile, le regole di questo gioco tanto complesso e mutevole quanto inclemente, impietoso, cruento, che trova uno dei suoi fulcri nell’elemento religioso, e nel suo rapporto con azioni o ideologie violente.

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Il secolarismo, si converrà, è conquista moderna e postilluministica; e – ciò è tanto più evidente nella presente contingenza – occidentale. Discronia e disomogeneità nei rapporti tra diffusione di dottrine secolariste in ogni ambito (politica, economia, deontologia, diritto) ed effettiva secolarizzazione (che giungendo spesso attraverso i mezzi e le modalità del colonialismo, ha incontrato numerose resistenze in quanto percepita come elemento estraneo, importato) hanno costituito le premesse per la formazione di profonde fratture culturali e i propulsori imprescindibili per l’edificazione di una riflessione filosofica in proposito. Ciò che troppo spesso rimane sotto silenzio è un discorso che si incarichi di problematizzare anche ciò che – apparentemente – costituisce il polo opposto: la religione, e la sua influenza pervasiva sui diversi aspetti delle attività umane e del reale – e di conseguenza anche atti e pratiche violente. In questo senso, uno strumento fondamentale per operare risulta essere l’indagine storica, che opera l’auspicata problematizzazione mediante l’analisi in diacronia del fatto storico religiosamente caratterizzato, o perlomeno percepito dall’osservatore occidentale come tale.

Il concetto di religione – al singolare – è stato ed è tuttora chiamato  in causa come categoria classificatoria o sovrastruttura ermeneutica nei confronti del fatto storico; questa linea interpretativa appare però insidiata da un rischioso vizio congenito, quello di una banalizzazione che risulta quanto meno fuorviante, laddove religione – spesso ridotta in un’ottica reificante ed assunta acriticamente e normativamente come categoria concettuale universale e non circoscritta al contesto storico-culturale che l’ha prodotta, ovvero l’Occidente cristianizzato (è bene non dimenticarlo) – e violenza tendono ad essere pensate come intrinsecamente correlate, ciascuna causa ed effetto dell’altra. Si produce in questo modo il semplicistico utilizzo di espressioni quali “violenza di religione” e “guerre religiose”, che emergono frequentemente anche in normali conversazioni e nel linguaggio dei media, e viene trascurata la problematica legata all’agire dei soggetti storici protagonisti e fautori delle vicende, obliterando completamente, in tal modo, l’esperienza storica di specifiche espressioni religiose, tacciate genericamente dell’attributo di “violente”.

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È precisamente su questo punto tanto scottante che persino la Commissione Teologica Internazionale ha deciso di soffermarsi ripetutamente, dall’inizio degli anni duemila ad oggi, in un percorso che, prendendo le mosse dalla “purificazione della memoria” di Giovanni Paolo II, arriva a rivendicare, in risposta alle diffuse accuse e all’elaborazione di una teoresi riguardante l’incompatibilità delle dottrine monoteistiche con la pacifica accettazione dell’altro da sé in ambito religioso, proprio il vissuto, l’esperienza nella storia di un cristianesimo che ha voluto e vuole presentarsi come predicatore di istanze di pace sia nei confronti delle altre tradizioni religiose, sia in quelli delle culture laiche dell’umanesimo, prendendo le distanze da un passato costellato di sangue e repressioni. L’esasperazione di questa linea interpretativa – spesso assunta inconsciamente – può giungere alla considerazione della religione tout court, intesa astrattamente e normativamente, a prescindere dai protagonisti storici delle vicende che hanno determinato varie e molteplici espressioni religiose, come principio scatenante di conflitti, guerre, spargimenti di sangue.

Un approccio differente, come si accennava, è quello storicistico, che considerando le religioni – questa volta al plurale – prodotti culturalmente determinati dell’agire umano nella storia, si interroga sul dispositivo ierogenetico, ovvero sulle ragioni storiche della nascita e dello sviluppo della concezione di sacro, e valuta di conseguenza il fatto religioso sulla base dei costrutti culturali ed ideologici che l’hanno prodotto e che perciò gli sono propri, operando una sospensione delle categorie di giudizio osservanti. Questo tipo di modalità d’indagine consente l’elaborazione di una nuova prospettiva utile, in definitiva, a sconfessare come totalmente fittizio qualsivoglia nesso strutturale tra una specifica dottrina religiosa e pratiche o ideologie violente, e fornisce una solida base di conoscenze nozionistiche sulla quale è possibile elaborare teorie alternative sulle cause dell’azione violenta dell’uomo nella storia, che non escludano tout court cause di matrice religiosa (o per meglio dire percepite dall’Occidente sub specie religionis), ma sappiano attribuire, con approfondito esame, le rispettive responsabilità di tali azioni alle parti coinvolte.

Perché in fondo di questo si tratta, questo è il cuore vivo e pulsante del tentativo di comprendere il gioco spietato che sta investendo il mondo: dove risiede la responsabilità dell’azione violenta, guerra o attentato terroristico che sia? Se si dovesse cedere alla tentazione di considerare una data espressione religiosa “violenta”, come considerare gli episodi storici che la coinvolgono e sconfessano questo assioma? Certo non apparirebbe consono intenderli banalmente ed erroneamente come deviazioni od eccentricità rispetto ad una concezione normale e normativa, aprioristicamente definita, di tale espressione religiosa. D’altronde, se non è una religione ad essere violenta, bisogna considerare il fatto che l’atto violento presupponga sempre e comunque un agente (umano) che ne sia innanzitutto il responsabile meccanico.

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È possibile affermare che sono esistiti o esistono – storicamente – individui o gruppi di individui, finanche istituzioni, indubitabilmente, che per “zelo religioso” hanno commesso gravi efferatezze, ma bisogna considerare l’inserimento di tali episodi nella cornice storica che è loro propria, e l’indagine del contesto secondo una prospettiva storicistica, come fondamentali per evitare di scadere nella trappola ideologica che conduce a ritenere, ad esempio, il buddhismo una religione di pace, l’islām una religione violenta – basti pensare ad alcuni passi veterotestamentari o āyāt coraniche, spesso citati a sproposito e senza la dovuta contestualizzazione. Un esempio su tutti, l’ormai tristemente nota āya 191 della sura detta “della vacca”, uno dei fulcri su cui sono stati elaborati vari ordinamenti shariatici riguardanti il Jihād: «Uccidete chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, perché lo scandalo è peggiore dell’uccidere. Non combatteteli presso il sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi per primi: in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa di coloro che negano». (Corano II, 191) – e per far emergere le cause storiche legate alla genesi e allo sviluppo di quelle particolari espressioni religiose protagoniste di atti di violenza e conflitti, e congiuntamente le responsabilità ad esse di volta in volta attribuibili.

In definitiva, in ciò risiede l’apporto dell’indagine storica nei confronti di questa spinosissima e dibattuta questione, ovvero nella possibilità di far emergere una fondamentale realtà, un concetto dirimente: il nesso tra violenza e religione non è situato nella religione intesa astrattamente, ma la dialettica che tra questi due poli viene ad instaurarsi è sfaccettata e proteiforme, dal momento che si invera nella storia (e sia pure in alcune modalità di espressione religiosa ben definite all’interno della storia), e in chi agisce nella storia e fa la storia, ovvero l’uomo. Solamente definite queste premesse, e distaccandosi dalle proprie categorie di giudizio culturalmente condizionate per avvicinarsi ad un criterio di valutazione che risponda quanto più possibile ad un principio di equidistanza, può essere sviluppato un discorso che possa definirsi intellettualmente onesto sulle responsabilità degli episodi di violenza che nel corso della storia si sono presentati e, purtroppo, continuano a verificarsi.

Giorgio Paolo Campi

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