GLI ONI DELLA MITOLOGIA NIPPONICA E IL GUERRIERO MOMOTARŌ

A metà tra i demoni e gli orchi, gli Oni sono figure mitologiche appartenenti al folclore giapponese, icone della cultura nipponica raffigurate prevalentemente con la pelle rossa o blu, i capelli arruffati, le zanne taglienti, piccole corna che sporgono sulla fronte, talvolta molti occhi o più dita delle mani e dei piedi rispetto al normale.

La leggenda – che mutua la sua essenza dalla tradizione religiosa del Buddhismo giapponese –  racconta che quando muore un uomo molto, molto cattivo e disonesto, questo finisca in uno degli Inferi buddisti e qui venga trasformato in demone.

Tutti i defunti dallo spirito malvagio, divenuti Oni, trascorrono la loro nuova esistenza negli inferi al servizio del Gran Signore Emna, quasi come fossero componenti di un esercito, e si divertono a torturare gli umani senza alcun motivo, utilizzando pesanti mazze di ferro ed infliggendo loro orribili torture, scorticandone la pelle, strappandone le unghie e stritolandone le ossa.

Gli Oni rappresentano pestilenza e malattia ed il popolo giapponese teme la loro presenza ed il loro potere sinistro, perché questi demoni mitologici hanno una forza distruttrice straordinaria e sono capaci di portare all’uomo le peggiori calamità.

E pensare che originariamente erano considerati come figure benevole, complice probabilmente la radice antica del loro nome che, nel giapponese arcaico significa “nascosto”, ad indicare non già entità malvagie e demoniache, ma qualunque entità soprannaturale.

Può capitare che un Oni diventi tale prima ancora di trapassare; questo succede quando l’uomo che subisce la trasformazione è di indole talmente malvagia da perdere la sua connotazione umana già nel corso della sua vita.

Eppure gli Oni non sono indistruttibili. C’è un’antica fiaba popolare particolarmente famosa in Giappone che racconta di un guerriero  nato da una pesca, un frutto dalla valenza magica nell’antica credenza popolare nipponica.

Si tratta del guerriero Momotarō, la cui nascita sarebbe avvolta nel mistero e collegata alla divinità della procreazione; la pesca nella cultura giapponese simboleggia da sempre la fertilità, per la sua tipica forma rotonda che ricorda un fondoschiena.

La versione più accreditata della fiaba vorrebbe che Momotarō nacque da una pesca raccolta da una anziana donna nell’acqua del fiume ove ella si era recata a lavare i panni; dopo averne mangiato un pezzo si ritrovò all’improvviso giovane e bella, così prese ciò che restava della pesca e, una volta rincasata, convinse il marito a fare altrettanto, a mangiarne un pezzetto. I due, entrambi ringiovaniti e rinvigoriti, riuscirono quella notte stessa a procreare e misero al mondo un bambino a cui diedero il nome di Momotarō, da momō (pesca) e taro (primo figlio o figlio grande).

La leggenda narra che il fanciullo fosse un eletto, venuto al mondo per poter compiere la sua missione: sconfiggere gli Oni che popolavano l’isola di Onigashima; ad affrontare con lui questa ardua missione si unirono lungo il cammino verso la meta un cane, un fagiano ed una scimmia, grazie al cui aiuto Momotarō riuscì ad annientare gli orchi e a prenderne le immense ricchezze.

Non è di certo un caso che Momotarō sia diventato così popolare; un vero eroe per il popolo giapponese; il suo cuore impavido gli ha consentito, peraltro, di guadagnare parecchio credito tra gli abitanti del Paese del Sol levante, per la sua capacità e la forza di combattere e sconfiggere i demoni che popolano la mente e l’immaginario dei giapponesi.

 

 

 

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