GIULIA TOFANA, LA CORTIGIANA CHE UCCISE PIÙ DI 600 UOMINI

Di origini palermitane, dalla bellezza sconvolgente, Giulia Tofana, rimasta orfana in tenera età, riuscì a sopravvivere vendendo sé stessa agli uomini di Palermo. In breve però, grazie al suo ingegno, riuscì a diventare una delle donne più ricche e potenti in circolazione. Il segreto del suo successo? L’ acqua tofana, un letale composto capace di uccidere chiunque senza destare il benché minimo sospetto.

POVERI NATALI

La storia ignora quando questa donna vide per la prima volta la luce: sappiamo però che ebbe origini siciliane e che a Palermo visse fino al suo trasferimento a Roma. Sappiamo anche che fu di estrazione bassissima e visse in uno dei quartieri più poveri e discussi della città, il Papireto. Alcune fonti l’associano alla figura di un’altra assassina del tempo, Thofania d’Adamo, che, con l’accusa di aver assassinato il marito Francesco, con l’ausilio di un potente veleno, venne condotta al patibolo il 12 luglio 1633.

Si presume che le due donne fossero tra loro parenti, ma a causa di dati lacunosi, non è dato stabilire con esattezza se si trattasse della madre, di una zia o della nonna. Fatto sta che da questa notizia è possibile immaginare come Giulia avesse potuto fare la conoscenza dei veleni e scoprirne i segreti.
Giulia aveva una sorellastra (alcune fonti la indicano come figlia), Gerolama Spera, alla quale era molto legata e che diventerà sua complice nella preparazione e nella vendita del micidiale veleno per cui la bella Tofana passò alla storia. Le fonti dicono che ebbe un’infanzia poverissima, dove patì freddo e fame, e che non ricevette alcuna educazione scolastica. Crescendo, però, divenne una ragazza di una bellezza straordinaria e, poiché la natura l’aveva dotata di forte intelligenza e grande perspicacia, ben presto capì che avrebbe potuto trasformare un dono della natura in qualcosa di più redditizio.

Cominciò quindi ad investire sul suo aspetto fisico prorompente, compiacendo gli uomini palermitani e, se inizialmnte si accontentò dei pochi spiccioli degli abitanti dei bassifondi, col tempo iniziò a farsi conoscere in ambienti più altolocati. Fra i suoi clienti non vi era solo gente del popolo, ma anche borghesi e uomini appartenenti alla nobiltà. Il suo giro d’affari si estese poi anche al clero, che non di rado richiedeva i suoi servigi. Ciò le permise di tessere rapporti che le sarebbero tornati utili nei momenti di bisogno e di potersi allonatnare dallo squallido ambiente in cui era nata e cresciuta. Tutti a Palermo conoscevano la bellezza e la fama di questa donna, ma non solamente per il mestiere di cortigiana. Giulia aveva infatti messo a punto un particolare veleno che permetteva di dare la morte senza destare alcun sospetto: non di rado aveva preso a venderlo ai siciliani che ne facevano richiesta. Questa attività, unita a quella del meretricio, cominciò a permetterle di condurre una vita agiata.

Tuttavia, i rischi erano tanti: non va dimenticato che il 1600, nonostante fosse un secolo pieno di lussi e di sfarzi, e dedito ai piaceri, era anche il secolo in cui l’Inquisizione perseguitava ogni comportamento poco morale, punito con pene severissime. Alla metà del 1600, qualcosa turbò i suoi traffici, facendola cadere nel panico più assoluto. Si era rivolta a lei, e al miracoloso veleno, una donna palermitana. Stanca dei maltrattamenti subiti quotidianamente dal marito, aveva deciso di diventare vedova, per cui si rivolse alla procace Giulia per poter esaudire questo desiderio. Purtroppo però, forse per distrazione, forse per la fretta di coronare il suo sogno, la cliente di Giulia Tofana non seguì alla lettera le indicazioni che le vennero date e la vittima designata non spirò, anzi, si riprese e – insospettito – denunciò la consorte. Capendo che presto sarebbero risaliti a lei, Giulia Tofana decise di abbandonare Palermo e la Sicilia per trasferirsi a Roma.
Era diventata infatti l’amante di un frate siciliano, il quale era stato richiamato a ricoprire una carica più alta nella città eterna. L’uomo, non volendo abbandonare la fonte dei suoi piaceri carnali, aveva deciso di chiedere a Giulia di seguirlo: inutile dire che la proposta, arrivata in un momento critico, fu accolta con entusiasmo, e la bella cortigiana di Palermo, accompagnata da Gerolama, lasciò per sempre la sua terra.

LA CHIAVE DEL SUCCESSO

Giunta a Roma, Giulia Tofana si rese conto che avrebbe potuto estendere di molto i suoi mercati. Stabilitasi a Trastevere, a due passi dal Vaticano e dal Pontefice Urbano VIII, iniziò a cercare una nuova clientela. Il suo amante frate, tale Nicodemo, le aveva affittato un bell’appartamento e, ogni volta che poteva allontanarsi dal convento di San Lorenzo in cui viveva, si recava da lei. Ed era proprio lui che le riforniva le scorte di quelle sostanze velenose che le servivano a mettere a punto il suo elisir, poiché, grazie alle sue amicizie e alla sua influenza, faceva in modo che gli acquisti e la richiesta di tali sostanze non destassero sospetti. Giulia, grazie al suo aspetto e ai suoi modi, non impiegò molto ad attirare nuovi clienti.

Come prostituta ricevette le attenzioni dei ricchi e dei potenti della città e in poco divenne famosa anche tra le donne, le quali cominciarono a provare simpatia per lei a causa del magico elisir. Grazie agli inviti di vescovi e cardinali, Giulia Tofana, era spesso anche in Vaticano. Poiché dalla sua camera da letto passavano gli uomini più potenti della città, decise che avrebbe dovuto elevarsi culturalmente. In breve riuscì da sola ad imparare a leggere e a scrivere, apprese le buone maniere e l’arte di ricevere e vestirsi bene. I suoi affari andavano a gonfie vele, tanto che in poco tempo divenne la donna più ricca della città e, grazie al suo veleno, anche la più famosa e temuta.

IL POTENTE VELENO DI GIULIA

Ma come otteneva il suo potente e richiestissimo veleno? Gli ingredienti di cui esso si componeva, sono tutt’oggi noti, seppure nessuno conosca le proporzioni esatte per poterlo ottenere. Gli ingredienti, come già detto, che si procurava anche grazie all’amante frate, il quale aveva un parente speziale, erano essenzialmente arsenico ed antimonio, ai quali si aggiungevano altre sostanze. La bella Giulia, grazie anche all’aiuto di Gerolama Spera, che fino alla fine l’aiutò nella preparazione della letale mistura, poneva all’interno di una pentola ben sigillata dell’acqua distillata aromatizzata in cui versava una miscela precedentemente ottenuta mescolando anidride arseniosa, limatura di piombo, antimonio, belladonna e alcoolato di cantaridi. L’anidride solforosa, a contatto con l’acqua e in ambiente chiuso, dava a sua volta origine ad un ambiente acido che permetteva lo scioglimento del piombo e dell’antimonio e nello stesso tempo manteneva limpido, insapore ed incolore l’aspetto dell’acqua.

La miscela, che conteneva un sale di arsenico e piombo, possedeva un elevatissimo grado di tossicità, ma, una volta ingerito dalla vittima, era impossibile che si capisse che essa fosse morta per avvelenamento, anche perché il decesso giungeva lentamente e con sintomi non riconducibili all’utilizzo di veleni, garantendo inoltre al cadavere un aspetto roseo che nulla aveva a che vedere con altri casi di avvelenamento. Questo veleno, che nel tempo assunse i nomi più disparati (acqua toffana, acqua tuffania, acqua toffanica, acqua perugina, acquetta, acqua di Napoli), ebbe larga diffusione sia in Sicilia, dove fu utilizzata per la prima volta, ma anche a Roma, Napoli e Perugia. In alcuni casi venne chiamata anche “Manna di San Nicola”, perché le boccettine in cui veniva contenuta, per non destare sospetto, erano rivestite con un’immaginetta del santo. Il nome “manna” invece fu dato in quanto garantiva la liberazione da un coniuge indesiderato.

LA FINE

La splendida Giulia per anni diffuse il suo potente veleno tra la Sicilia, Roma e Napoli, garantendosi una vita ricca e lussuosa, poiché in molti erano in un’epoca in cui il divorzio non era contemplato, desiderosi di abbracciare la vedovanza e quindi la libertà. Purtroppo però, come per tutte le cose, c’è un inizio, ma anche una fine, e quella del commercio di Giulia avvenne nel 1659, ad opera di una cliente maldestra e distratta. Questa cliente, la contessa di Ceri, si era rivolta alla bella Giulia per liberarsi dall’odioso e vecchio marito imposto dalla famiglia, che ripetutamente la maltrattava. Come di consuetudine, Giulia Tofana consegnò all’altolocata cliente, in cambio di una bella somma di denaro, la sua “acqua miracolosa”, spiegandole minuziosamente come somministrarla nel tempo all’ignara vittima. Affinchè non venissero ad originarsi sospetti, infatti, le gocce dovevano essere contate e disciolte in una minestra o in una bevanda in più somministrazioni.

La contessa ansiosa di liberarsi dell’odiato consorte, si fece beffa delle istruzioni ricevute e versò l’intero contenuto della preziosa boccetta nella minestra del marito. Questo morì nel giro di pochissimi attimi, ma il repentino decesso insospettì i suoi familiari, che decisero di vederci chiaro.

Decisero quindi di avvertire chi di dovere e vennero aperte delle indagini. In breve tempo, i gendarmi risalirono a lei. Quando si diressero in casa sua per l’arresto, la donna riuscì a fuggire e a rifugiarsi in una chiesa, dove gli uomini di legge non poterono entrare. L’errore che Giulia commise fu quello di uscire dalle sacre mura. Appena infatti rimesso piede in luogo non consacrato, venne riconosciuta e arrestata. Condotta in carcere, venne torturata e confessò di aver aiutato a liberarsi degli odiosi mariti ben 600 donne. Un solo uomo figurò tra i suoi clienti. Processata come chi a lei aveva fatto ricorso, venne come loro condannata alla pena di morte. A differenza di queste, che vennero giustiziate tramite strangolamento nelle segrete delle prigioni o vennero murate vive a Portacavalleggeri, nel palazzo dell’Inquisizione, la bella Giulia vide decadere le sue accuse e liberata. I servigi offerti agli uomini del clero romano e ai potenti di Roma, fecero in modo che continuasse a vivere.

Quando venne interrogata nuovamente dopo la sentenza di morte, ella ammise pubblicamente di aver venduto la mistura alle donne, ma non come veleno, bensì come una cura di bellezza per la pelle. Erano state loro a farne un uso differente e lei non era responsabile di quello che ne avevano fatto. Ottenuta la libertà, Giulia Tofana scomparve da Roma e di lei si persero le tracce.

La fama del suo potente veleno sopravvisse ai secoli, tanto che nel 1800, Costanze, la vedova di Mozart rivelò che il marito era ossessionato dall’idea che qualcuno lo avesse avvelenato con l’acqua tofana. Anche Dumas, nel famoso “Conte di Montecristo”, più di 200 anni dopo le vicende di Giulia, cita il famoso veleno, scrivendo:
“…noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini e di costumi, e di quella famosa acqua tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia”.
Tra le donne che continuarono a far uso della mistura letale di Giulia, pochi anni dopo le vicende che portarono alla morte 600 donne, vi fu la marchesa di Brinvilliers, la quale, tra il 1666 e il 1676, uccise il padre e due fratelli, prima di essere arrestata e giustiziata.

Andrea G. Mores

@copyright foto copertina:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/2017/07/giulia-tofana-la-donna-che-uccise-oltre.html

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